La stanza dospedale mi soffocava, mi irritava. Chiusi le orecchie con le mani per non sentire il pianto insopportabile dei neonati nella stanza accanto. Volevo solo una cosa: scappare di lì il più in fretta possibile e dimenticare tutto come un brutto sogno
Antonietta, tesoro, ma almeno guardala, la tua bambina! mi supplicava la vecchia ostetrica, zia Giulia. È identica a te, come due gocce dacqua!
No! Non insistete neanche! Ho già firmato la rinuncia, no? Esattamente! Che altro volete da me? quasi piangevo, con la voce spezzata. Non ho nessun posto dove portarla. Capite cosa significa?
Piano! Così spaventi la piccola. Come sarebbe nessun posto? Vivi per strada? strizzò gli occhi lostetrica. Hai una madre, un padre?
Sì, ho solo mia madre. È anziana, avrebbe bisogno di lei stessa un aiuto! Non posso tornare al paese con una neonata. Mi prenderebbero tutti in giro.
Che ridano quanto vogliono! Meglio riderci sopra che piangere, no? zia Giulia rise. A parte gli scherzi, la gente parlerà e dimenticherà, invece tu rimarrai a pensarci per tutta la vita. Non dimenticherai mai daver abbandonato una creaturina così.
Mi coprii il volto e scoppiai a piangere. Zia Giulia capì che ormai mancava poco per convincermi
Dai, guardala! Ha il tuo nasino, piccolo e allinsù. E gli occhi già si vede che sarà una bella bimba dai grandi occhi azzurri, proprio come la mamma.
Ma non ho nemmeno una copertina. E poi come faccio a portarla a casa? Con che soldi? già stavo cedendo.
E questa sarebbe una difficoltà? Pensaci a tutto noi. Prendiamo i soldi dalla cassa della clinica, mettiamo insieme il suo corredino. E io stessa ti accompagno in stazione. Allora? Come la chiamiamo la tua piccina?
Emma
Splendido nome! Le sta proprio bene. Prendi Emma, allattala, io torno fra poco.
Zia Giulia trattenne il fiato e mi porse la bambina. La presi tra le braccia con estrema cura, quasi non sapendo come fare, e subito mi scesero le lacrime sul viso. Stringendola forte, capii che non lavrei mai lasciata.
Allora? Ci siamo riusciti? domandò il medico. Ritirerà la rinuncia?
Sì! sorrise zia Giulia con le lacrime agli occhi.
Sul binario, mi sembrava di svegliarmi da un incubo. Tenevo la mia bambina stretta, come se volessero portarmela via da un momento allaltro. Accanto a me cera zia Giulia, fedele alla promessa fatta.
Grazie! Mi vergogno a pensare che volevo lasciare mia figlia dissi.
Non hai avuto una vita facile. Ma i momenti duri passeranno. Tua figlia, invece, potevi perderla per sempre Anchio, sai, ho commesso uno sbaglio imperdonabile tanti anni fa. E ancora oggi lo pago ammise zia Giulia.
Che sbaglio? chiesi sorpreso. Pensavo foste una santa.
Avevo la tua stessa situazione, ma io non avevo nessuno e nessun posto dove andare. Decisi di interrompere una gravidanza indesiderata. I medici mi dissero che era troppo tardi. Così andai da una fattucchiera Mi aiutò, ma da allora non potei più avere figli.
Comè possibile? dissi sconvolto. Non cera altro da fare?
Niente, scosse la testa. Mio marito era buono, ma quando scoperse che non potevamo avere figli, se ne andò zia Giulia scoppiò a piangere.
Mi dispiace Tu hai sempre aiutato tante mamme, hai accolto tra le braccia centinaia di bambini e i tuoi li hai visti solo nei sogni.
Antonietta, tieni cara Emma. Ricordati, se avrai mai davvero bisogno, sai dove trovarmi.
Ci abbracciammo stretti, come parenti. Poco dopo arrivò il treno. Continuai a guardare il finestrino, salutando con la mano lostetrica, che rimase ferma sul marciapiede, asciugandosi una lacrima.
Il viaggio fu lungo e faticoso. Mi avvicinai alla vecchia casa. Da una parte tenevo Emma, dallaltra il grande sacco pieno di corredino che aveva preparato la clinica. Come ci accoglierà mia madre? Cosa mi dirà? mi domandavo, preoccupato.
Antonietta? Ma sei tu? chiese la vicina, sbucando dal cancello.
Sì, zia Maria, mamma è in casa?
Non lo sai? rispose amareggiata. Tua madre non cè più, da sei mesi.
Forse era meglio così, che mamma non avesse visto questa vergogna. È tua quella piccolina? chiese, indicando Emma.
Sì. È mia. risposi con orgoglio.
Entrai nel cortile sulle gambe tremanti. Avrei voluto urlare e piangere per il dolore e la disperazione. Ma in braccio avevo mia figlia: non potevo farmi travolgere dalle emozioni, dovevo pensare prima di tutto a lei. Non fa niente, piccola mia. Ora siamo in due, non sono più sola. Insieme ce la faremo, vedrai, le sussurrai, stringendola.
***
Passarono dieci anni. Era quasi Natale. Stavo trafficando in cucina e Emma guardava dalla finestra i sentieri innevati in giardino.
Mamma, perché io non ho la nonna? Le mie amiche dicono che ogni Natale le nonne le aspettano, fanno dei regali e sono sempre felici di vederle mi chiese Emma.
Purtroppo la nostra nonna non cè più da tanto tempo. Non ha fatto in tempo nemmeno a conoscerti, risposi tristemente.
E laltra nonna?
Quale altra? chiesi.
Tutti hanno due nonne insistette Emma.
Unattimo ma una seconda nonna, sai che cè? Forse la conosciamo! E se andassimo a trovarla? Fa i biscotti divini ed è sempre stata gentile con noi, sorrisi pensando a zia Giulia.
Così detto, così fatto. Il giorno dopo, io e Emma partimmo per la città. Arrivate allospedale, chiesi di zia Giulia.
Non lavora più qui, ci informò la portinaia. È andata in pensione, per ragioni di salute.
Peccato, siamo venute da lontano solo per rivederla. Avete per caso il suo indirizzo o un numero di telefono?
Mi dispiace, ma è vietato darli. La vecchia ci squadro con severità. Che parentela avete con Giulia?
Sono sua nipote, mentii. È da tanto che non la vedo e ho perso lindirizzo. Vi prego, ci aiuti.
Per favore! Vogliamo proprio vedere la nonna, la aiutò Emma.
Va bene, farò uneccezione, cedette la portinaia.
Dopo una quindicina di minuti, tornò e ci diede un bigliettino con lindirizzo. Ci augurò ogni bene e ci chiese di salutare zia Giulia.
Lo faremo certamente! dissi felice.
Salite in taxi, arrivammo allindirizzo indicato e, con il cuore in gola, salimmo al terzo piano. Speriamo solo di non essere arrivate tardi pregai. La porta si aprì quasi subito. Sul pianerottolo era zia Giulia, fortunatamente in forma.
Buonasera! sorrisi.
Mi guardò a lungo, cercando di ricordare
Sei Antonietta? sussurrò.
Sì! E lei è Emma, se la ricorda?
Ma certo! rise la donna. Ma che facciamo sulla porta? Entrate, ragazze mie!
Dopo mezzora sedevamo a tavola, chiacchierando come vecchie amiche. Emma giocava col gatto sul divano e guardava i cartoni animati preferiti.
Antonietta, fermati qui con me. Siamo tutte sole, puoi trovare lavoro qui e Emma può andare in una buona scuola, propose zia Giulia.
Non so E la mia casa? Mi dispiacerebbe lasciarla. Potreste venire voi da noi! Potremmo iniziare una fattoria, comprare una mucca, laria del nostro paese è magnifica! E poi destate, il fiume vicino è una meraviglia che la città non può darci, la convinsi sorridendo.
Perché no? Ho sempre desiderato un orticello. Una mucca non lavrei nemmeno sognata! rise di cuore Giulia, con una nuova luce negli occhi.
Allora è deciso! Venite con noi! esultai.
Nonna Giulia, ora resterai sempre con noi? Emma la abbracciò.
Sì, tesoro mio. Ho sempre sognato una nipotina come te!
Il giorno dopo, tutte insieme, con valigie traboccanti, partimmo per il paese. Ognuna era felice a suo modo: io, perché non ero più sola con Emma e ora avevo una persona cara accanto; Giulia, perché non si sarebbe mai aspettata di trovare una famiglia e trasferirsi, in tarda età, da una città soffocante a un paradiso di pace; e Emma, perché finalmente aveva la sua amatissima nonna.






