La cosa più importante La febbre di Livia salì all’improvviso. Il termometro segnò 40,5, e quasi s…

La cosa più importante

La febbre di Bianca salì come un razzo in decollo. Il termometro segnava 40,5 gradi e, quasi in tempo zero, iniziarono le convulsioni. Il corpo della bambina si arcuava improvvisamente, così allimprovviso che Ilaria, sua madre, si bloccò per un attimo, senza credere ai propri occhi. Poi si fiondò su di lei, tremando come una foglia al vento.

Bianca cominciò a boccheggiare, con la schiuma alla bocca e il respiro spezzato, come se qualcosa la strangolasse dallinterno. Ilaria provò ad aprirle la bocca le dita le scivolavano, le mani non volevano saperne di obbedire ma alla fine ci riuscì. Allimprovviso la figlia si afflosciò e svenne. Cinque o dieci minuti vai a sapere, lì il tempo viaggiava al ritmo dei battiti nel petto di Ilaria, non certo dei secondi dellorologio.

Lei controllava che la lingua non le bloccasse la gola, le teneva la testa ferma mentre le convulsioni facevano sembrare i colpi della corrente elettrica carezze in confronto.

Ilaria non vedeva e non sentiva niente, solo una cosa: Bianca doveva riprendere fiato. Bianca doveva tornare indietro.

Gridava verso la cucina, contro le pareti, nel vuoto, fino al cielo. Gridava al telefono, chiamando il 118 e ripetendo il nome di sua figlia talmente forte, come se solo con quella voce potesse trattenerla in questo mondo.

Chiamando Lorenzo, il marito, Ilaria, piangendo e singhiozzando, riuscì a dire solo:
Bianca Bianca ha rischiato di morire
Ma nella cornetta Lorenzo sentì altro una parola breve, spaventosa: morta.

Si portò una mano al cuore. Il dolore fu così intenso che parve una pugnalata rovente nel centro del petto. Le gambe gli cedettero e scivolò giù dalla poltrona, piano, quasi in silenzio come chi allimprovviso ha finito tutto: forze, pensieri, futuro

Qualcuno lo prese sottobraccio per tirarlo su, gli misero in mano delle gocce, dellacqua, gli carezzarono la schiena tutti dicevano qualcosa per calmarlo, ma le parole rimbalzavano sul suo dolore come le onde sugli scogli a Livorno.

Lorenzo, lui, non riusciva a riprendersi. Le sue dita tremavano a scatti; il bicchiere batteva contro i denti e dalla bocca gli uscivano sospiri e rantoli spezzati, come da una vecchia caffettiera difettosa:
B-bi anca m-mor ta Bianca m-mor-ta

Le labbra impallidirono, il respiro gli si inceppò, le mani parevano di qualcun altro.

Il capo, il signor Vittorio Vernieri in persona, senza pensarci due volte, lo afferrò per le braccia e lo trascinò di peso sul suo gigantesco SUV. Lo sportello sbatté con un botto che fece eco dentro lanima.

Dove? Dove dobbiamo andare!? urlava in faccia a Lorenzo, tentava di svegliarlo dalla trance.

Quello sedeva fisso, occhi sgranati, con la faccia persa tra sogno e incubo. Restò qualche secondo senza nemmeno sbattere le palpebre, come congelato tra realtà e allucinazione.

Ospedale pediatrico… cittadino… sussurrò Lorenzo, con la voce che graffiava la gola, parola dopo parola martellata dal dolore, dalla paura, dalla disperazione.

Lospedale era lontano troppo lontano per uno che aveva appena sentito la parola più terribile della sua vita.

Vittorio affondò il piede sullacceleratore e il SUV impazzì nella notte fiorentina, saltando di corsia in corsia, i semafori si scioglievano in macchie senza senso. Verde, rosso stasera, chi se ne frega!

Ad un incrocio comparve allimprovviso, come una visione apocalittica, un suv nero lucido sbucato dal nulla. Bastavano centimetri per il disastro. Vittorio girò di colpo il volante, la macchina slittò di lato, le gomme urlarono, scintille sotto i freni.

Il secondo SUV filò via, lasciando odore di gomma bruciata e la sensazione che la Morte aveva quasi sfiorato la portiera, giusto per dare un saluto.

Lorenzo manco se ne accorse.
Le lacrime scendevano a fiumi; lui piegato, il pugno sulle labbra per non urlare.

Poi, allimprovviso flash! Come se qualcuno avesse acceso il proiettore dei ricordi.

Bianca, tre anni. Una tonsillite di quelle epiche, con la febbre che fa tremare pure i santi. Lambulanza arriva, fa liniezione, prescrive le supposte.

La piccola Bianca sul letto, il pigiamino coi conigli, calda come una stufa e fradicia di lacrime. Da mezzora Ilaria la supplica. Bianca singhiozza, si strofina gli occhi coi pugnetti e, alla fine, si arrende:
Va bene, mettila ma non accenderla!

Lorenzo era quasi crollato per terra dalle risate. Qualche giorno prima erano andate tutti in chiesa e la bimba pensava che le supposte si accendessero come le candele.

Vittorio intanto affrontava il viale lungo, dissestato, illuminato a chiazze di arancione, freddo come una lama di Prosciutto di Parma.

Ma la memoria non si fermava

Dopo due settimane Bianca si arrampica su un armadio immenso. Una scimmietta, agile e ribelle. Eccola lì, quasi sotto il soffitto, che grida trionfante.

Poi, un secondo dopo, il mobile inizia a inclinarsi, lento ma inesorabile. BAM. Il botto rimbomba in tutta la casa.

Bianca è viva. Un paio di lividi, un pianto straziante e una tavoletta di cioccolato gigante per calmarla.

Appena vede la tavoletta, Bianca smette di piangere in un nano-secondo. Si asciuga il naso sulla manica e chiede serissima:
Posso averne due subito?

Il cioccolato, per lei, era come il tasto di emergenza della felicità.

Lorenzo pensava: se nei pronto soccorso distribuissero cioccolato, lumanità avrebbe già trovato il segreto dellimmortalità.

Poi
Silenzio in casa, la sera, la lampada accesa che fa atmosfera.

Ilaria dice:
Domani andiamo in chiesa. Mettiamo un cero per la salute.
E Bianca, seria come unonorevole della Repubblica, chiede:
Nella popò, vero?..
Ilaria si coprì la faccia, Bianca li fissava perplessa come a dire: Fate ridere voi due… decidetevi se ridere o no.

E proprio quella domanda assurda gli lacerava ora il cuore. Perché in quelle sue stranezze cera tutta la vita. La sua.

Il capo finalmente scarrozzò Lorenzo allospedale. Sterzò davanti al pronto soccorso come se lauto avesse paura di perdere anche un secondo.

Bianca è viva fu la prima cosa che sentì Lorenzo lhanno portata in rianimazione. Da ore i medici non dicono nulla.
Ilaria era riuscita ad entrare. A Lorenzo non restava che aspettare e pregare

Era luna di notte quellora in cui il mondo sembra fermarsi e la solitudine si fa un mantello gelido. Lorenzo alzò la testa, cercò con lo sguardo la finestra del secondo piano, dove sua figlia lottava.

Alla finestra, come in un film horror, apparve Ilaria. Immobile, mani lungo i fianchi, lo sguardo fermo e dritto oltre il vetro. Nessun gesto, nessun sospiro, nessun tentativo di tirare fuori il cellulare.

Lui agitò la mano come se potesse scacciare la paura. Provò a chiamare lei non rispose. Restava là, come unombra della tenerezza, la paura di svanire se si muoveva.

A quel punto, il telefono squillò. Corto. Secco.

Gli dissero solo:
Entrate.
Poi riattaccarono.

Il terrore lo travolse denso, come la cioccolata calda troppo soda. Provò ad alzarsi nulla da fare. Era come se la terra avesse deciso di tenerlo lì, per impedirgli di ascoltare lannuncio che nessuno vuole sentire.

Sapeva che doveva muoversi, ma la paura gli bloccava le gambe.

In quel momento uscì uninfermiera. Giovane, sfinita, le Crocs sfatte ai piedi. Venne verso di lui.

Lorenzo la fissava, dentro gli crollò tutto.
Fine. Ora lo dice.

Lei arrivò, si chinò un po e disse piano, ma chiaro, come se pronunciasse una sentenza però luminosa:
Vivrà. Il peggio è passato…

Il mondo ondeggiò.

Le labbra tremavano, diventate molli e inutili, come se non fossero nemmeno le sue. Riusciva solo a muovere la bocca, con le mani che vibravano e le lacrime calde e salate a rigargli la faccia.

—–

Dopo quella notte, tutto il resto perse valore per Lorenzo.

Non temeva più di perdere il lavoro. Non si vergognava di sembrare goffo, ridicolo, impaurito.

Lunica cosa che gli dava davvero forza era il ricordo di quella notte. Di come il mondo possa spezzarsi in un secondo. Di come una persona, il tuo intero universo, possa sparire dun tratto, e tu saresti pronto a muovere montagne pur di riportarla indietro

Tutto il resto era diventato leggero, come polvere davanti alla vera, autentica quiete.

Come se una linea sottile avesse diviso il mondo in Due: il Prima e il Dopo della paura più grande.
Tutte le altre paure, sciolte via come zucchero nel caffè.

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