La cosa più importante La febbre di Livia salì in un attimo. Il termometro segnava 40,5 e quasi subito iniziarono le convulsioni. Il corpo della bambina si irrigidiva così bruscamente che Irene rimase pietrificata per un secondo, senza credere ai suoi occhi, poi si gettò sulla figlia, stringendo i denti per la paura. Livia cominciava a soffocare nella schiuma, il respiro si faceva sempre più affannato, come se qualcuno la strozzasse dall’interno. Irene cercava di aprirle la bocca — le dita scivolavano, non rispondevano, ma alla fine ci riuscì. La bambina improvvisamente si afflosciò, svenne. Cinque, dieci minuti — nessuno avrebbe potuto dirlo. Il tempo passava, ma non erano i secondi a scandirlo: era il battito di Irene, che sentiva esplodere nelle tempie. Controllava che la lingua non le blocchi il respiro, le sorreggeva la testa quando le scosse la scuotevano più di una scossa elettrica. Era come se contasse solo una cosa: Livia doveva inspirare ancora. Livia doveva tornare. Urlava — in cucina, contro i muri, nel vuoto e verso il cielo. Urlava al telefono il nome di sua figlia al 118 con una disperazione tale che sembrava trattenerla in vita solo grazie a quel grido. Chiamando Massimo, Irene riuscì a dire solo, piangendo e singhiozzando: — Livia… Livia è quasi morta… Ma nella cornetta Massimo capì solo una parola: morta. Si prese il cuore, sentì una fitta così acuta che gli sembrava di avere un coltello rovente nel petto. Le gambe si piegarono e scese lentamente, quasi senza rumore, dalla sedia al pavimento, come uno che improvvisamente si svuota di tutto — energie, pensieri, futuro… Cercavano di sostenerlo, di rialzarlo, ma il corpo non rispondeva. Qualcuno portò delle gocce, qualcuno dell’acqua, qualcuno lo accarezzava sulla schiena — tutti dicevano qualcosa di rassicurante, ma le parole si infrangevano sulla sua disperazione come onde contro il molo. Massimo non riusciva a riprendersi. Le dita tremavano, il bicchiere sbatteva contro i denti, e dalla gola uscivano solo suoni spezzati: — È-è… mo-mor-ta… Li-livia… è morta… Le labbra diventavano bianche, il respiro si spezzava, le mani erano come estranee. Il capo, dottor Vitale, senza perdere tempo, prese Massimo sotto braccio e lo trascinò nel suo enorme fuoristrada. La portiera sbatté così forte che dentro tutto vibrò. — Dove? Dove dobbiamo andare?! — urlava dritto in faccia a Massimo, cercando di risvegliarlo. Quello sedeva come accecato, con gli occhi spalancati. Per alcuni secondi nemmeno sbatteva le palpebre, intrappolato tra realtà e incubo. — L’ospedale… pediatrico comunale… — sussurrò infine Massimo, ed ogni parola usciva attraversando il dolore, la paura, un grido straziante nella gola. L’ospedale era lontano — troppo lontano per chi aveva appena sentito la parola più terribile della sua vita. Il dottor Vitale accelerò, il fuoristrada sobbalzava da una corsia all’altra, i semafori erano solo luci prive di senso. Rosso, verde – chi se ne frega! Una volta, all’incrocio, incrociarono un SUV nero che apparve dal nulla. Solo pochi centimetri li separavano dallo schianto. Vitale sterzò, la macchina scivolò di lato, le gomme stridettero, e dalle ruote volavano scintille. Il secondo SUV sfrecciò, lasciando solo il puzzo di gomma bruciata e la sensazione che la morte fosse passata loro accanto, sfiorandoli. Massimo non se ne rese conto. Le lacrime non si fermavano. Sedeva, rannicchiato, con le nocche sulle labbra, per non esplodere in un pianto disperato. E all’improvviso… una scintilla. Come se qualcuno avesse acceso, per un istante, il proiettore dei ricordi. Livia ha tre anni. Un’angina terribile, il termometro segna cifre da far gelare il sangue agli adulti. L’ambulanza le fa una puntura, raccomanda le supposte. La piccola Livia è sul letto col pigiama coi coniglietti, tutta calda e sudata. Irene la convince da mezz’ora. Livia singhiozza, si strofina gli occhi coi pugni, poi finalmente cede e dice tristemente: — Va bene, fai pure… basta che non la accendi! Massimo allora per poco non si accasciò a terra dal ridere. Erano stati in chiesa pochi giorni prima. E lei aveva capito che le candele si accendono. Il dottor Vitale imboccò il viale — lungo, avvolto dai fari della sera, freddo come la lama di un coltello. E la memoria picchiò un altro fotogramma. Due settimane dopo, Livia si arrampica su un enorme armadio. Scimmietta piccolina, agile e ribelle. Arriva quasi al soffitto e ride tutta fiera. Un attimo dopo l’armadio comincia a inclinarsi, piano piano, con angoscia. Bum. Il mobile pesante crolla. Irene urla, Massimo si lancia, ma è tardi. Il tonfo squarcia la stanza. Livia sopravvive. Lividi, lacrime, paura e una cioccolata enorme, con cui cercano di spegnere il suo pianto. Appena vede il cioccolato, Livia cambia espressione — come se qualcuno premesse un interruttore invisibile. Smette di piangere, si soffia il naso sulla manica e chiede: — Posso prenderne subito due? Il cioccolato, per lei, era come un tasto d’emergenza della felicità. Massimo allora pensò che se dessero cioccolato negli ospedali, l’umanità avrebbe già inventato la vita eterna. Poi… Silenzio in casa, sera, la lampada brilla soffusa. Irene dice: — Domani andiamo in chiesa. Mettiamo un cero per la salute. E Livia, seria come non mai, domanda: — Nel sedere?… Irene si coprì il volto, Livia li fissava come a dire: “Ma perché ridete?” E adesso, in macchina, quella battuta buffa gli punge il cuore. Perché proprio in quell’assurdità era racchiusa la vita stessa. La sua vita. Il capo riuscì a portare Massimo all’ospedale. Arrivarono di colpo, come se la macchina avesse avuto paura di perdere anche un secondo. – La piccola Livia è viva, – fu la prima cosa che sentì Massimo – l’hanno subito portata in rianimazione, da ore i medici non dicono nulla. Fecero entrare Irene. A Massimo non restava che attendere e pregare… ——- Era l’una di notte — quell’ora in cui il mondo sembra fermarsi, sprofondando in una solitudine infinita. Massimo alzò lo sguardo e trovò con gli occhi la finestra del secondo piano, dove la sua bambina lottava tra la vita e la morte. Nella finestra, come in un film dell’orrore, apparve Irene. Immobile, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo dritto attraverso il vetro, proprio verso di lui. Nessun gesto, nessun sospiro, nessun tentativo di prendere il telefono. Lui agitò la mano, come se potesse scacciare la paura con quel gesto. Chiamò – ma lei non rispose. Solo lo guardava, come un’ombra, come un fantasma d’amore che temeva di sparire al minimo movimento. Ed ecco, il suo telefono squillò. Breve. Secco. Dissero solo: — Entri. E subito chiusero. Il terrore piombò su di lui, denso come miele. Cercò di alzarsi — le gambe non rispondevano. Il corpo rifiutava di muoversi, come se la terra volesse trattenerlo, non lasciarlo entrare, per non fargli sentire la parola più temuta. Sapeva che doveva andare, ma la paura lo paralizzava. In quel momento uscì l’infermiera. Giovane, stanca, con le sue crocs lise. Si diresse verso di lui. Massimo la guardava e dentro tutto crollava. Tutto. Fine. Ora lei lo dirà. L’infermiera si avvicinò, si chinò un poco, e disse piano, ma chiaro, come un verdetto — ma luminoso: — Si salverà. L’emergenza è passata… Il mondo prese a girare. Le labbra tremavano, diventavano estranee, senza forza, come se non fossero sue. Cercava di dire almeno “grazie”, almeno “Dio”, almeno respirare come si deve. Ma invece le labbra si muovevano appena, le mani tremavano, e sul viso scorrevano le lacrime — calde, vive. —— Da quella notte molte cose smisero di avere importanza per Massimo. Non temeva più di perdere il lavoro. Non aveva paura di sembrare ridicolo, confuso, goffo. L’unica cosa che davvero lo teneva in piedi era il ricordo di quella notte. Di come in un secondo tutto può finire. Di quanto sia fragile la presenza di chi ami più della tua vita, per cui sposteresti montagne… Tutto il resto aveva perso peso. Sembrava che la linea sottile della paura avesse diviso il mondo in Prima e Dopo. Tutte le altre paure si erano dissolte come rumore inutile, lasciando spazio al silenzio della verità.

La cosa più importante

La febbre di Caterina salì così in fretta che pareva impossibile. Il termometro indicava 40,5, poi le convulsioni iniziarono quasi subito. Il corpo della bambina si inarcava con tale violenza che Irene rimase immobile un istante, incredula, poi corse dalla figlia, trattenendo a fatica il tremito.

Caterina iniziò a schiumare dalla bocca, annaspava, come se qualcuno la stesse strangolando dall’interno. Irene cercava di aprirle la boccale dita scivolavano, non obbedivanoma alla fine ci riuscì. Allimprovviso il corpicino di Caterina si rilassò del tutto, sprofondando nellincoscienza. Cinque, forse dieci minuti, nessuno avrebbe saputo dire con certezza; il tempo passava non a secondi, ma a battiti di cuore scanditi nelle tempie di Irene.

Non distoglieva mai gli occhi, assicurandosi che la lingua non ostruisse il respiro, sorreggeva la testa di Caterina mentre le convulsioni la scuotevano come scariche di corrente. Per Irene, esisteva una sola cosa: Caterina doveva ricominciare a respirare. Doveva tornare.

Gridavaverso la cucina, le pareti, nel vuoto e verso il cielo. Urlava dentro al telefono 118 il nome della figlia con una disperazione così forte che pareva volerla trattenere in vita a forza di voce.

Quando chiamò Massimo, piangendo e singhiozzando, riuscì solo a sussurrare:
Caterina Caterina ha rischiato di morire

Ma allaltro capo, Massimo capì solo una parola, breve e tremenda: morta.

Sentì uno strappo al petto, il dolore acuto come una lama infuocata. Le gambe si piegarono, e lentamente, quasi senza suono, scivolò dalla poltrona al pavimento, come un uomo che improvvisamente ha esaurito tuttoforze, pensieri, futuro.

Cercavano di rialzarlo, di sorreggerlo, qualcuno gli avvicinava delle gocce, dellacqua, qualcun altro lo accarezzava sulla schienatutti dicevano parole di conforto, ma si infrangevano contro la disperazione di Massimo come onde contro uno scoglio.

Non riusciva a riprendersi. Le dita tremavano in preda ai crampi, il bicchiere batteva sui denti, e dalla gola uscivano solo frammenti confusi, come ingranaggi rotti:
C-ca… te… ri… na… mo… morta…
Le labbra livide, il respiro spezzato, le mani senza forza.

Il capo, Vittorio Benetti, non perse un attimo: sollevò Massimo sotto le braccia e quasi lo trascinò nel suo grande SUV. La portiera si richiuse così di scatto che tutto dentro risuonò deco.
Dove? Dove andiamo?! urlava cercando di scuotere la coscienza di Massimo.

Lui sedeva lì, come accecato, con gli occhi spalancati e vuoti. Rimase così per alcuni secondi, sospeso tra il reale e lincubo.
Lospedale pediatrico comunale sussurrò infine, come se ogni parola uscisse dalla gola a fatica, tra dolore e terrore.

Lospedale era lontanotroppo lontano per chi aveva appena sentito la peggiore delle notizie. Vittorio Benetti affondò il piede sullacceleratore; il SUV saltava da una corsia allaltra, i semafori erano solo colori sfocati. Rosso, verdenon importava.

A un incrocio sbucarono dimprovviso davanti a un grande fuoristrada nero che parve spuntare dal nulla.
Li separavano solo pochi centimetri dallimpatto. Vittorio Benetti girò di colpo, lauto sbandò, le gomme urlarono, scintille si sprigionarono dai freni.

Il secondo SUV sfrecciò via, lasciando dietro lodore acre della gomma bruciata e la sensazione che la morte fosse appena passata così vicino da sfiorarli.

Massimo non se ne accorse.
Le lacrime riversate senza sosta. Era piegato in avanti, il pugno sulle labbra per non piangere a voce alta.

E poi una scintilla di memoria. Come qualcuno che facesse scorrere un film nel suo cervello.
Caterina aveva tre anni. Unangina tremenda, il termometro segnava cifre che gelavano il sangue. Lambulanza fece uniniezione, consigliarono le supposte.

La piccola Caterina in piedi sul letto, la pigiama con i coniglietti, rossa e madida di lacrime. Irene la convinceva da mezzora. Caterina singhiozzava, si sfregava gli occhi, alla fine si arrese e disse mesta:
Va bene, basta che non la accendi!
Massimo quasi si accasciò dal ridere. Pochi giorni prima erano andati in chiesa, e lei aveva notato che le candele si accendono.

Vittorio guidò sul vialelungo, illuminato dalla luce dei lampioni, gelido come una lama.

E la memoria colpì ancora.
Dopo un paio di settimane, Caterina si arrampicava sullarmadio grande della camera. Una piccola scimmietta, agile e ribelle. Era quasi sotto al soffitto e strillava con orgoglio.
Ma larmadio iniziò a inclinarsi, lento e minaccioso. Boom. Il mobile cadde. Irene gridò, Massimo si lanciò avanti, ma troppo tardi. Il tonfo squarciò il silenzio della casa.

Caterina si salvò. Lividi, lacrime, spavento e una grossa tavoletta di cioccolato con cui cercarono di calmare il pianto.
Appena vide il cioccolato, Caterina si trasformò come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Smise di piangere, si soffiò il naso e domandò:
Posso averne due?
Il cioccolatoera il suo bottone demergenza per la felicità.
Massimo pensò che se nelle corsie dospedale regalassero cioccolato, forse lumanità avrebbe già scoperto limmortalità.

Poi
La quiete serale in casa, la lampada che diffonde una luce soffusa.
Irene dice:
Domani andiamo in chiesa. Accendiamo una candela per la salute.
E Caterina, serissima:
Nel sedere, vero?
Irene si coprì il viso, Caterina li osservava con la sua aria: Beh, vi decidete o no a smettere di ridere?

E proprio quella frase buffa, ora, colpiva Massimo al cuore.
Perché era in quelle piccole assurdità che viveva lo spirito di Caterina.
La sua vita.

Il capo riuscì a portare Massimo allospedale. Arrivarono di scatto, come se la macchina stessa temesse di indugiare.
– Caterina è viva, – fu la prima cosa che gli dissero, – lhanno portata subito in rianimazione, i medici non parlano da ore.

Fecero entrare Irene. A Massimo non restava che aspettare e pregare

—–
Era luna di nottequando il mondo sembra fermo, sospeso in uninfinita solitudine. Massimo alzò lo sguardo e trovò la finestra al secondo piano dove la sua bambina lottava per vivere.

Come in una scena di un film che fa paura, apparve Irene alla finestra. Rimaneva ferma, le mani lungo i fianchi, lo sguardo fisso verso di lui, dritto attraverso il vetro. Nessun gesto, nessun respiro, nemmeno una mano al telefono.

Agitò la mano verso di lei, come per scacciare la paura che li univa. Chiamònon rispose. Solo lo guardava, come unombra, lo spettro di un amore che se si muove rischia di sparire.

Il telefono squillò di colpo. Breve, secco.
Dissero soltanto:
Entrate.
E riattaccarono.

Il terrore lo avvolse denso come il miele. Provò ad alzarsile gambe non rispondevano. Sembrava che la terra stessa lo tenesse fermo, per impedirgli di sentire la notizia che temeva.

Sapeva che doveva entrare, ma la paura lo paralizzava.

In quel momento uscì uninfermiera. Giovane, stanca, con i Crocs consumati. Si diresse verso di lui.

Massimo la guardava e dentro di sé tutto crollò.
Tutto. Fine. Ora parlerà.

Lei si avvicinò, si chinò un po e disse, con voce chiara e tranquilla, quasi come una sentenza luminosa:
Vivrà. Il peggio è passato

Il mondo sbandò.

Le labbra tremavano, ormai estranee, senza volontà, come se non fossero sue. Riusciva a malapena a muoverle, a dire grazie, o solo Dio, magari a respirare con normalità. Ma dalla bocca uscivano solo smorfie; le mani tremavano, e le lacrimecalde, verescorrevano sul viso.

—–
Dopo quella notte, molte cose persero senso per Massimo.
Non temeva più di perdere il lavoro. Non aveva più paura del ridicolo, della goffaggine, dello smarrimento.
Lunica cosa che davvero contava era il ricordo di quella notte. La consapevolezza che il mondo può svanire in un istante. Che una persona per cui daresti tutto può sparire in un respiro

Tutto il resto smise di avere peso.
Come se ci fosse una linea sottile tracciata dalla paura, a dividere il mondo di Prima e quello di Dopo.

Tutte le altre paure si dissolvettero nel nulla, lasciando spazio solo a ciò che è davvero importante: amare, ricordare, ringraziare ogni giorno e ogni respiro.

Perché la vita si misura nella luce che lasciamo nel cuore degli altri, e ogni momento, anche il più semplice, può essere un dono destinato a non tornare.

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La cosa più importante La febbre di Livia salì in un attimo. Il termometro segnava 40,5 e quasi subito iniziarono le convulsioni. Il corpo della bambina si irrigidiva così bruscamente che Irene rimase pietrificata per un secondo, senza credere ai suoi occhi, poi si gettò sulla figlia, stringendo i denti per la paura. Livia cominciava a soffocare nella schiuma, il respiro si faceva sempre più affannato, come se qualcuno la strozzasse dall’interno. Irene cercava di aprirle la bocca — le dita scivolavano, non rispondevano, ma alla fine ci riuscì. La bambina improvvisamente si afflosciò, svenne. Cinque, dieci minuti — nessuno avrebbe potuto dirlo. Il tempo passava, ma non erano i secondi a scandirlo: era il battito di Irene, che sentiva esplodere nelle tempie. Controllava che la lingua non le blocchi il respiro, le sorreggeva la testa quando le scosse la scuotevano più di una scossa elettrica. Era come se contasse solo una cosa: Livia doveva inspirare ancora. Livia doveva tornare. Urlava — in cucina, contro i muri, nel vuoto e verso il cielo. Urlava al telefono il nome di sua figlia al 118 con una disperazione tale che sembrava trattenerla in vita solo grazie a quel grido. Chiamando Massimo, Irene riuscì a dire solo, piangendo e singhiozzando: — Livia… Livia è quasi morta… Ma nella cornetta Massimo capì solo una parola: morta. Si prese il cuore, sentì una fitta così acuta che gli sembrava di avere un coltello rovente nel petto. Le gambe si piegarono e scese lentamente, quasi senza rumore, dalla sedia al pavimento, come uno che improvvisamente si svuota di tutto — energie, pensieri, futuro… Cercavano di sostenerlo, di rialzarlo, ma il corpo non rispondeva. Qualcuno portò delle gocce, qualcuno dell’acqua, qualcuno lo accarezzava sulla schiena — tutti dicevano qualcosa di rassicurante, ma le parole si infrangevano sulla sua disperazione come onde contro il molo. Massimo non riusciva a riprendersi. Le dita tremavano, il bicchiere sbatteva contro i denti, e dalla gola uscivano solo suoni spezzati: — È-è… mo-mor-ta… Li-livia… è morta… Le labbra diventavano bianche, il respiro si spezzava, le mani erano come estranee. Il capo, dottor Vitale, senza perdere tempo, prese Massimo sotto braccio e lo trascinò nel suo enorme fuoristrada. La portiera sbatté così forte che dentro tutto vibrò. — Dove? Dove dobbiamo andare?! — urlava dritto in faccia a Massimo, cercando di risvegliarlo. Quello sedeva come accecato, con gli occhi spalancati. Per alcuni secondi nemmeno sbatteva le palpebre, intrappolato tra realtà e incubo. — L’ospedale… pediatrico comunale… — sussurrò infine Massimo, ed ogni parola usciva attraversando il dolore, la paura, un grido straziante nella gola. L’ospedale era lontano — troppo lontano per chi aveva appena sentito la parola più terribile della sua vita. Il dottor Vitale accelerò, il fuoristrada sobbalzava da una corsia all’altra, i semafori erano solo luci prive di senso. Rosso, verde – chi se ne frega! Una volta, all’incrocio, incrociarono un SUV nero che apparve dal nulla. Solo pochi centimetri li separavano dallo schianto. Vitale sterzò, la macchina scivolò di lato, le gomme stridettero, e dalle ruote volavano scintille. Il secondo SUV sfrecciò, lasciando solo il puzzo di gomma bruciata e la sensazione che la morte fosse passata loro accanto, sfiorandoli. Massimo non se ne rese conto. Le lacrime non si fermavano. Sedeva, rannicchiato, con le nocche sulle labbra, per non esplodere in un pianto disperato. E all’improvviso… una scintilla. Come se qualcuno avesse acceso, per un istante, il proiettore dei ricordi. Livia ha tre anni. Un’angina terribile, il termometro segna cifre da far gelare il sangue agli adulti. L’ambulanza le fa una puntura, raccomanda le supposte. La piccola Livia è sul letto col pigiama coi coniglietti, tutta calda e sudata. Irene la convince da mezz’ora. Livia singhiozza, si strofina gli occhi coi pugni, poi finalmente cede e dice tristemente: — Va bene, fai pure… basta che non la accendi! Massimo allora per poco non si accasciò a terra dal ridere. Erano stati in chiesa pochi giorni prima. E lei aveva capito che le candele si accendono. Il dottor Vitale imboccò il viale — lungo, avvolto dai fari della sera, freddo come la lama di un coltello. E la memoria picchiò un altro fotogramma. Due settimane dopo, Livia si arrampica su un enorme armadio. Scimmietta piccolina, agile e ribelle. Arriva quasi al soffitto e ride tutta fiera. Un attimo dopo l’armadio comincia a inclinarsi, piano piano, con angoscia. Bum. Il mobile pesante crolla. Irene urla, Massimo si lancia, ma è tardi. Il tonfo squarcia la stanza. Livia sopravvive. Lividi, lacrime, paura e una cioccolata enorme, con cui cercano di spegnere il suo pianto. Appena vede il cioccolato, Livia cambia espressione — come se qualcuno premesse un interruttore invisibile. Smette di piangere, si soffia il naso sulla manica e chiede: — Posso prenderne subito due? Il cioccolato, per lei, era come un tasto d’emergenza della felicità. Massimo allora pensò che se dessero cioccolato negli ospedali, l’umanità avrebbe già inventato la vita eterna. Poi… Silenzio in casa, sera, la lampada brilla soffusa. Irene dice: — Domani andiamo in chiesa. Mettiamo un cero per la salute. E Livia, seria come non mai, domanda: — Nel sedere?… Irene si coprì il volto, Livia li fissava come a dire: “Ma perché ridete?” E adesso, in macchina, quella battuta buffa gli punge il cuore. Perché proprio in quell’assurdità era racchiusa la vita stessa. La sua vita. Il capo riuscì a portare Massimo all’ospedale. Arrivarono di colpo, come se la macchina avesse avuto paura di perdere anche un secondo. – La piccola Livia è viva, – fu la prima cosa che sentì Massimo – l’hanno subito portata in rianimazione, da ore i medici non dicono nulla. Fecero entrare Irene. A Massimo non restava che attendere e pregare… ——- Era l’una di notte — quell’ora in cui il mondo sembra fermarsi, sprofondando in una solitudine infinita. Massimo alzò lo sguardo e trovò con gli occhi la finestra del secondo piano, dove la sua bambina lottava tra la vita e la morte. Nella finestra, come in un film dell’orrore, apparve Irene. Immobile, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo dritto attraverso il vetro, proprio verso di lui. Nessun gesto, nessun sospiro, nessun tentativo di prendere il telefono. Lui agitò la mano, come se potesse scacciare la paura con quel gesto. Chiamò – ma lei non rispose. Solo lo guardava, come un’ombra, come un fantasma d’amore che temeva di sparire al minimo movimento. Ed ecco, il suo telefono squillò. Breve. Secco. Dissero solo: — Entri. E subito chiusero. Il terrore piombò su di lui, denso come miele. Cercò di alzarsi — le gambe non rispondevano. Il corpo rifiutava di muoversi, come se la terra volesse trattenerlo, non lasciarlo entrare, per non fargli sentire la parola più temuta. Sapeva che doveva andare, ma la paura lo paralizzava. In quel momento uscì l’infermiera. Giovane, stanca, con le sue crocs lise. Si diresse verso di lui. Massimo la guardava e dentro tutto crollava. Tutto. Fine. Ora lei lo dirà. L’infermiera si avvicinò, si chinò un poco, e disse piano, ma chiaro, come un verdetto — ma luminoso: — Si salverà. L’emergenza è passata… Il mondo prese a girare. Le labbra tremavano, diventavano estranee, senza forza, come se non fossero sue. Cercava di dire almeno “grazie”, almeno “Dio”, almeno respirare come si deve. Ma invece le labbra si muovevano appena, le mani tremavano, e sul viso scorrevano le lacrime — calde, vive. —— Da quella notte molte cose smisero di avere importanza per Massimo. Non temeva più di perdere il lavoro. Non aveva paura di sembrare ridicolo, confuso, goffo. L’unica cosa che davvero lo teneva in piedi era il ricordo di quella notte. Di come in un secondo tutto può finire. Di quanto sia fragile la presenza di chi ami più della tua vita, per cui sposteresti montagne… Tutto il resto aveva perso peso. Sembrava che la linea sottile della paura avesse diviso il mondo in Prima e Dopo. Tutte le altre paure si erano dissolte come rumore inutile, lasciando spazio al silenzio della verità.