La donna le parlava cu compasione, sussurrando parole piene di malinconia; raccontava dellisolamento che la circondava come una nebbia spessa. Raccontava che la sua pensione misera finiva tutta nellaffitto dellappartamento scrostato in periferia e nelle medicine di cui aveva sempre più bisogno; del cibo, quasi nulla restava. Una vecchia amica, commossa, le pagava di tanto in tanto la spesa: un sacchetto di spaghetti, una fetta di pane raffermo, un po di formaggio.
Un giorno, ricevetti una telefonata dalla mia amica dinfanzia, Giulia, e mi chiese se tutto andasse bene nella mia famiglia. Era successo un fatto strano: il suo fidanzato aveva visto per caso mia nonna in un piccolo alimentari di Trastevere, lontanissimo dal quartiere dove abita.
Mia nonna si chiama Lelia, ha ancora occhi vivaci dietro le lenti spesse e i capelli sempre raccolti in uno chignon un po sbilenco. Era stata insegnante di matematica, ora la circonda un esercito di ex-alunni che la saluta per strada con rispetto e calore. Ma in quel negozio minuscolo, il mio amico aveva intravisto una signora che nel volto non aveva la fermezza della professoressa Lelia, ma la tristezza di unanima stanca.
Alla donna che lascoltava in fila alla cassa, Lelia aveva narrato le sue fatiche con voce pacata: “Sono sola, ho bisogno di aiuto. La pensione vola via per il fitto e le pastiglie, per la pasta e il latte non rimane quasi nulla.” Con discrezione, la donna solidale aveva infilato di nascosto qualche scatoletta e pacco di biscotti nella borsa di Lelia, come se regalasse coriandoli in una giornata di pioggia.
Qualche ora dopo, Giulia incrociò una signora anziana alluscita di un supermercato e le si avvicinò timida, trascinando i piedi nel sogno. Ma la vecchietta le fece cenno con la mano, sussurrò “torna indietro” e poi svanì, come succede spesso nei sogni confusi. Pensai ad un equivoco: la nonna di Giulia, in fondo, ha sempre vissuto nel lusso e la aiutavamo spesso. Eppure, si scoprì che la donna voleva solo acquistare un po di alimenti per sé.
Quella sera, indossando i sandali da casa come per camminare sopra una nuvola, andai a trovare Lelia. Lasciai da parte ogni cautela: glielo chiesi direttamente. Dopo aver ascoltato la sua risposta, sentii di non riuscire più a guardarla con gli stessi occhi.
Mi confessò di aver voluto testare una nuova strategia qualcosa di buffo e quasi magico che aveva scoperto da sola. Partiva di buon mattino e camminava il più lontano possibile, quasi volesse uscire dal sogno e perdere la via di casa. Incontrava persone mai viste, ma quasi sempre cera un volto familiare: quelli che incrociava le donavano generi alimentari con un sorriso sognante. Ne riceveva così tante borse che il ritorno a casa, invece di essere un viaggio di ritorno, era un pellegrinaggio verso la chiesa del quartiere, dove lasciava tutte le sue provviste ai più bisognosi.
“È la mia piccola statistica dei miracoli,” mi disse, “funziona sei volte su dieci. Così non mi sento mai sola davvero.” Pensai che fosse una stranezza bella e terribile al tempo stesso: da ragazza, Lelia aveva collezionato francobolli; ora collezionava sguardi e gentilezze in giro per Roma, invece di prendere un cagnolino o un criceto per compagnia, come fanno altre vecchiette.
“Promettimi solo di non raccontare a nessuno,” mi disse Giulia sul portone, quando la mattina tornai a casa e il sogno sembrava ancora non finito. E io non dissi nulla, perché i segreti delle nonne sanno di focaccia tiepida: si sciolgono in bocca e spariscono subito.





