La Famiglia di Masha

15 aprile 2025

Oggi mi son ritrovata a ripensare alla strana vicenda di Gabriele, mio unico figlio, e alla sua scelta impulsiva di una sposa. Ricordo ancora quando tornò dalla caserma, ancora con la fronte rossa di addestramento e il sangue che ribolliva per ladrenalina. In un bar di Napoli, una ragazza furba gli fece gli occhi dolci e, senza neanche una discussione, accettò tutto quello che gli veniva proposto. Piccola, tozza, con le gambe corte, senza vita, viso largo, occhi minuti e stretti. Per me, il nome di Giulia non poteva andare bene a una futura nuora, e le amiche non dissero altro: Non è né qui né lì, è un tre negativo. Scuola di educazione e università?, sussurravano.

Gabriele era un bel ragazzo sportivo, uno studente modello, che subito dopo lo sbocco militare tornò sui banchi delluniversità. La ragazza che incontrò per caso lo fece rimanere incinta al primo appuntamento. Lha voluto apposta!, le dicevano le zie. Giulia non è la sua metà! Così, con la testa piena di sogni, Gabriele decise di sposarsi. Io, in quei pomeriggi di chiacchiere con le vecchie compagne di classe, sfogai il mio cuore, ma a casa, con brevi scambi con mio figlio, preferii tacere.

Gli occhi di Gabriele erano così luminosi che temetti che la notte potesse rubargli la serenità, o che, in qualche modo, deludessi il ragazzo. Mi tornò in mente la volta in cui, a diciannove anni, rimasi incinta prima dei ventanni, poco prima del mio compleanno, e partorii quasi a sorpresa.

Da piccolo Gabriele era spesso malato, ma crebbe forte, si dedicò allo sport e sorprendeva tutti, non solo per la voglia di sposarsi. Io, sebbene non fossi felice, feci di tutto per non mostrarlo. Un figlio non è mai colpevole degli errori dei genitori. Volevo che il mio ragazzo fosse un uomo onesto, con nome e cognome, e fosse un padre responsabile, e lo sostenevo con tutto il cuore.

Decisi di non comportarmi come la vecchia suocera che non ha mai voluto accettare la nuora fin dal primo giorno e, fino al divorzio dei genitori di Gabriele, non le ha mai detto una parola gentile. Non si incontrarono mai, nonostante vivessero nella stessa città.

Mia madre, vedova con un figlio, mi accolse nella sua piccola casa di Roma. Prima di morire, riuscì a registrarmi lappartamento, così da non lasciarmi senza un tetto. Mi rallegra il pensiero che limmobile rimarrà nella famiglia.

Non credevo in Dio, ma rispettavo le pratiche della nonna che, ogni anno, si recava in chiesa per chiedere una benedizione. Conservavo le sue foto, gli album, e appesi al muro della cucina il ritratto del nonno partigiano in una nuova cornice. La nonna, nei suoi giovani anni, ricordava un po la celebre attrice Lidia Biondi.

Gabriele, ormai cresciuto, era un bel ragazzo. In autunno, mi chiese se potesse vivere ancora un po da me, o se dovesse andare subito al dormitorio universitario. Prese una pentola di ribollita e promise di non combinare guai se io avessi detto di sì. Dopo un attimo di riflessione, gli dissi:

Porta Giulia qui. Scambieremo le stanze. Ti darò il grande, per tre persone ti basta.

Gabriele saltò su, mi baciò e sussurrò, quasi a mezza voce:

Mamma, sei la migliore al mondo! Non preoccuparti, troverò un lavoro parttime. Non ti graverò!

Io, non volendo rovinare la sua felicità, feci finta di non vedere i suoi occhi pieni di speranza, sapendo che la vita di una coppia di studenti era ben più complicata di quanto sembrasse.

Il nostro piccolo appartamento cominciò a subire le contraddizioni della vita quotidiana: pagavo un salario modesto alla Biblioteca Centrale di Firenze, dirigendo il reparto Letteratura contemporanea. Con il tempo, gli anni 90 mostrarono la loro faccia più dura: promesse di libertà, ma anche disoccupazione, violenza nei corridoi dei condomini, e un aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari. Le amicizie di Maria, la mia vecchia amica di università, si frantumarono una dopo laltra; i loro mariti sparivano per lavoro o per alcol.

Di notte, i vicini sparavano dal portone, il sangue si mescolava al selciato. Le fabbriche non pagavano più gli stipendi, e il mio stipendio sembrava un sussurro rispetto al costo della vita. Gabriele, invece, continuava a studiare, aiutava gli anziani nei campi, e il suo sorriso rimaneva intatto nonostante le difficoltà.

Giulia, con il suo pancione, scalava faticosamente le scale della nostra vecchia palazzina Khrushchev senza ascensore, finché, dopo un parto difficile, al primo mattino mostrò al marito il suo neonato nella finestra:

Figlio, come lo chiameremo? chiese, e negli occhi le brillava una piccola lampada di speranza.

Il piccolo cresceva veloce: a nove mesi già camminava, a un anno iniziò a parlare. Lo portavo al parco, lo divertivo, e lui non piangeva inutilmente; quando piangeva, cercavo sempre la causa. Era una piccola luce, come la madre, bello come il padre.

Durante la sessione universitaria, il nostro nipotino Dario, figlio di Giulia, faceva visita a me, a sua nonna, a una coppia di veterani, e a me stessa. Mangiava bene, dormiva tanto e si comportava esattamente come ne descrivono i libri di pediatria.

Il tempo passava, le difficoltà della vita quotidiana sembravano scolpire caratteri più forti. Il nostro piccolo, non più un pianto incessante, dormiva a lungo, sorrideva spesso e, quando si arrabbiava, noi lo accarezzavamo e gli spiegavamo che il silenzio è un dono.

Avvicinandoci al Capodanno, mi vergognavo ancora di non aver incontrato i genitori di Giulia. Si erano sposati da poco senza nessuna cerimonia, e noi non li avevamo mai invitati a casa, neanche durante le festività. Decisi quindi di prendere il nipotino e prendere il pullman verso la piccola cittadina di Viterbo, dove la madre di Giulia, la signora Anita, ci attendeva con una folla di dieci persone che agitavano le mani.

Un cartello Benvenuti! appeso alla porta del nostro alloggio ci fece ridere: Cerano dieci persone, ma nessuno ha portato il cartello. Sul portale cera scritto in grandi lettere colorate I bambini di Ivan e Zina, fratelli e sorelle di Giulia, vi accolgono. Quando mi sono resa conto che la stanza era per me, il cuore si è fermato per un attimo. Il nipotino fu portato via vicino allautobus e non lo volle più restituire. Lì, accanto a noi, la nonna Anita mi offrì una tazza di tè alla menta con un dolcetto, firmato da tre mani diverse, probabilmente da suo fratello, dalla sorella e da un nipote.

Mi ha scritto una lettera:

Cara Maria, ti abbracciamo forte! Sogni doro nella tua nuova casa! Che un cavaliere ti visiti nei sogni!

Il tono era affettuoso, quasi beffardo, perché la loro cagna (cugina) era divorziata. La mattina successiva, dei ragazzini curiosi ci chiedevano se il nostro cavaliere era davvero apparso nei sogni, e la nonna, con il suo grembiule, rispondeva:

Non ti sorprende? Il volto è come quello di una bambina! Le labbra sono rosate, è una sposa pura! E ora ti sposi al cane!

Il nipotino fu poi mandato a studiare medicina in una grande città. La nonna Anita, ormai anziana, ci invitava ogni tanto a prendere una tazza di liquore al miele, promettendo una sauna la sera successiva. Alla fine, le sue parole mi hanno rassicurato:

Tornerà il tuo tesoro, non temere! È il nostro ragazzo, è tornato. Abbiamo fatto una slitta per lui! disse, indicando le slitte che usano i miei nipoti.

Quando tornai a casa, trovai Dario in unaltra casa, un villaggio vicino. Mi sentii vergognosa, ma anche responsabile. Alla fine, grazie a una tazza di tè, un cucchiaino di miele e una piccola dose di grappa, la nonna Anita mi tranquillizzò. La vita, col tempo, ha messo ordine: Dario ha una piccola casa di campagna, la nonna Anita è morta da poco, ma la sua voce rimane nei nostri ricordi, cantando canzoni per tre giorni e tre notti, come in un vecchio aneddoto.

Ora, a sessantadue anni, mi sento ancora viva. Le mie giornate sono piene di visite di studenti, di lezioni di storia al liceo per Gabriele, e di costruzioni di orti sul balcone. Giulia ha aperto una piccola ditta edile, è libera, ha una piccola casa in affitto, e frequenta un contabile divorziato. Io, invece, non sono più sola: la casa è piena di nipoti, di amici, di calzini a mano, di conserve e di risate.

Il tempo è passato, ma il ricordo di quella decisione impulsiva di Gabriele e del nostro piccolo giro di vita resta impresso. In fondo, la vita è fatta di piccole grandi scelte, di gesti di amore e di resilienza, e io, Maria, ne sono la testimonianza silenziosa.

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