La famiglia di mio marito è arrivata alla mia casa in campagna per rilassarsi, ma io ho consegnato loro pale e rastrelli

Ma che fai lì impalata? Su, apri quel cancello, che siamo arrivati! La voce di Rosa, la suocera, squillava forte e autoritaria, sovrastando perfino il ronzio del tagliaerba del vicino dallaltro lato del muro. Siamo venuti con i regali, con lallegria! E voi con tutto sigillato, sembra dentrare in un bunker!

Giulia rimase ferma nellorto delle fragole, asciugandosi il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Sulle guance già annerite dal terriccio le rimase una striscia, ma il decoro era davvero lultima delle sue preoccupazioni. Si raddrizzò, con la schiena dolente, e lanciò uno sguardo verso il grande cancello di ferro.

Questa visita proprio non era in programma. Neanche lombra.

Giulia incrociò lo sguardo di suo marito, Marco. Era lì accanto al capanno, col martello in mano, e sembrava confuso almeno quanto lei. Fece spallucce, senza fiato: «Non li ho invitati.»

Marcooo! si sentì ancora da fuori, stavolta con una punta di offesa. Ti sei addormentato o cosa? Ora che la mamma e tua sorella sono arrivate, tutti a nascondersi!

Giulia sospirò a fondo, si tolse i guanti e li buttò nel secchio. Lidea di un weekend produttivo sul suo tanto amato appezzamento si stava già dissolvendo, come nebbia al sole. Annui a Marco: «Vai, ormai…»

Il cancello si spalancò e nel cortile si infilò scintillante una station wagon color champagne, ancora profumata di concessionaria. Ne uscì la truppa di famiglia come una spedizione sulla Costa Amalfitana: per prima, ovviamente, Rosa donna imponente, chiassosa, in un vestito a fiori e cappello di paglia enorme. Subito dopo ecco Anna, la cognata, in pantaloncini bianchi e maglietta, che mostrava orgogliosamente le unghie appena fatte. Chiudeva la fila Luca, il marito di Anna, con la schiena curva e già uno sbadiglio pronto, che socchiudeva gli occhi al sole.

Dal bagagliaio uscirono borse di carbone, casse di Peroni e carne marinata in secchielli trasparenti.

Che afa oggi! Rosa si fece vento col cappello. Giuliè, ma che ti sei combinata? Siamo venuti per sorprenderci! Chiamo Marco e non mi risponde. Allora abbiamo detto: dai, andiamo a trovarli! Si fanno due spiedini, ci si rilassa. Tanto qui il fiume non è lontano, no?

Giulia fissava la scena con un senso di esasperante disagio. Quella villetta in campagna era tutto per lei: ereditata dalla nonna, la sua isola di pace, la terra dove ogni singolo seme aveva un significato. Quando si era sposata con Marco, il posto era un roviere abbandonato; negli ultimi tre anni, tutto il loro tempo libero (o meglio, quasi solo il suo) era stato dedicato a ridarle vita. Marco aiutava, sì, ma più per dovere che per trasporto vero. La famiglia di lui si presentava solo a festa fatta, per mangiare la frutta o farsi un pisolino sullamaca.

Buongiorno Rosa, disse Giulia con calma controllata. Sì, la sorpresa… decisamente inaspettata. Stavamo lavorando qui.

Il lavoro non scappa! rise Luca, sollevando dal bagagliaio la cassa di birre. Il weekend serve per riposare, no? Dai Marco, prendi la griglia che ci rilassiamo!

Anna intanto esplorava la proprietà con fare da padrona.

Giuli, dove sono i lettini? Io volevo prendere il sole un po… E le tue more, sono mature? Ne posso mangiare?

Ancora verdi, rispose Giulia asciutta. E i lettini sono nel capanno. Sporchi, sia chiaro.

Tanto Marco li tirerà fuori e li pulirà, tagliò corto Rosa, già accomodandosi in poltrona sulla veranda, proprio su quella che Giulia aveva comprato con amore per le sue letture serali. E tu, Giuli, vai a lavarti: la padrona di casa mica può stare come una contadina! Prepara il tavolo che abbiamo fame. Taglia un po dinsalata, cetriolini, il prezzemolo delle tue aiuole. La carne ci pensano gli uomini.

Rosa si mise in poltrona come una regina, guardando tutto con aria critica.

Quellerba alta vicino al muro… Proprio male. Marco poi la taglia. Ora siederò qui a riposare.

Giulia guardò suo marito. Marco strisciava i piedi, incapace di sollevare lo sguardo. Sapeva quanto ci tenesse lei a quei weekend: avrebbero dovuto sistemare il punto in fondo al prato per le nuove semine, ridare una mano di vernice alla staccionata, smantellare la vecchia serra… E ora? Ora la si voleva in cucina, a preparare insalatine, mentre i carissimi ospiti prendevano il sole fra una birra e una pennichella.

Dentro Giulia qualcosa si ruppe. Un senso freddo la investì.

Marco, lo chiamò. Sussultò. Vieni un attimo?

Si spostarono accanto al pozzo.

Tu sapevi che stavano arrivando? bisbigliò.

No, Giuli, lo giuro! Stamattina mamma ha chiamato per chiedere dove fossimo. Ho detto: a casa di campagna. Nientaltro! Che facciamo, li buttiamo fuori ora? Sono parenti… Potremmo resistere, fare la grigliata, stare insieme…

Resistere? Giulia quasi sorrise senza gioia. Marco, il weekend scorso non siamo venuti perché tua madre voleva andare a fare shopping. Due settimane fa era il compleanno di Anna. Ma ora il ciclo delle colture è cruciale: se non faccio tutto oggi, perdo le piantine, e la staccionata marcirà per lautunno.

Dai, Giuli…

Basta, Marco. È casa mia. Faccio io le regole. Vogliono mangiare e godersi la natura? Perfetto: niente come il lavoro allaria aperta mette appetito!

Senza aggiungere altro, Giulia marciò decisa verso il capanno, facendo un frastuono con gli attrezzi che lasciò la veranda senza fiato: tre pale, rastrelli, una zappa, una latta di vernice.

Li buttò davanti ai piedi degli ospiti, tutti esterrefatti.

Allora, cari miei, la voce era ferma e tagliente come uno scalpello, venuti senza invito? Si lavora insieme. Oggi si fa pulizia generale.

Che stai dicendo, Giuli! Noi siamo in vacanza! Anna si scostò dalla pala con una smorfia. Sei tutta matta!

Io non sono uno staff danimazione né la cuoca di nessuno, ribatté Giulia. Avevo intenzione di lavorare. Se volete restare qui con noi, aiutate. Qui, chi non lavora non mangia.

Rosa si bloccò col morso alla mela mai chiesta.

Giulia! Ma che modi sono questi? Siamo ospiti, venuti a trovare nostro figlio! Marco, intervieni! Tua moglie è impazzita, costringe la suocera a fare la fatica!

Marco si avvicinò, ma rimase in silenzio accanto alla moglie.

Rosa, prese la parola Giulia, niente sceneggiate, per favore. Questa casa è mia da prima del matrimonio. Marco aiuta perché ci tiene, perché è famiglia. Voi venite solo a cose fatte. Ora, se volete la grigliata, eccovi la zona lavori.

Distribuì gli attrezzi tra gli sguardi scandalizzati.

Luca, passò la pala al cognato coi muscoli solo per la birra, a te il pezzo più duro: quello strato dargilla lungo il muro. Finché non scavi, niente barbecue.

Luca quasi si strozzò con la Peroni.

Giulia, io sono in ferie! Ho il mal di schiena…

Il mal di schiena passa scavando, fidati. Anna! La cognata si ritrasse nel sedile come un riccio. A te il rastrello: tutta lerba tagliata dietro si porta in compostiera. E pure la fila delle carote va ripulita. Volevi abbronzarti? Bene, così la schiena prende colore senza segni.

Manco per sogno! strillò Anna. Coi soldi che ho speso per le mani! Mamma, dille tu qualcosa!

Rosa si alzò, grande e scura come un temporale sopra Giulia.

Adesso basta! Marco, porta via tutta questa ferraglia. Noi siamo ospiti, dobbiamo mangiare! Giulia, se vuoi essere scortese, dimmelo! Ma mia madre non la mando certo a zappare. E siamo anche pensionati, sclera!

Settimana scorsa festeggiavi in palestra tre ore di zumba, replicò Giulia. Quindi la forza ce lhai. Ti affido il lavoro più delicato: pitturare la staccionata vicino ai fiori. Vernice atossica. Prego.

Noi ce ne andiamo! urlò Rosa. Luca, carica tutto! Mai più un piede qui! Marco, guarda chi hai sposato! Una bisbetica! Tua madre la butta fuori!

Giulia incrociò le braccia con calma.

Non butto fuori nessuno. Propongo uno scambio equo: aiuto in cambio di ospitalità. Non volete lavorare? Non disturbatemi, ho i miei impegni.

Marco! ululò Rosa. Difendimi! Sei uomo o uno straccio?

Marco guardò i volti: la madre paonazza, la sorella offesa, il cognato che già cercava dove poggiare la birra. E poi Giulia: esausta, sporca, ma decisa più che mai. Ricordò le sue serate a disegnare aiuole, la gioia per ogni germoglio, i sogni della serra nuova.

Mamma, disse piano Marco, Giulia ha ragione.

Cosa?! tuonarono in coro.

Ha ragione, ripeté Marco, stavolta sicuro. Questa casa è sua. Io oggi devo lavorare, come promesso a lei. Volete rilassarvi? Cè un agriturismo cinque chilometri più avanti, con cuochi veri e lettini puliti. Qui oggi cè da fare.

Calo un silenzio tagliente. Si sentiva solo il brusio di un calabrone sui peonie. Rosa impallidì, senza parole dalla rabbia. Sentì il tradimento del figlio come una coltellata.

Sapete che vi dico? ringhiò infine. Andiamo, Luca! Via da questi ingrati!

Raccolsero le cose in fretta, Luca con lo sguardo mesto carico la birra in macchina, Anna arrabbiata batté i sandali nel sedile. Rosa lanciò a Giulia uno sguardo di fuoco prima di sbattere lo sportello.

Ve la farò pagare! urlò. Quando avrete bisogno daiuto, non chiamatemi!

La station wagon partì sgommando e buttando polvere sul cancello.

Giulia e Marco rimasero in piedi nel cortile. Il silenzio tornato sapeva di pace. Giulia sentì che la tensione le scivolava via dalle spalle e si accomodò sui gradini della veranda.

Marco si sedette accanto, le prese la mano calda.

Come stai? chiese.

Sopravvivo, sussurrò lei. Pensavo mi avrebbero linciata. O maledetta.

Maledetta, forse sì, rise Marco piano. Ma passa: mamma si offende, ma quando le serve qualcosa le passa. Anna invece sarà offesa a lungo.

Ce la farò, Giulia appoggiò la testa sulla sua spalla. Grazie che mi hai difeso. Credevo che insomma, stessi zitto come al solito.

Sì, come al solito. Ma stavolta non ce la facevo più. Ci hai messo il cuore qui, neanche ci hanno chiesto come stavamo. Solo pretese. Questa è casa tua, Giuli. E ora lo capisco meglio anchio.

Giulia sorrise.

Casa nostra, Marco. Se vuoi davvero costruire insieme, e non solo venire a mangiare le grigliate.

Lo voglio davvero, annuì serio. Luca ha lasciato la pala. Vado a scavare quellargilla. Per te è importante.

Marco si alzò, prese la pala e andò verso la recinzione. Giulia lo guardò con tenerezza. Per la prima volta da anni, si sentiva parte di una vera squadra: non solo coinquilini, ma veri partner, pronti a difendere i propri confini.

Si alzò, si pulì i pantaloni. Il sole ancora alto, e il lavoro da fare tanto, ma adesso sembrava tutto più lieve.

Unora dopo, Marco tutto sudato ma soddisfatto finiva la sua parte. Giulia arrivò con una brocca di limonata fresca.

Pausa, comandò lei.

Si sedettero sulla veranda, proprio dove poco prima era andato in scena il dramma.

Hai notato? disse Marco, sorseggiando. Non hanno mai capito il punto.

Quale?

Non era il lavoro. Se solo avessero chiesto Come possiamo aiutare?, forse dopo unora gli avremmo dato noi il tempo per sdraiarsi. Ma sono arrivati da padroni…

Si chiama rispetto, Marco. Non si entra nei panni degli altri con le scarpe sporche. E non si tratta mai il lavoro degli altri come fosse scontato.

Il telefono di Marco vibrò.

È mamma, fece una smorfia guardando il messaggio. Siamo allagriturismo. Camere costose, si mangia male. Non avete un briciolo di cuore.

Giulia scoppiò a ridere.

Almeno ora riposano come volevano. Senza pale né rastrelli.

E senza la nostra grigliata, aggiunse Marco. Ma la carne lhanno portata via?

Sì, ma abbiamo le patate novelle, aneto e aringhe. E il silenzio.

Sul borgo calava la sera: sussurri di cicale, qualche latrato lontano. Giulia e Marco finirono di pitturare la staccionata al crepuscolo, stanchi ma felici, cenando con la patata bollita più buona di sempre.

Penso che sia stata una lezione utile, disse Giulia, inzuppando il pane nellolio profumato.

Per loro?

Per tutti. Abbiamo imparato a dire no. Non è poi così terribile.

Fa paura, ammise Marco. Ma ne vale la pena. Senti, il prossimo weekend non apriamo a nessuno? Solo io e te. E niente pale, promesso.

Affare fatto, ridacchiò lei. Però la serra va smantellata, quello sì.

Un rumore di auto li fece sobbalzare. Giulia si irrigidì, la forchetta per aria. Sono tornati? Marco guardò dalla finestra.

Nope, sospirò. Sono dai vicini, da Pietro.

Giulia rise sollevata. La tensione era tutta sparita. Quella giornata aveva dimostrato che il marito aveva più fegato di quanto pensasse, e che la campagna era davvero la sua fortezza, capace di resistere anche allurto dei parenti più invadenti.

Ma la storia non finì lì. Una settimana dopo, mercoledì sera, in città, squillò il campanello. Alla porta cera Rosa. Niente cappello, niente Anna. Nelle mani, una bustina. Lespressione, stranamente timida.

Si può? chiese, senza varcare la soglia.

Giulia si fece da parte.

Vieni pure.

La suocera andò in cucina, si accomodò sullangolo della sedia. Poggiò la busta sul tavolo.

Ho portato dei panzerotti alle verdure. Li ho fatti io.

Marco, richiamato dalla voce, si affacciò.

Ciao mamma. Tutto bene?

Insomma, sospirò Rosa. Son venuta a chiedere scusa. Avevo la coscienza pesante. La mia vicina, Gina, mi ha raccontato che sua nuora lha sbattuta fuori di casa quando è arrivata comandando. E allora ho pensato: sono stata uguale. Siete lì a sudare, a farvi in quattro, e io arrivo e mi impongo… Ora, la tua casa, Giulia, la vedo: è stupenda. Non come prima.

Abbassò lo sguardo, imbarazzata, tormentando la borsa.

Perdona una vecchia scema. Ero abituata con Marco piccolino sempre ubbidiente. Ma ora è uomo, e tu, beh hai il tuo carattere, ed è giusto così. Oggi serve il carattere.

Giulia scambiò unocchiata con Marco. Non si sarebbe mai aspettata delle scuse. Rimproveri, sì; ma non questo.

Non preoccuparti, Rosa, disse dolcemente, mettendo il bollitore per il tè. Il passato è passato. Non portiamo rancore; basta che capisci che anche noi abbiamo i nostri piani, i nostri ritmi.

Lho capito, annuì la suocera. Mai più senza avvisare. E non vi costringerò insomma, niente consigli non richiesti. Anna si è offesa per il suo manicure, ma crescerà anche lei.

Quella sera parlarono a lungo davanti al tè coi panzerotti. Conversazione timida, piena di pause, ma il ghiaccio si era sciolto. I confini che Giulia aveva difeso duramente con zappa e rastrello non avevano distrutto la famiglia, anzi, lavevano resa più sana. Il rispetto, conquistato a fatica, era più saldo della cortesia priva di sincerità.

E ora, tra gli attrezzi della campagna, la pala era in bella vista: promemoria che è proprio il lavoro a formare le persone, e il carattere a trasformare i parenti in familiari veri. E quando, un mese dopo, la truppa di famiglia chiamò per tempo, chiedendo Cosa possiamo fare?, Giulia sapeva di aver vinto la sua battaglia.

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La famiglia di mio marito è arrivata alla mia casa in campagna per rilassarsi, ma io ho consegnato loro pale e rastrelli