La famiglia di mia moglie è arrivata improvvisamente nella mia casa di campagna per rilassarsi, ma io ho consegnato loro pale e rastrelli
Su, che aspetti? Apri il cancello, ci sono ospiti alla porta! la voce di mia suocera, squillante e autoritaria, sovrastava persino il ronzio ostinato del decespugliatore del vicino. Siamo qui pieni di regali e buonumore, e voi invece con tutto chiuso, sembra un bunker!
Alessandra si bloccò in mezzo allaiuola delle fragole, asciugandosi il sudore dalla fronte con il dorso della mano. I guanti, sporchi di terra, le lasciarono una striscia nera sulla faccia, ma la cosa non la preoccupava affatto. Si raddrizzò piano, sentendo la schiena protestare, e fissò il grande cancello di ferro.
Quella visita non era minimamente prevista.
Regolò lo sguardo su suo marito, Matteo, che stava vicino al capanno con un martello tra le mani, altrettanto confuso. Lui alzò le spalle, colpevole, muovendo solo le labbra: Non li ho invitati io.
Matteo! si sentì di nuovo da fuori il tono offeso. Che fai, dormi? Sono arrivata io, tua sorella è arrivata, e voi vi nascondete!
Alessandra sospirò profondamente, si tolse i guanti e li buttò nel secchio. Addio a quel fine settimana che sognava di dedicare al duro lavoro sullamato terreno. Fece un cenno a Matteo: dai, apri, ormai…
Il cancello si spalancò ed entrò in cortile il crossover argentato, splendente sotto il sole. Ecco il lancio dei parenti: davanti, come sempre, la signora Maria Rosaria donna corpulenta, rumorosa, chiassosa, in un vestito estivo floreale e ampio cappello. Dietro, sua cognata Flavia, in shorts bianchi e canotta, mostrando una manicure appena fatta. Chiudeva la fila il marito di Flavia, Antonio, che si stiracchiava contro il sole.
Aprirono il bagagliaio, tirando fuori sacchi di carbone, cassette di birra e carne marinata in vaschette.
Madonna che caldo! Maria Rosaria si sventolava col cappello. Ale, ma che sei così impolverata? Volevamo farti una sorpresa! Ho chiamato Matteo ma non rispondeva, quindi siamo venuti direttamente. Il tempo è fantastico, accendiamo la griglia, ci rilassiamo e magari ci facciamo un tuffo nel fiume, ce nè uno, vero?
Alessandra osservava questa festa estemporanea in silenzio, dentro ribolliva di nervoso. Questa casa e il suo orto li aveva ereditati dalla nonna: lì comandava lei. Da quando si era sposata con Matteo, ci aveva investito tutto: tempo, soldi, energia. Lui aiutava, ma senza vero entusiasmo. La famiglia di lui? Veniva solo quando tutto era pronto per mangiare la frutta e dondolarsi sullamaca.
Buongiorno Maria Rosaria Alessandra cercava di restare calma. Sorpresa davvero. Ma qui si lavora.
Su, il lavoro non scappa! rise Antonio, estraendo la birra. Il riposo la domenica è sacro, no? Dai, Matteo, porta fuori il barbecue che si comincia!
Flavia già sbirciava nel giardino: Ale, dove sono i lettini? Voglio prendere il sole! E senti, le tue more sono mature? Si possono assaggiare?
Sono ancora verdi rispose fredda Alessandra. E i lettini sono nel capanno. Polverosi.
Allora li tira fuori Matteo e li pulisce decise suocera, già dirigendosi verso la veranda. Su Ale, lavati la faccia. E metti la tavola, siamo morti di fame dopo il viaggio. Taglia un po dinsalata, i tuoi cetrioli, il prezzemolo. Alla carne ci pensano gli uomini.
Maria Rosaria si accomodò regale nella poltrona in vimini che Alessandra aveva comprato per leggere la sera. Scrutò il cortile.
Lerba vicino al cancello è altissima! commentò. Bisogna tagliare, dopo.
Alessandra lanciò uno sguardo al marito. Lui, impacciato, non osava guardarla. Sapeva che il weekend era stato pianificato fin nei dettagli: dovevano scavare un nuovo orto, dipingere la recinzione, smantellare la serra. Verso sera doveva arrivare il camion di letame. Ora, invece, doveva correre in cucina e servire gli ospiti, che venivano a villeggiare a sbafo.
Dentro di lei scattò qualcosa, freddo e determinato.
Matteo lo chiamò. Lui trasalì. Vieni un attimo.
Si spostarono vicino al pozzo.
Tu lo sapevi che arrivavano? chiese piano.
No, giuro Ale! Stamattina mamma mi ha chiesto dove fossi, le ho detto che eravamo in campagna, ma non parlava di venire! Non possiamo buttarli fuori… Sono parenti… Teniamo duro, dai, facciamo la griglia, stiamo insieme…
Teniamo duro? Alessandra sorrise ironica. La scorsa domenica non siamo venuti perché dovevamo portare tua madre in centro. Quella prima ancora era il compleanno di Flavia. Ora abbiamo le piantine da trapiantare, la recinzione marcisce… se non facciamo ciò che abbiamo programmato, perdiamo tutto.
Dai, Ale…
Niente Ale. Questa è la mia casa di campagna. Le regole sono mie. Vogliono mangiare? Rilassarsi nella natura? Perfetto. Lavorare allaria aperta fa davvero bene.
Sincamminò decisa verso il capanno. Il rumore di ferri fece ammutolire tutti. Dopo pochi secondi, Alessandra tornò con le braccia cariche: tre pale, un rastrello, una zappa e una scatola di vernice.
Le buttò rumorosamente ai piedi degli ospiti.
Bene, cari ospiti la sua voce tremava ma era ferma come pietra visto che siete venuti senza avvisare, si unisce lutile al dilettevole. Oggi qui si lavora.
Si lavora?! Flavia si scansò infastidita dalla pala sporca Dai Ale, siamo venuti a rilassarci, non a zappare!
E io non faccio lanimatrice né la cuoca. Oggi avevo in programma il lavoro. Chi resta, aiuta. Chi non lavora non mangia. Lho sentito dire da mio nonno.
Maria Rosaria, con una mela già addentata, si bloccò a bocca aperta.
Ma come ti permetti? Siamo ospiti! Siamo venuti per mio figlio! Matteo, perché non dici nulla? Tua moglie è impazzita, vuole mettere la suocera sotto a zappare!
Matteo si avvicinò lentamente, ma taceva.
Signora Maria Rosaria, prese la parola Alessandra niente scenate. Questa casa è mia dai tempi di mia nonna. Lo sapete bene. Qui comando io. Matteo mi aiuta, siamo famiglia. Voi arrivate a cose fatte, per godervi la festa. Volete la grigliata? Ecco il compito.
Iniziò a distribuire gli attrezzi, ignorando le proteste.
Antonio, porse la pala al cognato, che ancora teneva la birra il pezzo più difficile tocca a te: bisogna scavare vicino al cancello, cè largilla. Serve forza. Finché non lo fai, la griglia resta spenta.
Antonio rischiò di strozzarsi con la birra.
Ale, dai… Sono in ferie! Ho la schiena a pezzi…
Il movimento fa miracoli. La pala è ergonomica, niente paura. Flavia! la cognata si strinse sulla poltrona a te il rastrello. Raccogli tutta lerba tosata dietro casa e mettila nella compostiera. Poi togli le erbacce alle carote. Volevi abbronzarti? Ti abbronzi la schiena.
Io non faccio nulla! strillò Flavia Ho la manicure nuova! Ho pagato sessanta euro ieri! Mamma, dille qualcosa!
Maria Rosaria si alzò, giganteggiante su Alessandra.
Basta, adesso si esagera! Matteo, togli questi ferri da qui. Adesso prepariamo da mangiare. E tu puntando il dito su Alessandra se non ci vuoi, dillo. Ma trattarci così è maleducazione! Siamo gente di una certa età!
Settimana scorsa ha raccontato di aver ballato per tre ore a zumba rispose Alessandra. Quindi di energia ne ha. A lei il compito delicato di dipingere la staccionata del giardino. Vernice nuova, pennello morbido. Avanti.
Ce ne andiamo! urlò la suocera. Antonio, prendi le cose! Mai più metterò piede qui! Matteo, guarda in che mani sei finito! Tua moglie è una megera! Sta cacciando via la suocera!
Alessandra incrociò le braccia calma.
Io non caccio nessuno. Propongo solo uno scambio equo: aiuto per ospitalità. Non aiutate? Non disturbate. Non starò dietro ai fornelli mentre voi fate vacanza. Ho altri piani.
Matteo! gridò Maria Rosaria. Dillo anche tu qualcosa! Sei un uomo o un pupazzo?
Matteo guardò la madre rossa in viso, Flavia col broncio e Antonio che cercava dove posare la cassa di birra. Poi guardò Alessandra, stanca, sudicia, ma determinata. E gli tornò in mente come progettava lorto, come gioiva per ogni nuova piantina, come sognava la nuova serra.
Mamma, disse piano. Alessandra ha ragione.
Cosa?! fecero tutti insieme i parenti.
Ragione, la voce di Matteo si fece più sicura. Questa è casa sua. Noi siamo qui per lavorare. Ho promesso il mio aiuto. Siete arrivati senza preavviso. Se volete riposo, cè lagriturismo cinque chilometri più in là, trovate lettini e cuochi. Qui ci sono cose da fare.
Silenzio di tomba. Si sentiva solo un calabrone ronzare tra le peonie. Maria Rosaria cercava aria, senza riuscire a parlare. Il tradimento del figlio era peggiore di una pala in testa.
Va bene… sibilò infine. Grazie figlio. Andiamo via, Antonio! Alla svelta! Non voglio respirare la stessa aria di certi… padroni di campagna.
La partenza fu rapida e furiosa. Antonio si ricaricò la birra in macchina a malincuore. Flavia sbatté la portiera lamentandosi. Maria Rosaria, prima di chiudere la porta, lanciò ad Alessandra uno sguardo da anatema.
Ve ne pentirete! gridò. Quando avrete bisogno di qualcuno, non chiamatemi!
Il SUV partì in una nuvola di polvere.
Restammo io e Alessandra, immobili nel cortile. Un silenzio dolce calò sulla casa. Vidi che si rilassava finalmente le spalle, ma le tremavano le gambe: si sedette sui gradini della veranda.
Mi sedetti vicino e le presi la mano. Era calda e un po umida.
Tutto ok? chiesi.
Sì, sospirò. Credevo che mi avrebbero linciata o maledetta.
Mamma magari ti ha già maledetta, risi. Ma poi le passa, specialmente quando avrà di nuovo bisogno. Flavia terrà il muso, ma pazienza.
Sopravviveremo, appoggiò la testa sulla mia spalla. Grazie di avermi difeso. Pensavo che… ecco, stavi zitto come sempre.
Stavolta non potevo. Improvvisamente ho capito: mai che chiedano come stiamo. Sempre solo dai, serve, prepara. E tu qua ti spacchi la schiena… Mi sono vergognato. Questa è davvero casa tua: la conosci centimetro per centimetro.
Sorrise.
Nostra. Se davvero ti va di investirci, e non solo farci le grigliate.
Certo, annuii serio. Anzi: Antonio ha lasciato la pala. Vado a scavare quel terreno, tu dicevi che è importante.
Si alzò e prese la pala, dirigendosi deciso verso la recinzione. La guardai allontanarsi col cuore pieno di affetto. Per la prima volta ci sentivamo una vera squadra.
Mi rialzai, scrollai i pantaloni. Il sole era ancora alto, e tanto restava da fare. Ma ora il lavoro aveva un altro sapore.
Unora dopo, con Matteo madido di sudore ma orgoglioso del suo lavoro, andai da lui con una caraffa fresca di limonata.
Pausa, comandai.
Ci sedemmo proprio sulla veranda dove poco prima volavano le scintille.
Sai, disse lui pensoso bevendo secondo me non hanno proprio capito.
Che cosa?
Che non si tratta di lavoro. Bastava chiedessero: In che vi aiutiamo? e magari li avremmo lasciati dormire sullamaca dopo mezzora. Ma con quellarroganza…
Si chiama rispetto, Matteo. Non puoi entrare a casa daltri con le tue regole. E non puoi trattare il lavoro altrui come fosse scontato.
Il telefono di Matteo trillò. Un messaggio.
È mamma, fece una smorfia aprendo la chat. Scrive: Siamo allagriturismo. Camere carissime, cibo insipido. Non avete un briciolo di cuore.
Scoppiammo a ridere.
Almeno si riposano come volevano. Senza pale o rastrelli.
E senza il nostro arrosto, aggiunse. Abbiamo carne almeno?
Se la sono portata via. Ma abbiamo le patate novelle, laneto e le alici sotto sale. E silenzio.
La sera calò dolce sulluliveto e i campi. Si sentivano grilli, abbaiava un cane lontano. Finimmo di dipingere la recinzione al crepuscolo, stanchissimi, sporchi di vernice. Cenammo in cucina con patate bollite e pane nellolio doliva, saporito come un piatto da re.
Sai una cosa? disse Alessandra, intingendo il pane nellolio. È stata una lezione.
Per loro?
E per noi. Abbiamo imparato a dire di no. Non è poi così terribile.
Fa paura, ammise Matteo. Ma ne vale la pena. Senti, Ale… il prossimo weekend chiudiamo davvero i cancelli? Solo tu e io. Niente pale. Solo… noi due.
Affare fatto, annuì Alessandra. Ma la serra la dobbiamo smontare sul serio.
Allimprovviso si udì il rumore di una macchina. Alessandra si irrigidì, la forchetta sospesa a mezzaria. Erano forse tornati? Matteo si affacciò alla finestra.
Naaa, sospirò sollevato. È da Piero, il vicino.
Alessandra rise liberata. Tutta la tensione era svanita. Aveva capito che suo marito era pronto a schierarsi con lei, che quel rifugio era davvero la loro fortezza.
Non era però ancora finita. Una settimana dopo, il mercoledì sera, mentre eravamo nellappartamento in città, suonò il campanello. Alla porta cera Maria Rosaria. Senza cappello, senza Flavia, solo un piccolo sacchetto in mano. Lo sguardo insolitamente imbarazzato.
Posso? chiese restando sulla soglia.
Mi feci da parte.
Prego.
Si sedette in cucina, appoggiando il sacchetto sul tavolo.
Ho portato dei panzerotti. Li ho fatti io.
Matteo, attirato dai rumori, sbucò in cucina.
Ciao mamma. È successo qualcosa?
Sì, sospirò Maria Rosaria. Mi sono vergognata. Tutta la settimana a pensarci. La mia vicina, la signora Bianca, mi ha raccontato come la nuora lha mandata via da casa quando è arrivata senza invito per comandare a bacchetta. E allora mi sono detta… sono proprio stata uguale. Sono arrivata, ho dato ordini. Ma voi lavorate duro. La casa di Ale ora è bellissima, niente a che vedere con quella di prima.
Giocava con i manici della busta.
Scusatemi, davvero. Sono abituata a pensare che Matteo sia il mio bambino, sempre obbediente. Ma è cresciuto. E ha una moglie… con carattere. Fa bene. Oggi, senza carattere, non si va lontano.
Mi scambiai uno sguardo con Alessandra. Non ci aspettavamo delle scuse. Sì, litigi e punte velenose; ma non questo.
Ma dai, Maria Rosaria disse calma Alessandra mettendo a bollire il tè. Chi lascia correre il passato… Noi non abbiamo rancore. Solo, anche noi abbiamo dei piani.
Ho capito ho capito, annuì la suocera. Non vengo più senza avvisare. E non entrerò più a dare ordini, promesso. Flavia ancora si lamenta della manicure, ma passerà, crescerà anche lei.
Quella sera ci trattenemmo a lungo con tè e panzerotti. La conversazione era a tratti stentata, ma il ghiaccio si era rotto. I confini che Alessandra aveva tracciato quel sabato non avevano spaccato la famiglia, anzi, lavevano rafforzata. Il rispetto conquistato tra una zappa e una vernice era più saldo di qualsiasi cortesia falsa o mugugno silenzioso.
Da allora, pale e rastrelli rimasero bene in vista nella casa di campagna: monito che il lavoro rende luomo migliore, e fa dei parenti invadenti dei veri familiari. Così, quando dopo un mese chiesero di tornare stavolta con una telefonata e domandando: Cosa possiamo fare? Alessandra sapeva che la sua fortezza aveva resistito.
E finalmente, la casa di campagna era davvero casa nostra.





