La Famiglia Perfetta

Oh, Fiorenza, se non sai dove mettere i soldi, meglio daresteli al fratello. È una follia! Dodicimila euro per il cibo! sbottò la madre.

Fiorenza posò il bicchiere sul tavolo, le labbra serrate. Gli parenti la opprimevano così tanto che a lei non restava più voglia di nulla: né festeggiare il compleanno, né parlare con loro.

Oliva, basta far ingoiare lultimo spicciolo a una ragazza intervenne il padre, cercando di intromettersi. È una festa oggi, o no?

Sì, è una festa rise amara la madre. E poi i miei nipotini torneranno a dormire nella soffitta del palazzo con i vicini alcolizzati, e io pregherò perché non accada nulla di brutto. Se tu, Fiorenza, dessi quei dodicimila euro al fratello, lui potrebbe affittare un appartamento, non una stanza! I tuoi gatti potrebbero bastare con il cibo più semplice, senza nemmeno il tè.

Mamma replicò furiosa Fiorenza , ho adottato questi gatti perché li volevo. Sono la mia responsabilità. E Marco, è un uomo di trentacinque anni, deve rispondere di sé e della sua famiglia, che ha deciso di formare consapevolmente.

Marco, luomo adulto, fece una smorfia, si appoggiò sul divano e si voltò deliberatamente.

E la tua famiglia è la stessa cosa! alzò la voce la madre. Tuo fratello, i tuoi nipotini! E quanti gatti vuoi prendere per strada, prendi quello che ti pare. Noi li abbiamo sempre nutriti con zuppa e scatolame, e non è mai mancato nulla. Tu li tratti come bambini! Se non vuoi più figli, benissimo; se vuoi invecchiare sola, vai pure. Ma non puoi accarezzare i tuoi gatti quando i nipotini vedono solo dolci alle feste!

La pazienza di Fiorenza esplose. Anni di offese, di trascuratezza, di svalutazione dei suoi sentimenti tutto fuoriuscì in unondata di lacrime che le rigavano le guance.

Questi gatti sono meglio della famiglia urlò. Mi amano senza chiedere nulla. E non mi rimprovereranno mai per aver voluto vivere la mia vita.

Non poté più sopportare. Voltandosi, corse nella camera da letto e sbatté la porta con tutta la forza che aveva.

Vedremo quanto ti vogliono bene, se smetterai di comprare loro tutti questi accessori! le ruggì dietro. Il mondo è capovolto. Alcuni gatti valgono più dei genitori

La madre continuava a lamentarsi, ma Fiorenza cercò di non sentirla. Cadde sul letto, si nascose sotto il cuscino, cercando di zittire le sue lamentele. Il fratello, come un cannone di artiglieria, la travolse e si rifugiò dietro la sua gonna. Così era sempre stato.

I ricordi dinfanzia di Fiorenza erano sfocati, come se qualcuno avesse cancellato i momenti più dolorosi. Ma ricordava perfettamente il suo quinto compleanno, quando la madre le preparò una torta al lampone perché Marco la voleva così. E non importava che Fiorenza avesse chiesto una torta al cioccolato con le candeline.

Al mio uomo più caro esclamò la madre con un sorriso , il pezzo più grande! poi guardò Fiorenza con unespressione più fredda. A te, ovviamente, una fetta più piccola. Le ragazze devono curare la figura fin da piccole.

Sembrava normale, ma a Marco arrivavano sempre i regali migliori: giocattoli, viaggi, attenzioni. La madre lo guardava con adorazione, speranza, un ammirato rispetto. Fiorenza, invece, sembrava solo unappendice al fratello.

Il padre, in quei momenti, sospirava, poteva intervenire ma di solito non lo faceva. Vittorio era un sostenitore del modello familiare tradizionale: la donna col suo ruolo di madre, luomo di lavoratore.

Quando Fiorenza crebbe, trascorreva quasi tutte le estati con la madre nella casa di campagna a Firenze. Marco, invece, passeggiava con gli amici. Quando la madre gli chiedeva aiuto, raramente lo accettava, additando un mal di testa. Fiorenza non poteva più usare questa scusa; doveva aiutare in casa finché Marco si occupava delle cose da uomo.

Il padre provò a interferire troppo tardi nel loro educativo, ma era ormai troppo tardi.

Oliva, vuoi crescere un invalido domestico? sussurrò alzando la voce, quando si trovavano da soli con la moglie. Basta assecondarlo! Un uomo vero deve saper lavare le calze, rifare il letto, cucinare almeno per sé.

E tu cosa vedi? replicò la madre. Lasciamo che il ragazzo viva tranquillo finché è con noi. Poi potrà fare quello che vuole.

E dopo? Non imparerà nulla a stuzzicare le dita!

Lo farà sua moglie.

E se lei non volesse occuparsi di un uomo adulto come di un bambino?

Allora non ci serve. Cercheremo qualcosa di normale.

Il normale arrivò in fretta. Fiorenza non aveva ancora sedici anni quando Marco presentò a casa una ragazza dagli occhi grandi e ingenui. Prima veniva a cena, poi a dormire, infine rimase per sempre.

Fiorenza lo scoprì quando la madre volle parlarne.

Figlia, non prendertela iniziò Oliva senza giri di parole , i giovani hanno bisogno del loro spazio. Tu starai nella stanza di Marco, e lui con Alina verrà da te.

Fiorenza non accettò quel piano. La sua stanza, il suo rifugio, i libri, i poster Le erano stati tolti. La stanza di Marco era grande ma priva di intimità.

Mamma, è la mia stanza. Ci sono abituata

Tecnicamente non è tua, è nostra, di papà e di me, nellappartamento in cui viviamo. Lhai solo in prestito. E smettila di drammatizzare. Cè letto, cè tavolo, che altro ti serve?

Fiorenza rimase senza parole per qualche secondo. Quei termini le annunciarono che non aveva più nulla di suo, né una possibilità di privacy.

Non toccare il bambino intervenne il padre. I giovani possono stare come vogliono o andare via se non sono contenti. Riusciranno a mettere da parte i soldi per un appartamento.

Vuoi che tuo figlio dorma per strada? sgridò la madre. E se gli succedesse qualcosa? Non ti perdonerò!

Il padre cedette sotto la pressione della madre. Quella sera Fiorenza spostò i suoi averi in unaltra stanza.

Come aveva previsto, la sua vita privata sparì. Il fratello prendeva in giro i suoi poster, la madre spiava le chat al portatile, la futura cognata prendeva il suo rossetto senza chiedere. I conflitti erano dietro langolo, e la colpa ricadeva sempre su Fiorenza. Si sentiva un peso nella propria famiglia.

Fuggì dalla casa di Roma da sua nonna, una donna cieca su un occhio, che si muoveva con difficoltà. Meglio prendersi cura di una nonna gentile che restare un mobile senza voce in una dimora che non ti accoglie.

La nonna era stata veterinaria fino al pensionamento. Amava gli animali, portava sempre un po di cibo per loro, ma non faceva entrare nessuno in casa.

Non voglio che si attaccino a me diceva. E non voglio attaccarmi a loro. Non ho più soldi per le medicine, e gli animali sono una responsabilità. Se li prendi, devi nutrirli, curarli, dedicare loro tempo; se non puoi, non prenderli.

Con la nonna, Fiorenza trascorse quasi dieci anni. Lavorava e studiava, capì che voleva diventare veterinaria anche lei.

Quando la nonna morì, lappartamento passò a Fiorenza. Sembrava una benedizione, ma la solitudine le rosicchiava lanima. Aveva amici, ma ognuno con la propria vita e famiglia. Desiderava qualcuno al suo fianco, da abbracciare sempre. Non era ancora pronta a costruire una sua famiglia; per lei la parola evocava solo problemi. Gli animali, invece, erano unoasi. Così arrivarono due gatti: Micio e Rosso. Micio era stato portato per l’eutanasia perché, da cucciolo, non riusciva a stare in piedi. Fiorenza lo salvò. Un anno dopo prese Rosso, perché Micio si sentiva solo.

I gatti non erano in salute. A uno gli stavano scaricando i reni, allaltro lo stomaco. Dovevano comprare cibi veterinari costosi, ma Fiorenza si assumeva la spesa. I loro miagolii e le loro coccole le sembravano un piccolo prezzo da pagare.

Marco non lo pensava così.

Un giorno portò a casa un ratto. I figli volevano un animale domestico; il criceto non bastava, il ratto era la soluzione più economica. Nessuno pensò alla cura, il ratto si ammalò. Mentre Fiorenza spiegava che la gabbia doveva essere tre volte più grande, arrivò il corriere con il cibo per i gatti.

Sono dodicimila settecento euro disse, scaricando i sacchi in casa.

Marco alzò un sopracciglio e, appena chiuse la porta al corriere, commentò:

Dodicimila? È un terzo del mio stipendio. Hai infilato delloro lì dentro?

Marco non aveva mai messo da parte soldi per un appartamento. Dopo la nascita del primo figlio dovette trasferirsi con la famiglia in una stanza condivisa di un edificio popolare, dove poi nacque anche il secondo figlio.

Sono cibo per veterinari rispose serenamente Fiorenza. E con uno sconto.

Marco scosse la testa, ma non approfondì. La madre, invece, era già lì, proprio nel giorno del compleanno di Fiorenza.

Ora Fiorenza era sola, nel silenzio. I parenti erano andati via e, a dirla tutta, era anche un po sollevata. Non aveva davvero voglia di festeggiare con loro, ma andare contro le tradizioni è sempre difficile.

Micio, il suo primo gatto, percepì il suo stato danimo, si avvicinò, sfiorò il suo naso umido sulla guancia e iniziò a fare le fusa. Rosso lo seguì, leccandole le dita chiuse a pugno. Il loro ronron si diffuse, dissolvendo la tensione. Forse non sapevano parlare, ma in loro Fiorenza trovò il sostegno incondizionato che la sua famiglia non le aveva mai dato.

Suonò il telefono. Era il padre.

Fiorenza, scusa per tutto disse stanco. Sai, anchio non capisco tutta questa storia dei gatti. Non è il mio mondo. Ma intaccare il tuo portafoglio non è giusto. Nessuno ha ragione.

Le parole erano come una benda su una vescica. Non giudicava, non scagionava la madre, ma forse, se fosse stato più presente nella vita familiare, nulla di tutto ciò sarebbe accaduto. Eppure, Fiorenza era grata per quel gesto.

Più tardi, unaltra chiamata. Era Chiara, la sua migliore amica.

Auguri per un altro anno di vita! Come lhai passata?

Fiorenza rispose con un silenzio sepolcrale e un grazie, sto bene. Chiara capì subito.

Non lasciarti andare, tieni duro. Arrivo tra unora disse, chiudendo la linea senza aspettare repliche.

Unora dopo, lappartamento di Fiorenza divenne un caos: Micio e Rosso si rifugiarono spaventati sotto il letto. Chiara, il marito Antonio e due amiche irruppero urlando Buon compleanno!, con scatole di pizza, bottiglie di vino e, la parte migliore, un albero tiragraffi a più livelli.

Per i vostri pelosetti, così non si annoiano annunciò Chiara.

Il pranzo di famiglia sembrava una bozza distante. Quello che contava era lattimo presente: rumore, risate, abbracci, brindisi sciocchi. Queste persone salvarono il suo compleanno. Lo accettavano così comera, a differenza della sua famiglia di sangue.

Gli ospiti se ne andarono oltre la mezzanotte. Chiara rimase a pulire.

Allora? Ti senti meglio? chiese sottovoce.

Fiorenza sorrise, non potendo trattenere la gioia.

Sì, grazie. Siete le migliori.

Micio dormiva su un cuscino sotto il tavolo, Rosso su una sedia. Il tiragraffi nuovo spuntava nel salotto. Chiara, che il giorno dopo doveva lavorare, aiutava a lavare i piatti.

In quel momento Fiorenza capì che la famiglia è importante, se è fortunata. La sua non lo era stata. Va bene così. Perché quando quella che ti è nata non ti sta, puoi crearne unaltra, fatta di miagolii che ti accarezzano le orecchie quando piangi, di persone che irrompono nella tua porta di notte sapendo che stai male. Una famiglia così è più forte di qualsiasi legame di sangue, perché è legata non al dovere o al senso di colpa, ma allamore.

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