La felicità rubata Anna lavorava nel suo orticello, quella primavera era arrivata presto, era solo fine marzo e già tutta la neve si era sciolta. Certo, il freddo sarebbe tornato, ma intanto il sole scaldava così tanto che Anna era uscita di casa con la voglia di sistemare qualcosa: raddrizzare la vecchia staccionata, riparare la legnaia. Pensava che avrebbe preso delle galline, un maialino, magari anche un cane e un gatto. Poi si era detta basta così, aveva sorriso ai suoi stessi pensieri. Non vedeva l’ora di arare l’orto, di occuparsi delle aiuole, respirando il profumo della terra natia, proprio come da bambina, togliersi le scarpe e correre a piedi nudi tra i solchi morbidi e tiepidi dell’orto appena rivoltato. – Vivremo ancora, – sussurrò all’aria Anna. – Buongiorno. Sobbalzò: al cancello c’era una ragazzina, poco più che adolescente, vestita con un impermeabilino grigio, di quelli che danno agli studenti dei professionali, con scarpe leggere e calze di nylon color carne. “Ma è troppo presto per queste calze,” pensò Anna, “prenderà freddo. Le scarpe saranno pure di cartone… Che povertà.” La ragazzina dondolava sui piedi sottili. – Salve, – le disse Anna senza sorriso. – Mi scusi, posso andare da lei a usare il bagno? – Oh, sì, vai pure. Là in fondo, dietro l’angolo. Anna osservò incuriosita la ragazzina che si affrettava verso la toilette. – Grazie, mi ha salvata. Sto cercando una stanza in affitto, non è che lei… – No, non pensavo, come mai? – Vorrei affittare una camera, non voglio stare in convitto, là si fuma e si beve, girano i ragazzi… – E quanto puoi pagare? – Cinque mila lire… non ho altro. – Allora su, entra in casa. – Posso andare ancora in bagno…? – Vai pure… – Come ti chiami? – le chiese Anna facendola entrare. – Olga, – squittì la ragazza. – Olga, eh… E perché sei venuta? – Cercavo una camera… – Non raccontare frottole… Olga, perché davvero sei venuta? – Anche ora, posso correre ancora in bagno… – Ma che hai? – Non so… non ce la faccio più a resistere, – quasi in lacrime. – Vai… Alla fine Anna la seguì e quando la vide di nuovo più composta, la prese di petto. – Vieni qui solo per la pipì? O anche altro? – No… solo pipì, ma brucia tutto… – Ora sistemiamo, intanto parliamo: perché sei venuta, davvero? La ragazza stava per raccogliere il coraggio… – Allora? – Se sei venuta a rubare, qui non c’è niente. Dai, chi ti manda? – Nessuno, sono venuta io… Lei… lei è Anna Pavlovna…? – Io? Sì… – Non mi riconosci mamma? Sono io, Olga. Tua figlia. Anna rimase seduta, la schiena dritta, il viso segnato dal vento e dal gelo impassibile. – Olga… – la voce tradiva appena la donna – figlia… Olyusha… – Sì, mammina, sono io… Non mi davano il tuo indirizzo in collegio, dicevano “non è permesso”, mamma… Ma io convinsi la professoressa, Anastasia Sergeevna, bravissima, mi aiutò a fare le carte, così trovammo il tuo nome e poi l’indirizzo… ed eccomi qui. Le lacrime bagnavano silenziose le guance di Anna. – Olly, Olyusha… figlia mia… – Mammina! Quanto ti ho cercato, mamma! Scrivevo lettere, loro ridevano, dicevano che mi avevi abbandonato come una cosa… Ma io ci credevo, mamma, ci credevo… Anna abbracciò la giovane tra le sue mani indurite dai calli, accarezzando con delicatezza il golfino lavorato a maglia di Olga, la sua bimba… Finalmente si stringevano. Non c’era bisogno di parlare, tutto era chiaro così. Solo dopo, ricordando le lezioni della nonna e con l’esperienza della vita, Anna si fece in quattro per la figlia: le scaldò l’acqua, preparò la tisana di finocchio, la curò come poteva. Ollina, figlia mia, ragione di vita. Ora c’è un motivo per cui vivere ancora. Lui ha avuto pietà di me, nulla è perduto… Bisogna pensare all’orto, al maialino, a un cappottino nuovo. Anna aveva dei risparmi messi via. Si era ormai arresa… ma adesso c’era Olyusha… *** – Mamma… – Eh? – Mammina… – Dimmi tesoro. La piccola Olga prese una focaccina dal tavolo, ormai le guance si erano fatte piene, la mamma la curava come una bambola, e lei stessa era ringiovanita. – Mamusinaaaa… – Che c’è, eh. – Mamma, mi sono innamorata. – Guarda un po’… – Sì. Mamma, lui è così buono. Si chiama Ivan, vorrebbe conoscerti… – Io… non so… Ma Anna pensò che i giorni felici erano finiti, quello che Dio dà, poi lo riprende. – Che hai, mamma?… – Niente, tesoro, niente… Sei cresciuta così in fretta. Non ho fatto in tempo a godere appieno… scusami, Olyusha… – Mamma, come puoi dire questo… Ma io ti amo, non sai quanto ti ho cercata. Darei tutto per te, sei la mia vita. La conoscenza andò bene. Ivan era un ragazzo di campagna, serio e volenteroso, ad Anna piacque subito, pensò che era l’uomo giusto per la sua figlia. Erano tempi duri: alcuni non avevano da mangiare, altri trattavano meglio i cani che le persone. Ma Anna, Olga e Ivan non ebbero mai fame: Anna sapeva cucire bene, quando chiusero la fabbrica andò a lavorare in una cooperativa e così vestiva la sua Olga e pure il genero solo di “roba buona”. Ivan era uomo d’azione: rimise il recinto, cambiò le travi della casa, sistemò il pollaio e il porcile, fece splendere la casetta, anche di più da quando era tornata Olga. Il cuore di Anna si era sciolto. Aveva ritrovato la voglia di vivere, triple forze per tutti gli anni e tutto il passato che voleva dimenticare, anche se a volte la notte tornavano i pensieri e il dolore. – Mamma, mamma? Ti fa male qualcosa? – No, bimba, dormi, dormi… – Mamma, posso venire da te? – Certo, – Anna le lasciava spazio nel letto – Piccola mia, il cuore scoppia d’amore. Ecco cos’è l’amore materno, grazie a Dio, grazie che me l’hai fatto provare. Ci fu il matrimonio, i ragazzi restarono vivere con Anna, lei rifiorì come un papavero. Anche sul lavoro si vedeva che la severa Anna Pavlovna non riusciva più a trattenere il sorriso. – Sta per arrivare un nipote, – confidò alle colleghe – sono in ansia. – Anna Pavlovna, che figlia fortunata hai: quanto la ami! Nacque un nipotino: Antonio!… Come la nonna di Olga, la madre di Anna, una donna severa, ma giusta, raccontava ora Anna allegra. I pensieri erano ormai solo per Antoshka. Era il più bello, il più buono, e sempre attaccato alla nonna. Ivan intanto iniziò la costruzione di una casa grande, ci fu posto anche per Anna, come avrebbe potuto essere altrimenti? I ragazzi crearono un’impresa di costruzioni, aprirono un negozio di materiali edili, la loro vita trascorreva tranquilla. Arrivò un’altra bella notizia: presto una nipotina. Anna cucì mille abitini per la nuova arrivata, Marina, bellissima bambina. La casa era piena di risate di bambini. Tutto era finalmente sereno per Anna. Ma da qualche tempo un bruciore al petto la faceva stare male. – Mamma, dov’è che ti fa male? – Va tutto bene, figlia, tranquilla… *** … È tardi, purtroppo. – Dottore… com’è possibile? Era mia madre… – Mi dispiace tanto… *** – Figlia mia, Olyusha… è giunta l’ora, scusami se sono rimasta troppo a lungo. Loro mi avevano già dimenticata, ma tu mi hai salvata, sei venuta da me, piccola mia… – Mamma, non dire così… – Figlia, devo dirti una cosa… fa male, ma lasciami finire… Io non sono la tua vera mamma, Olga. Perdonami… – Mamma! Non farlo mai più, non dirlo mai a nessuno! Sei mia, solo mia madre… hai capito? – Sì, sì… figlia mia… il mio cuore… Lì c’è il mio diario… Perdonami, Olga. Ti amo piccolina. – Ti amo anche io, mamma… *** – Olya, mangia qualcosa… – Sì, Vanya… adesso… Vai pure… Olya era nella stanza della madre, leggeva il suo diario. Era la vita di Anna: spigoli, tristezze, un po’ di allegria. Una mamma severa, Antonina, padre morto in guerra. Annina, Annina-mazzolino. Si era innamorata di un delinquente, aveva scappato con lui. La vita era corsa, follia, pericolo, la gioventù che scorreva via. Poi lui era sparito, finito in galera, lei aveva perso tutto, anche la possibilità di avere figli: durante una fuga aveva preso troppo freddo. Era rimasta sola… Quando seppe che non avrebbe mai potuto diventare madre andò in chiesa a chiedere perdono… E invece arrivò questa gioia inaspettata, e non volle lasciarsela sfuggire. Pensava: “Almeno per un po’ sarò mamma”. Non credeva che la malattia sarebbe passata, ma era successo. Chiedeva perdono a Dio, pregava di poter vivere ancora un po’, vedere i nipotini… Aveva paura che la figlia scoprisse la verità, che non era la vera madre: ma poi aveva smesso di temere, aveva cominciato a vivere davvero. “Perdonami, figlia mia, se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ecco il mio destino, la mia felicità rubata…” – Mamma… piangeva Olga, – mia cara mammina. Spero tanto che tu mi senta… Io lo sapevo, l’ho quasi subito capito. Quando vivevo da te mi dissero che i dati erano sbagliati, Anna era Ivanovna, l’ho cercata, solo per curiosità. Mi ha rifiutata lei, si è rifatta una vita, io per lei ero solo di ingombro. Aveva paura che ci vedessero insieme, mi dava dei soldi… Sosteneva che era meglio non incontrarci. Ricordi, mamma, che poi sono stata male, ho avuto la febbre. Tu, mamma mia, ringrazio Dio che ci ha fatte incontrare. Sei la mia mamma. Che fortuna che hanno sbagliato, forse là in alto sapevano chi doveva arrivare da chi… Come farò senza di te, mamma… – Olya, Olyushka… – Vanya, lasciala piangere, ha appena seppellito la madre… *** – Nonna, ma nonna Anna era buona? – Molto, tesoro – E anche bella? – La più bella, Annina – E chi le ha dato questo nome? – Non so, forse il suo papà o la sua mamma – Il tuo nonno, la tua nonna… – Sì, il mio nonno, la mia nonna. – E io mi chiamo come la bisnonna? – Sì, io e il tuo papà ti abbiamo chiamata come la sua nonna, perché la amava tanto. – E lei ora mi vede? – Certo che ti vede, ti guarda e ti proteggerà sempre. – Ti voglio bene bisnonna Annina, – la bimba depose una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna. – Ti voglio bene anch’io, piccola, – fruscia la betulla, – e anche noi ti vogliamo bene, sussurra il vento.

La Felicità Rubata

Anna si stava agitando nellorto. Questanno la primavera era arrivata presto: era solo fine marzo e già tutta la neve si era sciolta. Certo, il freddo sarebbe tornato, ma per ora il sole scaldava tanto che Anna uscì fuori con la scusa di sistemare qualcosa: rimettere in piedi la staccionata cadente, riparare il deposito della legna.

Doveva decidersi a prendere qualche gallina e un maialino, magari anche un cagnolino e un gattino. Basta, Anna! Ne hai già viste abbastanza, si prese in giro da sola con un sorriso. Era già tanto fare i piani per lorto, sognando di scavare la terra a piedi nudi, sentendo quellodore di zolla bagnata, soffice come il pane appena sfornato. Proprio come quando era bambina.

«Si vivrà ancora, eccome» sospirò Anna ad alta voce, con uno sguardo rivolto al nulla.

«Buongiorno» disse una voce sottile.

Anna sobbalzò. Una ragazzina, neanche sedicenne, era in piedi vicino al cancelletto. Indossava un impermeabile grigio da scuola professionale, le scarpe erano lise e sottili, i collant color nudo troppo leggeri per la stagione. Mamma mia, pensò Anna, ma questa si prende una bronchite! Le scarpe sembrano di cartone povera anima.

La ragazzina se ne stava impacciata, spostandosi da un piede allaltro.

«Ciao», rispose fredda Anna.

«Scusi posso usare il bagno un attimo?»

«Ah, va bene, certo. Dritto qui, e poi a destra.»

Anna guardò con curiosità la ragazzina che correva verso il bagno. Appena tornata, la ragazza sospirò: «Grazie, davvero! Mi ha salvata. Sto cercando una stanza in affitto, lei per caso ne affitta una?»

Anna scosse il capo. «Non ci avevo pensato. Perché?»

«Vorrei evitare il dormitorio: lì si fuma, si beve, i ragazzi fanno casino»

«Davvero? E quanto saresti disposta a pagare?»

«Cinque euro non ho altro»

«Va bene, entra in casa, dai.»

«Oh, posso andare di nuovo in bagno?»

«Corri»

«Come ti chiami?» chiese Anna mentre la faceva entrare.

«Lucia», squittì la ragazza, appena udibile.

«Lucia, eh? E allora Lucia, dimmi: davvero sei qui solo per la stanza?»

La ragazzina rimase zitta, gli occhi bassi.

«Dai, dimmi la verità, Lucia. Qualcuno ti ha mandato?»

«No, davvero sono venuta io Sei Anna Bianchi?»

«Sì, sono io»

«Non non mi hai riconosciuto mamma? Sono io, Lucia tua figlia!»

Anna si irrigidì. Il volto segnato dal vento e dal gelo le rimase immobile.

«Lucia» sussurrò. «Figlia Luciuzza»

«Sì, mamma sono io! Nel collegio non mi davano il tuo indirizzo, dicevano che non si poteva, puoi crederci? Ma ho trovato aiuto: la mia insegnante, la signora Anastasia, mi ha aiutata a scoprire il tuo nome e lindirizzo. E sono qui.»

Anna rimase senza parole, ma delle lacrime le segnavano il volto.

«Lucia, Luciuzza figlia mia»

«Mamma!» la ragazza si gettò tra le braccia della donna, piangendo. «Ti ho cercata tanto! In collegio ridevano di me, dicevano che mi avevi abbandonata, che ero solo una scocciatura Ma io sapevo, mamma Io credevo»

Anna abbracciava impacciata la sua figlia ritrovata. Le mani dure e callose si aggrappavano alla maglia grossa della ragazza: la sua Lucia, la sua bambina…

Stettero un po così, zitti, senza bisogno di parole.

Dopo, Anna sembrò svegliarsi dal sogno e pensò a cosa avrebbe detto sua nonna, a quanta fatica aveva fatto nella vita. Si diede da fare: scaldò lacqua, preparò una tisana, curò la sua Lucia come una regina.

Lucia, figlia, la felicità della vita. Cera un motivo per cui andare avanti. Il Signore aveva avuto pietà, niente era perduto.

Lorto, il maialino, il cappottino nuovo da comprare. E cè anche una piccola riserva messa da parte, pensò Anna sorridendo. E pensare che si era quasi rassegnata a lasciarsi andare, e invece, eccola qui, la sua Lucia…

***

«Mamma»

«Eh?»

«Mamma mia…»

«Sì, dimmi, dolcezza.»

Lucia si allungò a prendere una crostatina dalla tavola; aveva già guadagnato qualche chilo, e Anna la vestiva come una bambola, semb­rava persino più giovane anche lei.

«Mammaaa»

«E cosa cè?»

«Mamma, mi sono innamorata.»

«Ma dai…»

«Giuro! Lui si chiama Giovanni. È tanto buono Vuol conoscerti!»

Anna si sentì sprofondare. Ecco finiti i giorni di pace; il cielo ti dà, il cielo ti toglie.

«Mamma, che cè?»

«Niente, amore. Sei cresciuta troppo in fretta… Non ho fatto in tempo a goderti, perdonami, Lucia.»

«Ma mamma! Ma come ti viene in mente? Mamma, lo sai quanto ti voglio bene? Io e Giovanni, te li facciamo i nipotini! Tu sei la migliore mamma del mondo, altroché!»

Lincontro con Giovanni andò a meraviglia. Era un ragazzo di campagna, serio e con le mani doro. Anna pensò che una figlia in buone mani non si poteva desiderare di meglio.

In quegli anni, pochi avevano di che mangiare: cera chi trattava meglio il cane che i figli. Ma Anna, Lucia e Giovanni non si facevano mancare nulla. Anna cuciva benissimo, e anche se la fabbrica aveva chiuso, nel nuovo laboratorio la pagavano bene e riusciva a vestire sia Lucia che Giovanni come signori.

Giovanni non stava mai fermo: aveva già rifatto la staccionata, sostituito le travi di casa con i fratelli, rimesso a nuovo la legnaia e costruito il porcile. La casa sembrava danzare felice come mai prima.

Il cuore di Anna si sciolse, tornava a battere più forte che mai. Le voleva vivere tre volte più intensamente, per tutto il passato che cercava di dimenticare e che ogni tanto, di notte, le strappava un gemito.

«Mamma, ti senti male?»

«No, amore, va a dormire, tesoro.»

«Mamma, posso dormire qui con te?»

«Certo,» Anna si spostò e lasciò un posto per Lucia vicino a sé.

La piccolina, la sua bambina Che amore di mamma sentiva: grazie, Signore, per averle fatto provare questa gioia.

Fecero un bel matrimonio in famiglia, e i giovani rimasero a vivere con Anna. Lei rifiorì: anche a lavoro se ne accorsero, la sempre seria Anna Bianchi ormai sorrideva e aveva le guance accese come le rose di maggio.

«Sarà un maschio o una femmina?» chiese ridacchiando alle colleghe. «Mamma mia, che emozione!»

«Che fortuna ha avuto la figlia di Anna», sospiravano tutte. «Non si è mai vista una madre così innamorata della sua creatura.»

Un nipotino! E nacque Antonio, chiamato come la madre di Anna, la nonna di Lucia: «Era severa, ma giusta» raccontava Anna allegramente, «guardatelo come è bello!»

«Non avevo più tenuto in braccio un neonato dopo Lucia… il cuore mi scoppia di gioia!»

Adesso pensava solo al piccolo Antonio. Era il più bello, il più adorato. E lui nulla voleva se non stare con la nonna Anna.

Giovanni pensava in grande: con i fratelli mise su unimpresa edilizia, aprirono un negozio di materiali da costruzione. Tutto filava liscio.

E poi, di nuovo una bella notizia: sarebbe arrivata una nipotina. Anna cucì alla piccola Marina decine di abitini, con tanta fantasia da renderla la più elegante del paese.

La casa era sempre piena di risate di bambini: tutto sembrava andare come in una commedia italiana ben riuscita. Tutto bene ma Anna cominciava a sentire un bruciore al petto che non la lasciava mai.

«Mamma, ma da quando hai questo dolore? Dove senti male?»

«Va tutto bene, Lucia, davvero…»

***

«Mi dispiace Non possiamo fare altro.»

«Dottore, ma come? Era la mia mamma!»

«Mi rincresce.»

***

«Lucia, Luciuzza il mio tempo è finito. Tu perdonami, ho vissuto anche troppo. Mi avevano dimenticata, ma tu mi hai salvato venendo qui quella volta figlia mia.»

«Mamma no, non dire così!»

«Devo Lucia, ascolta, non interrompermi Io non sono la tua vera mamma. Perdono.»

«Mamma! Non devi MAI dire una cosa così, hai capito? Sei mia madre, e basta. Punto. Tu sei la mia mamma Capito?»

«Sì, sì Lucia mia Nel cassetto cè il mio diario. Perdona, Luciuzza. Ti ho sempre amata.»

«Ed io te, mamma Mamma Mamma!»

***

«Lucia, mangia qualcosa»

«Sì, Giovanni tra poco Vai pure.»

Lucia sedeva nella stanza della madre. Leggeva il suo diario: tutta la vita di Anna, senza pudore e senza orpelli, dura e insieme allegra.

Mamma severa, Antonia, papà morto in guerra. Anna, la piccola Annuccia, fiore di campo. Si era innamorata di un briccone di paese, una vita scapestrata, piena di brividi.

Poi la fuga con il malvivente, il casino, anni a rincorrersi tra piaceri e guai, fino alla solitudine improvvisa della vecchiaia. Il suo uomo era finito in galera, rimasta sola al mondo

Un figlio, Anna non laveva più potuto tenere per colpa di una sciocchezza giovanile, durante una notte di follie e freddo sotto la neve. Era rimasta sterile.

Le era rimasta solo la casa della madre, con poca compagnia, qualche acciacco. Le avevano detto di rassegnarsi, e lei aveva chiesto perdono anche in chiesa.

Poi era arrivata la gioia inaspettata: Lucia. Non aveva saputo resistere a tanto miracolo. Solo un po, si era detta, per provare la felicità di una madre Anche se non era la sua figlia vera.

Lucia, la sua ragione di vita: Non mi aspettavo tanto, scriveva Anna di sé, eppure eccomi qui. Sto vivendo come tutti: lavoro, mi prendo cura della mia figlia del cuore. Il Signore mi ha regalato anni in più, per abbracciare anche i miei nipoti.

Allinizio tremava, con il terrore che la verità venisse fuori: che Lucia scoprisse che non era sua madre. Poi aveva smesso di avere paura. Aveva iniziato a vivere davvero, finalmente.

«Perdonami, Lucia, perdonami se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ma questa è la mia felicità rubata»

«Mamma» piangeva Lucia, «mia cara, spero che tu mi senta. Lo sapevo, lo avevo capito quasi da subito. Mentre vivevo con te, mi dissero che cera un errore: la vera madre era unaltra, una certa Anna Maria. Sono andata a cercarla per curiosità. Non mi ha voluta. Si era rifatta una vita, aveva altra famiglia Voleva solo che nessuno sapesse di me, mi dava dei soldi per sparire Sono scappata e poi ti ho trovato. Ero anche ammalata in quel periodo. Ti ricordi, mamma? La febbre alta? Eri tu a curarmi. Ringrazio il cielo di averti trovata: tu sei la mia vera mamma.

Forse non è stato un errore, lì in alto sanno sempre a chi mandare. E adesso, come faccio a vivere senza di te, mamma?»

«Lucia, Luciuzza»

«Lascia che pianga, Giovanni. Ha perso la mamma»

***

«Nonna, la nonna Anna era buona?»

«Tanto, amore mio.»

«E anche bella?»

«La più bella del mondo, Anna mia.»

«E chi le ha dato quel nome?»

«Non lo so, forse il suo papà, o la sua mamma»

«Quindi il mio bisnonno o la mia bisnonna.»

«Sì, cara.»

«E io, mamma, mi hai chiamata come la nonna?»

«Sì, cara, come la mia mamma. E anche papà voleva così, adorava la nonna.»

«Lei mi vede adesso?»

«Ma certo, ti guarda e ti proteggerà sempre.»

«Ti voglio bene, bisnonna Anna», diceva la bambina, lasciando una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna.

«E anchio te ne voglio, cara», sussurra il vento tra i rami del salice. E la voce corre lontano, portata dal vento, dove le storie vere non finiscono mai.

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La felicità rubata Anna lavorava nel suo orticello, quella primavera era arrivata presto, era solo fine marzo e già tutta la neve si era sciolta. Certo, il freddo sarebbe tornato, ma intanto il sole scaldava così tanto che Anna era uscita di casa con la voglia di sistemare qualcosa: raddrizzare la vecchia staccionata, riparare la legnaia. Pensava che avrebbe preso delle galline, un maialino, magari anche un cane e un gatto. Poi si era detta basta così, aveva sorriso ai suoi stessi pensieri. Non vedeva l’ora di arare l’orto, di occuparsi delle aiuole, respirando il profumo della terra natia, proprio come da bambina, togliersi le scarpe e correre a piedi nudi tra i solchi morbidi e tiepidi dell’orto appena rivoltato. – Vivremo ancora, – sussurrò all’aria Anna. – Buongiorno. Sobbalzò: al cancello c’era una ragazzina, poco più che adolescente, vestita con un impermeabilino grigio, di quelli che danno agli studenti dei professionali, con scarpe leggere e calze di nylon color carne. “Ma è troppo presto per queste calze,” pensò Anna, “prenderà freddo. Le scarpe saranno pure di cartone… Che povertà.” La ragazzina dondolava sui piedi sottili. – Salve, – le disse Anna senza sorriso. – Mi scusi, posso andare da lei a usare il bagno? – Oh, sì, vai pure. Là in fondo, dietro l’angolo. Anna osservò incuriosita la ragazzina che si affrettava verso la toilette. – Grazie, mi ha salvata. Sto cercando una stanza in affitto, non è che lei… – No, non pensavo, come mai? – Vorrei affittare una camera, non voglio stare in convitto, là si fuma e si beve, girano i ragazzi… – E quanto puoi pagare? – Cinque mila lire… non ho altro. – Allora su, entra in casa. – Posso andare ancora in bagno…? – Vai pure… – Come ti chiami? – le chiese Anna facendola entrare. – Olga, – squittì la ragazza. – Olga, eh… E perché sei venuta? – Cercavo una camera… – Non raccontare frottole… Olga, perché davvero sei venuta? – Anche ora, posso correre ancora in bagno… – Ma che hai? – Non so… non ce la faccio più a resistere, – quasi in lacrime. – Vai… Alla fine Anna la seguì e quando la vide di nuovo più composta, la prese di petto. – Vieni qui solo per la pipì? O anche altro? – No… solo pipì, ma brucia tutto… – Ora sistemiamo, intanto parliamo: perché sei venuta, davvero? La ragazza stava per raccogliere il coraggio… – Allora? – Se sei venuta a rubare, qui non c’è niente. Dai, chi ti manda? – Nessuno, sono venuta io… Lei… lei è Anna Pavlovna…? – Io? Sì… – Non mi riconosci mamma? Sono io, Olga. Tua figlia. Anna rimase seduta, la schiena dritta, il viso segnato dal vento e dal gelo impassibile. – Olga… – la voce tradiva appena la donna – figlia… Olyusha… – Sì, mammina, sono io… Non mi davano il tuo indirizzo in collegio, dicevano “non è permesso”, mamma… Ma io convinsi la professoressa, Anastasia Sergeevna, bravissima, mi aiutò a fare le carte, così trovammo il tuo nome e poi l’indirizzo… ed eccomi qui. Le lacrime bagnavano silenziose le guance di Anna. – Olly, Olyusha… figlia mia… – Mammina! Quanto ti ho cercato, mamma! Scrivevo lettere, loro ridevano, dicevano che mi avevi abbandonato come una cosa… Ma io ci credevo, mamma, ci credevo… Anna abbracciò la giovane tra le sue mani indurite dai calli, accarezzando con delicatezza il golfino lavorato a maglia di Olga, la sua bimba… Finalmente si stringevano. Non c’era bisogno di parlare, tutto era chiaro così. Solo dopo, ricordando le lezioni della nonna e con l’esperienza della vita, Anna si fece in quattro per la figlia: le scaldò l’acqua, preparò la tisana di finocchio, la curò come poteva. Ollina, figlia mia, ragione di vita. Ora c’è un motivo per cui vivere ancora. Lui ha avuto pietà di me, nulla è perduto… Bisogna pensare all’orto, al maialino, a un cappottino nuovo. Anna aveva dei risparmi messi via. Si era ormai arresa… ma adesso c’era Olyusha… *** – Mamma… – Eh? – Mammina… – Dimmi tesoro. La piccola Olga prese una focaccina dal tavolo, ormai le guance si erano fatte piene, la mamma la curava come una bambola, e lei stessa era ringiovanita. – Mamusinaaaa… – Che c’è, eh. – Mamma, mi sono innamorata. – Guarda un po’… – Sì. Mamma, lui è così buono. Si chiama Ivan, vorrebbe conoscerti… – Io… non so… Ma Anna pensò che i giorni felici erano finiti, quello che Dio dà, poi lo riprende. – Che hai, mamma?… – Niente, tesoro, niente… Sei cresciuta così in fretta. Non ho fatto in tempo a godere appieno… scusami, Olyusha… – Mamma, come puoi dire questo… Ma io ti amo, non sai quanto ti ho cercata. Darei tutto per te, sei la mia vita. La conoscenza andò bene. Ivan era un ragazzo di campagna, serio e volenteroso, ad Anna piacque subito, pensò che era l’uomo giusto per la sua figlia. Erano tempi duri: alcuni non avevano da mangiare, altri trattavano meglio i cani che le persone. Ma Anna, Olga e Ivan non ebbero mai fame: Anna sapeva cucire bene, quando chiusero la fabbrica andò a lavorare in una cooperativa e così vestiva la sua Olga e pure il genero solo di “roba buona”. Ivan era uomo d’azione: rimise il recinto, cambiò le travi della casa, sistemò il pollaio e il porcile, fece splendere la casetta, anche di più da quando era tornata Olga. Il cuore di Anna si era sciolto. Aveva ritrovato la voglia di vivere, triple forze per tutti gli anni e tutto il passato che voleva dimenticare, anche se a volte la notte tornavano i pensieri e il dolore. – Mamma, mamma? Ti fa male qualcosa? – No, bimba, dormi, dormi… – Mamma, posso venire da te? – Certo, – Anna le lasciava spazio nel letto – Piccola mia, il cuore scoppia d’amore. Ecco cos’è l’amore materno, grazie a Dio, grazie che me l’hai fatto provare. Ci fu il matrimonio, i ragazzi restarono vivere con Anna, lei rifiorì come un papavero. Anche sul lavoro si vedeva che la severa Anna Pavlovna non riusciva più a trattenere il sorriso. – Sta per arrivare un nipote, – confidò alle colleghe – sono in ansia. – Anna Pavlovna, che figlia fortunata hai: quanto la ami! Nacque un nipotino: Antonio!… Come la nonna di Olga, la madre di Anna, una donna severa, ma giusta, raccontava ora Anna allegra. I pensieri erano ormai solo per Antoshka. Era il più bello, il più buono, e sempre attaccato alla nonna. Ivan intanto iniziò la costruzione di una casa grande, ci fu posto anche per Anna, come avrebbe potuto essere altrimenti? I ragazzi crearono un’impresa di costruzioni, aprirono un negozio di materiali edili, la loro vita trascorreva tranquilla. Arrivò un’altra bella notizia: presto una nipotina. Anna cucì mille abitini per la nuova arrivata, Marina, bellissima bambina. La casa era piena di risate di bambini. Tutto era finalmente sereno per Anna. Ma da qualche tempo un bruciore al petto la faceva stare male. – Mamma, dov’è che ti fa male? – Va tutto bene, figlia, tranquilla… *** … È tardi, purtroppo. – Dottore… com’è possibile? Era mia madre… – Mi dispiace tanto… *** – Figlia mia, Olyusha… è giunta l’ora, scusami se sono rimasta troppo a lungo. Loro mi avevano già dimenticata, ma tu mi hai salvata, sei venuta da me, piccola mia… – Mamma, non dire così… – Figlia, devo dirti una cosa… fa male, ma lasciami finire… Io non sono la tua vera mamma, Olga. Perdonami… – Mamma! Non farlo mai più, non dirlo mai a nessuno! Sei mia, solo mia madre… hai capito? – Sì, sì… figlia mia… il mio cuore… Lì c’è il mio diario… Perdonami, Olga. Ti amo piccolina. – Ti amo anche io, mamma… *** – Olya, mangia qualcosa… – Sì, Vanya… adesso… Vai pure… Olya era nella stanza della madre, leggeva il suo diario. Era la vita di Anna: spigoli, tristezze, un po’ di allegria. Una mamma severa, Antonina, padre morto in guerra. Annina, Annina-mazzolino. Si era innamorata di un delinquente, aveva scappato con lui. La vita era corsa, follia, pericolo, la gioventù che scorreva via. Poi lui era sparito, finito in galera, lei aveva perso tutto, anche la possibilità di avere figli: durante una fuga aveva preso troppo freddo. Era rimasta sola… Quando seppe che non avrebbe mai potuto diventare madre andò in chiesa a chiedere perdono… E invece arrivò questa gioia inaspettata, e non volle lasciarsela sfuggire. Pensava: “Almeno per un po’ sarò mamma”. Non credeva che la malattia sarebbe passata, ma era successo. Chiedeva perdono a Dio, pregava di poter vivere ancora un po’, vedere i nipotini… Aveva paura che la figlia scoprisse la verità, che non era la vera madre: ma poi aveva smesso di temere, aveva cominciato a vivere davvero. “Perdonami, figlia mia, se ti ho rubata alla tua vera mamma. Ecco il mio destino, la mia felicità rubata…” – Mamma… piangeva Olga, – mia cara mammina. Spero tanto che tu mi senta… Io lo sapevo, l’ho quasi subito capito. Quando vivevo da te mi dissero che i dati erano sbagliati, Anna era Ivanovna, l’ho cercata, solo per curiosità. Mi ha rifiutata lei, si è rifatta una vita, io per lei ero solo di ingombro. Aveva paura che ci vedessero insieme, mi dava dei soldi… Sosteneva che era meglio non incontrarci. Ricordi, mamma, che poi sono stata male, ho avuto la febbre. Tu, mamma mia, ringrazio Dio che ci ha fatte incontrare. Sei la mia mamma. Che fortuna che hanno sbagliato, forse là in alto sapevano chi doveva arrivare da chi… Come farò senza di te, mamma… – Olya, Olyushka… – Vanya, lasciala piangere, ha appena seppellito la madre… *** – Nonna, ma nonna Anna era buona? – Molto, tesoro – E anche bella? – La più bella, Annina – E chi le ha dato questo nome? – Non so, forse il suo papà o la sua mamma – Il tuo nonno, la tua nonna… – Sì, il mio nonno, la mia nonna. – E io mi chiamo come la bisnonna? – Sì, io e il tuo papà ti abbiamo chiamata come la sua nonna, perché la amava tanto. – E lei ora mi vede? – Certo che ti vede, ti guarda e ti proteggerà sempre. – Ti voglio bene bisnonna Annina, – la bimba depose una coroncina di margherite sulla tomba della bisnonna. – Ti voglio bene anch’io, piccola, – fruscia la betulla, – e anche noi ti vogliamo bene, sussurra il vento.