La felicità rubata: la storia di Anna e Olya, tra dolori del passato e il calore di una famiglia rit…

La felicità degli altri

Antonella smuoveva la terra nel suo orticello; quella primavera era arrivata presto sulle colline marchigiane, eppure era solo fine marzo e la neve già tutta sciolta. Sapeva che il freddo non aveva ancora salutato per sempre, ma intanto il tepore del sole la chiamava fuori, a sistemare la staccionata crollata, ad aggiustare la legnaia in fondo al cortile.

Pensava a come sarebbe stato bello prendere qualche gallina, un maialino, magari un cane da compagnia e una gattina. Ma si fermava, sorrideva amareggiata tra sé: “Basta, Antonella, basta così, la vita che basta.”

Desiderava già rivoltare lorto, sentire sotto i piedi nudi la terra scura, soffice, tiepida camminarci affondando le dita dei piedi nel suolo, come faceva da bambina nella casa di suo padre, respirando quel profumo che sapeva di origine e di ricordo.

«Vivremo ancora», sussurrò a qualcuno che non cera.

“Buongiorno.” Una voce la scosse.

Alla cancellata una ragazzina, piccolina, neppure sedicenne, coi capelli scuri davanti agli occhi e un vecchio impermeabile grigio stinto quelli che danno nei convitti della provincia e scarpette scalcagnate, calze velate. Non era ancora stagione per vestirsi così leggera, pensò Antonella; avrebbe preso freddo, con quelle scarpe che sembravano quasi di cartone.

La ragazza si muoveva dondolando sulle punte dei piedi magri. “Buongiorno”, rispose Antonella, asciutta.

“Mi scusi, posso usare il vostro bagno?”

“Ah, sì. Vai dritto in fondo e gira dietro langolo”, la indirizzò.

Antonella la seguì con lo sguardo, incuriosita. La ragazza tornò poco dopo, il viso rilassato. “Grazie, mi ha salvata. Sto cercando una stanza in affitto, non è che affitta per caso?”

Antonella scosse la testa. “Non avevo intenzione, a che ti serve?”

“Preferisco non vivere nel dormitorio comunale. Là cè solo disordine, si beve e si fuma, e i ragazzi sono sempre in giro.”

“Capisco E quanto pensavi di pagare?”

“Cinquemila lire Non ho di più.” La voce si fece sottile e imbarazzata.

“Va bene, entra, su.” Appena entrata, la ragazzina domandò subito: “Posso andare ancora in bagno?” Antonella sospirò. “Vai pure.”

“Come ti chiami?”, chiese Antonella, mentre la accompagnava in casa.

“La mia maestra mi chiama Claudia”, sussurrò, con una vocina di topo.

“Claudia, allora. Ma dimmi la verità, Claudia, che ti porta qui davvero?”

“Scusi posso andare ancora in bagno”, rispose la ragazza, agitata, occhi lucidi.

“Ma che hai?…”

“Non lo so… mi scusi” Le lacrime le rigavano le guance.

“Va pure”, le concesse Antonella, più tenera. Seguí la ragazza nel cortile.

“Solo… solo per fare la pipì… mi fa male tutto…”

“Poi ne parliamo. Ma adesso, chi ti ha mandato qui?”

“Nessuno. Sono venuta da sola. Lei lei è Antonella Bartolini?” La voce le tremava.

“Eh sì… sono io.”

“Non mi riconosci… mamma? Sono io, Claudia. Tua figlia!”

Antonella restò impietrita, la schiena dritta e la pelle segnata dal vento e dalle privazioni. Neanche un muscolo le si mosse. Solo le labbra sussurrarono: “Claudia… Figlia… Claudietta…”

“Sì, mamma, sono io… Non volevano darmi il tuo indirizzo in orfanotrofio, dicevano che non era permesso, ma la maestra, suor Mariangela, mi ha aiutata. Ha fatto una richiesta, abbiamo trovato il tuo nome, cognome, poi lindirizzo ed eccomi qui.”

Antonella non si mosse, solo le silenziose lacrime a rigarle la faccia.

“Claudia, Claudietta… piccina mia”

“Mamma!”, singhiozzò la ragazza, gettandosi al suo collo. “Quanto ho cercato, mamma. Mi dicevano che mi avevi abbandonata, come una cosa, ma io sapevo che non era vero. Ti scrivevo, ti cercavo, mamma… mi hai chiamata ancora figlia”.

Le braccia ruvide e nodose di Antonella strinsero la ragazza, aggrappandosi al golf di lana grossa della figlia ritrovata. Rimanevano così, abbracciate, senza bisogno di parole. Tutto era chiaro così.

Solo dopo, quando Claudia si era addormentata, Antonella corse avanti e indietro per la casa, seguendo i gesti antichi insegnati da sua nonna: acqua calda, infusi di finocchio, la sua piccola fra le braccia finalmente una figlia, finalmente un senso.

Ora cera per cosa vivere. Dio aveva avuto pietà, non era tutto perduto.

Lorto, il maialino, i vestiti da sistemare: ecco le cose che tornavano a esistere. Antonella aveva perfino qualche risparmio nascosto per le emergenze. E pensare che era ormai pronta a lasciarsi andare… ma ora cera la piccola Claudia, la figlia della sua anima

***

«Mamma?»

«Eh?»

«Mamma…»

«Dimmi, furbetta.»

Claudietta prese un panzerotto dal vassoio che la madre aveva appena tirato fuori dal forno; aveva già le guance paffute, e Antonella la vestiva come una bambolina. E pure lei sembrava ringiovanita.

«Mamucciaaa»

«Ma cosa cè? Dimmi!»

«Mamma, mi sono innamorata!»

«Accidenti.»

«Davvero, mamma! Si chiama Marco. Vorrebbe conoscerti»

«Non so» sospirò Antonella, intuendo che la felicità presto avrebbe lasciato il posto allinevitabile. Lui dà, lui riprende, pensava.

«Ma mamma, che hai?»

«Niente, piccina. Sei cresciuta in fretta, troppo in fretta. Non ho avuto il tempo di gustare, non ho fatto in tempo perdonami, Claudietta»

«Ma mamma! Non dire così! Lo sai quanto ti voglio bene? Tu sei la mia unica mamma, lo sai Abbiamo mille cose ancora da vivere insieme!»

Lincontro andò bene. Marco, ragazzo del paese, lavoratore e serio, conquistò la fiducia di Antonella. Per uno così, pensava, la figlia sarebbe stata al sicuro.

Gli anni non erano facili, molti faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena, ma Antonella, con le sue mani doro, aveva trovato lavoro in una cooperativa artigiana dopo che la fabbrica aveva chiuso. Così riusciva a vestire tutta la famiglia, figli e genero compresi, sempre con qualcosa di nuovo.

Marco si rivelò intraprendente: rifaceva la staccionata, sostituiva le assi marce della casa, aggiustava il pollaio. La casa, con Claudia e Marco, tornò persino a cantare, e il cuore di Antonella sembrava sciogliersi ogni giorno di più, colmato di un amore inaspettato che la riportava a vivere, dopo troppi anni doblio e solitudine.

Solo certe notti il passato riaffiorava, un peso cupo che le schiacciava il petto. Claudia allora correva da lei.

«Mamma, stai male?»

«No, piccina. Dormi tranquilla»

«Mamma, posso dormire con te?»

«Certo», e si stringeva contro il muro, facendo spazio a quella sua bambina ormai grande.

Il vero amore è quello di madre, Antonella lo sussurrava al cielo, grazie, grazie per avermi permesso di saperlo. Poi venne il matrimonio, e i giovani restarono a vivere con lei la casa fioriva.

Anche al lavoro avevano notato che lAnnalisa severa non riusciva più a trattenere il sorriso. «Avrò un nipotino o una nipotina», confidava alle colleghe tra i fornelli.

Una figlia così, pensavano tutte, Antonella è proprio fortunata: la ama come nessuno.

Nacque un nipotino, Matteo, chiamato così in onore della nonna materna. «Bello come il sole», diceva gioiosa Antonella. E per lei, che dopo Claudia non aveva più tenuto in braccio un bimbo, tenerlo tra le braccia era pace, era beatitudine.

Il suo pensiero era tutto per Matteo, bello più di tutti, il cuore di sua nonna. Marco intanto costruiva una casa grande, dove ognuno aveva il suo spazio e Antonella era il sole della famiglia.

Gli affari andavano bene: Marco e i suoi fratelli avevano aperto unimpresa edile e un negozio di materiali. La vita era serena.

Poi la bella notizia: arrivava una nipotina! Antonella cominciò a cucire vestitini, grembiulini, scamiciati: Mariangela, un nome di luce. La casa traboccava di risate di bambini.

Tutto sembrava perfetto, solo che alla donna cominciò a bruciare sempre più spesso il petto.

«Mamma, che hai? Mamma mia adorata, dove senti dolore?»

«Tutto bene, piccola, tutto bene…»

***
«… Mi dispiace, non possiamo fare nulla.»
«Dottore, ma comè possibile? Mamma è la mia mamma»
«Mi dispiace, davvero.»
***

«Claudia è il mio tempo, perdonami, ho vissuto fin troppo. Mi avevano già data per spacciata, poi sei arrivata tu, mi hai salvata piccola mia»

«Mamma, non dire così»

«Devo dirti una cosa, non interrompermi Io non sono la tua vera madre, Claudia. Scusami»

«Mamma! Tu sei mia mamma, solo mia. Non voglio sentire altro. Non importa cosa dicono i documenti, tu sei il mio cuore, la mia unica madre! Capito?»

«Sì Sì, tesoro mio Nel cassetto cè il mio diario scusami, Claudietta. Ti voglio bene, piccola mia»

«Anchio, mamma, mamma»

***

«Claudia, mangia qualcosa»
«Sì, Marco, vado tra poco. Vai pure.»

Claudia era nella stanza della madre, a leggere il suo quaderno segreto, quella vita scritta con mano tremante. Raccontava di una madre severa, Antonietta, e il padre morto disperso in guerra. Antonella, da ragazza, era stata irrequieta, si era innamorata di un ladro di passaggio. Avventure, follie, lamore che brucia dentro.

Era scappata con quelluomo, ma la vita laveva trascinata in un gorgo dal quale era uscita troppo tardi. Quel vagabondo era finito in galera e Antonella, malata, era rimasta senza più nulla.

Il freddo di un inverno laveva resa sterile, sola, solo una casa di mattoni ereditata. I medici non le avevano dato speranza, ma aveva pregato, chiesto almeno di provare la gioia di una figlia vera, e il destino le aveva dato Claudia.

Aveva vissuto nellansia, allinizio, pensando che prima o poi la figlia avrebbe scoperto la verità: non era la madre, era solo una donna con lo stesso cognome. Poi aveva trovato la pace, la vita semplice di chi si sente finalmente degno di amore e perdono.

Perdonami, Claudia cara. Ho rubato la tua felicità, la felicità di unaltra madre Questa è la mia felicità, presa in prestito

«Mamma», singhiozzava Claudia, «Se solo puoi sentirmi lo so, ti ho sempre riconosciuta. Quando vivevo con te ho scoperto che la vera Anna era unaltra, Anna Maria, ma lei non mi voleva: si era rifatta una famiglia, aveva paura di essere scoperta. Mi dava soldi, mi chiedeva di andar via, non mi ha mai cercata. Tu invece sì, tu sei stata la mia vera madre.»

«Ricordi, mamma, quando sono stata male che tu mi hai vegliata giorno e notte? Io ringrazio il cielo per averti incontrata, tu sei stata la mia felicità. Magari non è stato un errore, magari lassù sapevano dove dovevo arrivare. Come potrò vivere senza di te, ancora, mamma»

«Claudia»
«Lasciala piangere, Marco. Ha sepolto sua madre»

***

«Nonna, era buona la nonna Antonella?»
«Tanto, dolcezza.»
«Ed era bella?»
«La più bella di tutte, mia piccola Antonella.»
«E chi le ha dato quel nome?»
«Non lo so, forse suo papà, forse sua mamma.»
«Dunque tuo nonno, o tua nonna?»
«Sì, proprio così.»

«E tu mi hai chiamata come la bisnonna, vero? Come la tua mamma?»
«Sì, io e papà abbiamo scelto insieme. Lui voleva tanto bene alla sua nonna.»

«E lei mi vede da lassù?»
«Certo ti vede, ti protegge e ti guarda sempre.»

«Anchio ti voglio bene, bisnonna Antonella», sussurra la piccola, posando una corona di margherite sulla tomba della bisnonna.

«E anchio a te, tesoro» sussurra il pioppo «e noi tutti», riprende il ventoUn raggio di sole, pallido ma deciso, si posò sulla corona e sulle dita infantili intrecciate a preghiera. Claudia rimase in disparte, voltando il viso umido di ricordi al vento che spazzava la collina. Dun tratto le parve di scorgere, nel riverbero della luce tra i filari, una figura calma, robusta, col grembiule annodato in vita e una cesta di primule.

Un soffio di terra e viole. Il profumo di pane caldo, la carezza ruvida e tenera di quei giorni semplici, dove la felicità sta nelle piccole cose, nel buono che resta anche dopo che tutto sembra passato.

La piccola Antonella corse incontro alla madre con un sorriso, e Marco le raggiunse e la sollevò, come fosse la cosa più naturale del mondo. Il vento portava lontane le voci, ma restava nellaria una promessa: nessun amore si perde davvero, dove ha messo radici.

Le colline si tingevano di oro e verde nuovo. Claudia percepì, nel silenzio, il battito quieto di tutte le generazioni che aveva amato e che ora abitavano dentro di lei, e seppe che anche per lei, e per sua figlia, e per ogni bimbo che verrà, la felicità degli altri sarà per sempre anche un po la propria.

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