10 marzo
Mi sembra di vivere in un sogno dal quale non riesco a svegliarmi. O, forse, in un incubo. Oggi il medico è entrato nella camera, con quell’espressione distaccata che mi fa quasi rabbia.
Avete già scelto come chiamare la vostra bambina? Ha chiesto, guardando più me che mia madre.
Non ho avuto nemmeno voglia di rispondere. È stata lei, la mia matrigna, a prendere subito la parola Lucia, sempre seduta dritta accanto al letto, con quellaria di chi ha tutto sotto controllo.
Non abbiamo ancora deciso il nome, ha detto. È una decisione importante, Giulia deve pensarci bene.
Io non voglio darle un nome, ho detto, più forte di quanto avessi previsto. Le parole sono uscite senza filtri. Non voglio neanche portarla a casa. Scriverò il rifiuto.
Lucia si è irrigidita. Le sue labbra si sono strette in una linea sottile, e ha guardato il dottore come se fosse colpa mia se tutto andava male. Non ascoltatela, ha detto. Ovviamente la bambina viene con noi.
Il medico ha fatto spallucce, senza particolare interesse, e se nè andato. Forse meglio così. Quando la porta si è richiusa, Lucia si è piegata su di me come una tempesta.
Come osi parlare in quel modo? Cosa penserà la gente di noi? Con tutta la fatica che abbiamo fatto a trasferirci qui a Parma per far sembrare le cose normali quella bambina deve restare nella nostra famiglia!
E di chi è la colpa? Ho risposto, fissandola. Se mi avessi ascoltato quella sera, niente di tutto questo sarebbe successo. Avrei finito il liceo, magari sarei andata alluniversità Quindi, se vuoi quella bambina, prendila tu.
Ho girato la testa verso la parete. Discussione chiusa, almeno per me. Ma Lucia non si è arresa; ha continuato a brontolare finché una delle infermiere non è entrata, chiedendole di uscire: la paziente, cioè io, aveva bisogno di riposo.
Rimasta sola nella stanza, mi sono lasciata andare in un pianto silenzioso. Vorrei solo che tutto finisse, che qualcuno mi portasse via da questa situazione. Mi fa paura anche solo pensare ai giorni che verranno.
Dopo un po, qualcuno ha bussato timidamente. Ho asciugato le lacrime e ho detto:
Avanti.
Mi aspettavo una delle infermiere o mio padre, invece è entrata una sconosciuta. La signora non riusciva neanche a trovare le parole.
Senti, ho sentito per caso i medici parlavano vicino alla mia stanza, esordì, prendendo coraggio. È vero che vuoi lasciare tua figlia?
Sì, è vero, le rispondo. Questa maschera di calma mi costa fatica.
Ho visto tua madre fuori
Lei non è mia madre, lho interrotta. Solo matrigna. La vera mamma lavora allestero.
Mi dispiace, non volevo ferirti, La donna sembrava in difficoltà. Ma io sono cresciuta in un istituto, so che significa essere abbandonati. Sono solo preoccupata per lei, la piccola non ha nessuna colpa.
Ma tanto le neonate vengono adottate velocemente, almeno così mi hanno detto, ho alzato le spalle. Io non riesco neanche a prenderla in braccio. Se Lucia non si fosse messa di mezzo, forse ora non sarei qui.
Ma sei abbastanza grande per decidere da sola, vero? Più di quindici anni le hai.
Lho guardata con ironia. Una disgrazia! ho imitato Lucia. Come faremo a guardare la gente in faccia?
Non capisco
Le racconto tutto, così magari smette anche lei di giudicarmi, ho sbuffato, sentendo la rabbia montare.
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Lultimo anno di liceo è stato un disastro. Già era difficile senza Andrea: il mio ragazzo, chiamato a fare la leva militare. Poi, in classe è arrivato un nuovo compagno Riccardo uno di Milano, spedito qui in provincia da suo padre per punizione, dopo tutti i suoi guai in città.
Riccardo era il classico tipo che non prendeva nulla sul serio. Regalava gioielli, portava le ragazze nei locali. Quasi tutte cedevano alle sue attenzioni, sperando di diventare la fidanzata ufficiale.
Io ero lunica a resistergli, infatuata comero di Andrea. Un giorno, credevo che Riccardo avesse finalmente capito che con me non cera storia e mi avrebbe lasciato in pace. Povera illusa.
Alla festa di compleanno di Martina, la mia migliore amica, è successo tutto. Riccardo era lì, ovviamente. Durante la serata, sono uscita al cellulare per parlare con Andrea. Quando sono tornata, Riccardo era seduto al mio posto. Da lì, il buio. Ho iniziato a sentirmi strana
La mattina dopo, mi sono svegliata con Riccardo accanto che mi sorrideva come se niente fosse.
Ecco qua, ha detto con sarcasmo. Alla fine hai ceduto. Consideralo un regalo. Andrea? Un vero fesso, credimi.
Arrivare a casa è stata una fatica. Camminavo barcollando per via Cavour, la testa che mi girava e la gente che mi guardava con disgusto. Quando ho suonato, Lucia ha aperto con la solita aria stizzita.
Dove sei stata? Non hai dormito a casa, non rispondi al telefono guarda in che stato sei! Se tuo padre ti vedesse
Chiama il medico e la polizia, lho interrotta. Voglio sporgere denuncia. Deve pagarla.
Lucia è rimasta interdetta. Mi fissava, cercando di indovinare chi fosse il colpevole.
Chi è stato?
Riccardo, chi altro? già parlare mi costava fatica. Solo lui avrebbe potuto farlo. Chiama, oppure lo faccio io.
Lucia mi ha fermata. Aspetta. Tanto la famiglia di Riccardo lo proteggerà sempre. Meglio parlarne con suo padre: almeno avremo una compensazione.
Mi sono sentita impazzire. Una compensazione? Sei seria? Io vado in questura!
Non andrai da nessuna parte! e mi ha chiusa in camera. Non avevo più il cellulare, forse perso in giro o lasciato da Martina. Uscire era impossibile: la porta chiusa a doppia mandata.
Pochi giorni dopo sono riuscita a raggiungere mia nonna, che vive a centinaia di chilometri da Parma, da sola. Non volevo turbarla, così ho nascosto tutto. Poi, un mese dopo, la notizia: sono incinta.
Lucia era al settimo cielo. Finalmente la sistema! Il papà di Riccardo avrebbe versato una lauta somma, come sempre. Tutto, però, doveva restare segreto almeno fino al quinto mese.
A nessuno importava cosa volessi io. Quando ho accennato alla possibilità di abortire, Lucia ha fatto il diavolo a quattro e ha iniziato a controllarmi senza lasciarmi un attimo sola.
Anche il nonno futuro non era contento della situazione, ma quando Lucia gli ha parlato, non ha avuto scelta: ha firmato un assegno generoso, una promessa mensile di mantenimento.
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Ora capisci? dico alla donna sconosciuta. Ho perso tutti: Andrea, che non mi ha creduta, le amiche che mi hanno voltato le spalle. Ho dovuto cambiare città. Persino la scuola lho lasciata.
La donna era in silenzio, poi ha sussurrato: Perdona la mia durezza non conoscevo tutta la storia. Ma la bambina
A quel punto Lucia è rientrata sulla scena con il suo solito piglio, tenendosi stretta mio padre.
Abbiamo da parlare. Questi sono affari di famiglia, ha detto, fulminando laltra donna.
Lei mi ha lanciato uno sguardo compassionevole ed è uscita chiudendo la porta.
Lucia, a bassa voce, ha iniziato: Non ti permetterò di rovinare tutto. Se lasci la bambina qui, non pensare di tornare a casa. E dove pensi di andare? La nonna è morta, la casa è già stata ereditata da tuo zio. Farai la mendicante?
Qualcuno ha bussato. Ho pensato fosse un altro rimprovero, invece la porta si è spalancata su una donna elegante che non vedevo da mesi.
Mamma! ho gridato, senza riconoscermi nella voce.
Sono qui, Giulia, mi ha stretto tra le braccia. Se avessi saputo quello che stavi passando Ma Lucia mi diceva che non volevi parlarmi, che i miei regali venivano rifiutati, che non rispondevi mai al telefono. Ho pensato che fossi arrabbiata con me. Ma ora andiamo via, ci riprendiamo tutto il tempo perduto.
Pensavo che tu non mi volessi più, ho pianto. Dentro sono ancora una bambina.
Mamma mi ha asciugato le lacrime. Ora basta. Voltiamo pagina e ci costruiamo il nostro futuro.
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Sono andata via con la mamma. Lucia ha tenuto la bambina, sperando di arricchirsi grazie al mantenimento del nonno. Ma non ha previsto la reazione di lui: quando ha scoperto tutto, è venuto a prendersi la bambina con sé. Riccardo ha dovuto riconoscerla, nonostante le proteste.
Io, invece, sono libera. Di nuovo con la mamma, con qualcuno che non mi giudica e che non mi abbandonerà mai.




