La figlia muta del contadino benestante

La figlia muta del contadino.

Nellinverno del 1932, a Monte Castello, nessuno contava i giorni. La gente contava i cucchiai di farina nei sacchi, le ciocche di legna nella stufa, e i battiti del proprio cuore, assicurandosi che battesse ancora, che non si fosse fermato. Era stata unannata di fame, e la stagione fredda stringeva come un laccio: il ghiaccio non si scioglieva sui vetri, il vento ululava nei camini.

Ginevra Bellini abitava allestremità del paese, in una casupola che le avevano assegnato dopo che suo padre, Ernesto Bellini, era stato dichiarato nemico del popolo e spedito con la moglie chissà dove, verso le montagne al confine. Lei aveva allora sedici anni. La madre era morta durante il viaggiocosì si mormoravae il padre non lo rivide più. Ginevra era rimasta in paese perché, al momento dellespulsione, era in ospedale con la polmonite. Quando fu dimessa, non aveva più né famiglia, né casa: la loro era stata sigillata, poi smontata per farne legna. Anche lei, come familiare di un dissidente, rischiava lesilio, ma il sindaco, Gaetano Grimaldi, prese le sue difese: È brava, lavora sodo, teniamola qui. Così Ginevra finì a lavorare nella stalla: munga le mucche, pulisce, fa tutto senza fiatare.

Ha perso la voce quando portarono via il padre. Dicono sia stato lo shock. Apriva la bocca, ma usciva solo un soffio, un sussurro spezzato, quasi qualcuno le stringesse la gola con dita gelide. Il medico scuoteva le spalle: Nervi, passerà. Ma gli anni passano e Ginevra tace ancora. Ne hanno pena tutti, ma qualcuno la considera fuori di testa, altri la chiamano la sciocca di Dio. Ginevra non se la prende. Vive la sua vita silenziosa, lavora dallalba al tramonto, non dà fastidio a nessuno.

Gaetano Grimaldi, invece, era il suo opposto: un pezzo duomo, con spalle larghe, voce tonante e occhi fermi. Interveniva dovunque ci fosse confusione; il suo tono sopraffaceva ogni brusio nelle riunioni, e se cera bisogno, batteva il pugno sul tavolo. A ventisei anni era già sindaco e lo rispettavano tutti, anche temendolo un po. Veniva da famiglia povera e aveva imparato bene: lordine è tutto. Chi rompe lordine è nemico. Fame o freddo non facevano differenza: lordine veniva prima.

Viveva con regolarità: allalba era in giro tra granai e stalle, controllava sigilli e distribuiva compiti. I contadini brontolavano, ma lo ascoltavano, perché sapevano che Gaetano non era uno che lasciava correre. Se cera bisogno di consegnare il raccolto, si faceva; se bisognava lavorare anche la domenica, si faceva. Era rimasto saldo al suo ruolo nonostante i tempi turbolenti.

Quellinverno, quando circolavano voci che nei paesi vicini già si moriva di fame, Gaetano correva tra Monte Castello e il capoluogo per recuperare razioni extra per i paesani. Sapeva che la gente era allo stremo, che ancora un po e sarebbero iniziati furti, magari rivolte. E quelle non le avrebbe mai tolleratenotava sempre: se cominciano furti e tumulti, il paese non passerà linverno; si perderà anche lultimo chicco di grano, lordine cadrà.

Una notte, tornando dal capoluogo in carrozza, prese una scorciatoia attraverso la campagna. La luna era bassa e il gelo faceva brillare la neve di un azzurro spettrale. Gaetano sognava solo la sua casa, dellacqua calda, il letto.

Allimprovviso il cavallo si fermò sbuffando. Davanti, sul bordo della strada, una figura minuta con un piccolo sacco in mano.

Ehi, fermati! chiamò.

La sagoma stava per svanire tra i cespugli quando Gaetano saltò giù e si avvicinò. Era Ginevra.

Si ergeva immobile, magra, avvolta in uno scialle sfrangiato, occhi scuri enormi. Cera paura nei suoi occhi, ma non quella di chi ruba per vizio: era il terrore di una lepre braccata, senza uscita.

Che cè nel sacco? domandò Gaetano, anche se aveva già intuito.

Ginevra restò zitta. Lui aveva già sciolto il nodo e trovato la farina: farina integrale, grigia, quella razionata dal municipio con tanto di registro. Nel sacco ce ne erano tre o quattro chiliper un furto sarebbe bastato per una denuncia e lesilio, forse peggio.

Furto disse tranquillo. Sai che ti aspetta? In tempi di guerrafucilazione. Io dovrei arrestarti.

Ginevra singinocchiò nella neve. Non supplicava, non urlava. Dal petto le uscì solo un rantolo struggente, lo sguardo fisso negli occhi di lui. E Gaetano, per la prima volta, vide un abisso di disperazione tale che si sentì quasi soffocare.

Per chi? domandò lui, senza sapere nemmeno perché.

Ginevra si alzò, barcollante, e indicò verso il paese. Poi alzò cinque dita, quindi tre, poi ancora cinque. Gaetano capì: quella farina era per i figli di Pietro Barbone, morto di tifo la settimana prima. Tre bambini, piccoli, che la vicina zia Rosa diceva che non mangiavano da tre giorni.

Alzati ordinò. Dai, su.

Le diede il braccio, la aiutò a rialzarsi, poi mise il sacco sulla slitta. Ginevra lo guardava senza capire.

Sali le ordinò. Ti porto io. Ma che nessuno lo venga a sapere. Non ci siamo mai visti, tu ed io.

Lei salì, muta, e tutto il viaggio fino alla casa dei Barbone non si scambiarono una parola. Gaetano portò il sacco allingresso, e di ritorno dalla slitta tolse dal suo fagotto un pezzo di pane secco e qualche sardina, mettendoli nella borsa di Ginevra. Lei tentò di protestare, lui la fermò:

Niente obiezioni. Che i bambini non muoiano E tupiù che basta questa volta. La prossima non ci sarà perdono.

Lei annuì, e lui partì, senza guardarsi indietro. Lei rimase ferma sulla strada finché la carrozza svanì tra le curve.

Quella notte Gaetano non dormì. Si rigirava nel letto, fissando il soffitto, chiedendosi: perché non lho arrestata? Perché ho infranto ciò in cui credo? Nessuna risposta, solo una strana pena che gli stringeva il cuore, e gli occhi neri di lei che gli tornavano davanti.

Con la primavera, a Monte Castello si respirava meglio. Apparivano le prime erbe, le strade si asciugavano, la gente tornava nei campi. Gaetano era sempre indaffarato: organizzava attrezzi, distribuzione dei semi, vigilava sui fannulloni. Ma qualcosa sconvolge la sua routine: se ne accorge, Ginevra.

Prima era solo una lavorante tra tante; ora invece si accorgeva che trovava scuse per passare dalla stalla per guardarla. Lei non parlava mai, ma le sue mani veloci e gentili nei gesti, il modo in cui abbassava sempre lo sguardo, lo toccavano nel profondo.

Dentro di sé combatteva pudore e dovere contro sensazioni nuove, di cui non trovava nome. Lui era un uomo pratico, abituato a decidere in fretta; stavolta, però, si sentiva perso e, peggio, peccatore. Aveva una promessa sposaLucia, figlia del fabbro Mariano: bella, robusta, con la treccia doro e un sorriso squillante. Erano daccordo dallo scorso autunno, Lucia aspettava solo la data delle nozze. Ottimo partito: laboriosa, con buona dote promessa dal padre.

Gaetano si convinceva che Lucia era la scelta giusta. Con lei una famiglia solida, per bene. E Ginevra? Muta, senza dote, senza famiglia. Solo pensarci lo riempiva di vergogna.

Eppure cercava quegli incontri.

Una sera di maggio, mentre piantavano lorto, la vide scavare il piccolo campo vicino alla sua casupola. Stava andando verso la bottega, ma i piedi lo portarono al cancello di lei.

Serve mano? chiese, sopreso della propria voce.

Lei si raddrizzò, sistemò lo scialle e scosse la testa. Ma lui aveva già superato la staccionata, prese la vanga e cominciò a scavare, impacciato e sudato come uno scolaro. Ginevra lo osservava, e il suo sguardo lo faceva tremare come un ragazzino.

Dovresti venire con più gente balbettò. Stare sola non va.

Lei taceva. Allora lui gettò la vanga, si avvicinò e le prese la mano. Era fredda, ruvida, ma le dita risposero e si strinsero piano alle sue.

Ginevra cominciò, con voce rotta. Io

Lei alzò gli occhi e in quelli di lei trovò tutto il resto non detto. E si spaventò. Si allontanò un passo, come bruciato dal fuoco.

Scusami sussurrò. È meglio di no.

Se nandò senza voltarsi, lasciandola lì con le braccia molli lungo il corpo.

Da quel giorno, Gaetano la evitava. Fissò le nozze con Lucia per il giorno di Santa Maria e la sposa raggiante cominciò a sistemare biancheria e inventare confetti. Il paese era in fermento; solo Ginevra si fece ancora più silenziosa, invisibile. Niente sguardi, niente incontri. Ma lui sapeva che soffriva, e questo lo feriva ugualmente.

Tutto cambiò a settembre. Gaetano era rimasto in municipio fino a tardi, sommerso dalla carta. Sulla via del ritorno sentì un piantoacuto, nel fienile vicino ai Barbone. Entrò e vide Ginevra: seduta nella paglia, stringeva la piccola Francesca, la più piccola dei Barbone, con il ventre gonfio e gli occhi persi nel vuoto. I due fratellini, accanto, uno non respirava quasi più.

Gaetano si precipitò, li controllò: vivi, a fatica, ma vivi. Ginevra alzò lo sguardo e nei suoi occhi cera una tale angoscia che lui, senza pensare, sollevò la bambina e gridò:

Bisogna portarli in paese, in ospedale! Subito!

Lei scosse la testa; lui capì: lei, muta, senza famiglia, come poteva essere ascoltata? Solo lui aveva quel potere. Così fece. Tutta la notte tremarono in carrozza, i piccoli avvolti nelle coperte: Gaetano spronava il cavallo e Ginevra stringeva Francesca, guardandolo piena di fiducia e timore.

Li salvarono. Il dottore fu netto: un giorno in più e sarebbero morti di fame. Allalba Gaetano rientrò con Ginevra e giunti alla sua casa, prima che lei scendesse, domandò:

E tu, hai mangiato oggi?

Lei abbassò gli occhi. Lui sbuffò, entrò, accese la stufa, scaldò lacqua, le diede pane e una tazza di brodo. Lei beveva piano e lui, guardandola, capì che era perduto.

Ginevra disse, piano. Disfaccio le nozze con Lucia. Non posso senza di te.

Lei tremò, posò la tazza, scosse il capo, poi gli afferrò la mano e se la portò alla guancia, piangendo, silenziosa ma con le spalle che tremavano. Lui la abbracciò, sentendola magra come uno stelo ma piena di una vita che gli fece girare la testa.

Lo scandalo fu terribile. Lucia scoprì tutto dai pettegolezzi prima ancora che Gaetano glielo dicesse. Piombò in municipio e urlò davanti a tutti:

Vergogna! Ti sposi la figlia di un traditore, una muta! Ti cacceranno via se sanno!

Gaetano tacque, mascella dura. Sapeva che aveva ragione: sposare la figlia di un condannato, in quei tempi, significava la fine. Ma quando vide Lucia scagliarsi con parole velenose verso la casa di Ginevra, qualcosa si spezzò in lui.

Vai via disse solo. Non infangarti.

Io sarei la vergogna? ansimò Lucia. Ti rovinerò, ricordalo!

Una settimana dopo in municipio arrivò una lettera anonima: Il sindaco Grimaldi protegge la figlia del dissidente, vive con lei, ruba la farina. Gaetano fu convocato, raccontò tutto: dei bambini, dei suoi sentimenti. Il segretario provinciale concluse:

Sciocco che sei, Gaetano. Per quella donna hai perso tutto. Ti tolgo lincarico, ma ti salvo dal processo. Vai a fare il falegname, se vuoi rovinarti.

Così Gaetano Grimaldi da sindaco divenne falegname. A ottobre, con semplicità e senza banda, si sposò con Ginevra allanagrafe. Testimoni furono il vecchio stalliere e zia Rosa. Lei indossava un modesto vestito a fiori, lui una camicia pulita, e andarono nella loro casa, quella dove lui, tempo prima, le aveva offerto acqua calda.

Lei ci mise tempo a crederci per davvero. Seduta sulla panca, manipolava lo scialle e lo guardava come si guarda un miracolo. Lui le prese la mano e disse:

Ecco, ora siamo insieme. E magari la voce ti tornerà, quando il cuore sarà in pace. O anche no, vivremo così. Io capisco tutto lo stesso.

Lei si strinse a lui.

Nel 1934 nacque il loro figlio. Lo chiamarono Pietro, come il nonno di Gaetano che era mancato prima di vederlo. Il bambino nacque biondo, occhi grigi, tutto suo padre. Ginevra, stringendolo tra le braccia, sorrise per la prima volta dopo anniun sorriso chiaro, fulgido, che fece capire a Gaetano di non aver sbagliato nulla.

Pietro cresceva vivace, curioso, e la gioia dei genitori era vederlo sfrecciare per il cortile, organizzare giochi coi bimbi vicini, tempestare di mille domande. Ginevra continuava a non parlare, ma con il figlio comunicava in altri modi: gesti, sguardi, sorrisi. Pietro capiva tutto.

Gaetano lavorava nella squadra dei falegnami della cooperativa agricola. Lo stimavano per le mani doro e lonestà. Del passato non si parlava più, anche se Lucia, che aveva sposato Gianfranco il contadino, e viveva ancora in paese, lanciava occhiatacce a Ginevra, che la evitava.

Poi scoppiò la guerra.

Gaetano partì tra i primi, salutato dal paese intero; Ginevra, alla fine della strada, strinse Pietro di sette anni e seguì con lo sguardo la carrozza del marito. Lui si voltò, salutò con la mano, gridò: Bada a Pietro! Lei annuì, restando sulla via finché la polvere si posò.

Le lettere di Gaetano erano poche: dapprima dal Nord, poi dal Sud, poi, per mesi, il silenzio. Ginevra lavorava nellospedale allestito al capoluogo, venti chilometri da Monte Castello. Pietro lo affidava a zia Rosa che badava a lui; lei restava in ospedale tutta la settimana, tornava a casa per due giorni, lavava, cucinava, poi ripartiva.

Nellinverno del 1943, accadde ciò che le rivoluzionò lesistenza.

Ginevra doveva andare a casa, ma in città arrivò un treno di feriti e lei fu trattenuta per tre giorni. In quelle notti i tedeschi bombardarono la ferrovia: bombe sulle stazioni, sulle case dei rifugiati.

Pietro era a casa di zia Rosa, ma lirrequietezza era la sua natura. Implorò un ragazzino vicino di accompagnarlo alla stazione a vedere i treni militari. La bomba li colpì proprio lì.

Quando Ginevra arrivò tra le macerie, non riconobbe il posto: binari divelti, mattoni ammucchiati, terra nera trafitta dai crateri. Cercava tra la folla, mostrava fotografie, chiedeva di suo figlio. Le dissero che i bambini erano stati portati allospedale. Corse lì. Trovò feriti, ustionati, ma di Pietro nessuna traccia.

Dopo tre giorni le comunicarono: Pietro Grimaldi, classe 34, dato per morto, sepolto in una fossa comune tra i non identificati.

Ginevra non gridò. Rimase un attimo impietrita, poi lentamente sprofondò a terra e dal suo petto uscì lo stesso lamento gutturale che un tempo Gaetano aveva ascoltato.

Rientrò a Monte Castello, chiusa in casa per tre giorni. Zia Rosa bussava, chiamava, niente. Il quarto giorno, Ginevra uscì, si sedette sul gradino a fissare il vuoto. Smagrita, gonfia dangoscia negli occhi: la gente evitava di guardarla.

Da quel giorno, non tentò nemmeno più di parlare. Anche i sussurri sparirono. Si rifugiò nel lavoro, unica àncora contro la follia.

Ma Pietro era vivo.

Durante il bombardamento, si era separato dallaltro ragazzo e si era nascosto sotto un vagone. Stordito, impaurito, aveva allontanato dalla stazione. Lo trovò Lucia. Anche lei lavorava come ausiliaria in ospedale e, appena riconobbe il ragazzino così simile a Gaetano, dentro di lei si accese lodio sepolto.

Lo portò via, avvolto nel cappotto. Quando fu il momento di riconoscere i morti, scrisse il nome di Pietro tra i deceduti ma intanto lo mandò dalla sorella, in un paese lontano, cento chilometri dopo le colline. Un orfano, tienilo tu, disse.

Pietro, otto anni, stordito, senza memoria del proprio nome, divenne Pietro Colombo, come risultava dai documenti della zia di Lucia. Crebbe come figlio suo, abituandosi alla nuova famiglia, dimenticando il passato come un sogno che sfuma allalba.

Lucia tornò a Monte Castello e guardava soffrire Ginevra: dentro di lei, la soddisfazione della vendetta rimasta a lungo repressa: mi hai tolto luomo, il destino ti ha tolto il figlio.

************

Gaetano rientrò dalla guerra nel 45, menomatoil braccio sinistro distrutto da una scheggia. Camminava per il paese ignaro della perdita del figlio. Quando incontrò Ginevra sul gradino di casa, capì tutto subito dagli occhi di lei, prima ancora di vedere la comunicazione ufficiale.

Si abbracciarono, immobili in cortile, il vento tra i capelli.

Perché non lhai salvato? sussurrò.

Ginevra taceva. Sapeva anche lui: dalla guerra i figli non si salvano. Ma il dolore era troppo.

Continuarono a vivere. Gaetano, nonostante la mano inservibile, riprese a fare il falegname, aiutando chiunque servisse. Ginevra lavorava nella stalla come prima. Ma in casa si stabilì il silenzio: non quello della felicità, ma quello di chi ha perso il futuro.

Lucia abitava non lontano, due figlie da crescere, il marito morto nel 43. Aveva una certa agiatezza, una mucca in stalla, si vestiva meglio degli altri. Con Gaetano era sempre cortese, nulla nel suo volto mostrava rancore. Gaetano però avvertiva la menzogna e la evitava.

Passarono dieci anni.

Unestate, nel 1955, Gaetano riparava il cancello nella zona alta del paese. Il sole picchiava, aveva tolto la camicia, e udì delle voci avvicinarsi. Due giovanotti, vestiti alla cittadina e con zaini in spalla, percorrevano la strada. Uno moro, basso; laltro alto, biondo, spalle larghe.

Gaetano si fermò di botto.

Il ragazzo biondo, camminando con un leggero zoppicare, aveva il volto che sembrava il suo di giovinetto: stessi occhi grigi, stesse linee, ma labbra un po più piene, come la madre.

Gaetano lasciò cadere il martello.

Ehi chiamò, rauco. Ragazzo!

Quello si voltò, in allerta.

Come ti chiami? balbettò Gaetano, le mani che tremavano.

Pietro, rispose il giovane. Perché?

Le gambe di Gaetano cedettero. Si sedette, senza forze. I due si guardarono preoccupati.

Sta male? chiese quello moro.

Anno di nascita? ansimò Gaetano. Di che anno sei?

Trentaquattro rispose ancora Pietro, sospettoso. E voi chi siete?

Gaetano si coprì il volto con la mano buona. Sentì i decenni scivolare via e pianse in silenzio.

Sono tuo padre sono io, figlio mio.

Pietro indietreggiò. Lamico rise, credendo allubriaco, ma Pietro non rise. Fissava Gaetano, e dentro di lui si scatenò qualcosa di familiare: odore di fieno, braccia forti che sollevavano in aria, una donna silenziosa dalle mani calde.

Tua madre si chiamava Ginevra, sei nato a Monte Castello nel ’34. In guerra ti hanno creduto morto. Ma tu sei vivo.

Pietro impallidì. Sapeva di essere adottato. La zia che lo aveva cresciuto era stata franca, la vera madre morì in un bombardamento, il padre disperso. Da sempre viveva con un cognome non suo.

Vieni, disse Gaetano, alzandosi. Vieni da tua madre.

Ginevra era in giardino, sulla panchina sotto il vecchio pero, puliva carote. Si muoveva automatica, con la mente altrove, come spesso ormai. Tutti la conoscevano così silenziosa da sembrare assente.

Gaetano portò Pietro al cancello.

Lei non parla. Non ti spaventare.

Pietro entrò. Vide la donnina col fazzoletto nero. Lei alzò la testa, i loro sguardi si incrociarono.

Ginevra balzò in piedi, le carote sparse nellerba, si serrò le mani sul petto. Pietro si avvicinò, senza parole, e lei gli accarezzò il viso, le spalle, le manicome per accertarsi che fosse vero. Dal suo petto sgorgò un suono lungo, rotto, un misto tra un pianto e un canto. Lo strinse forte, e Pietro sentì il suo corpo sussultare.

Mamma, disse lui. Una parola strana, ma giusta.

Gaetano osservava da lontano, asciugando le lacrime.

Dopo una settimana il paese seppe che Pietro era stato ritrovato. Lucia, appena appresa la notizia, si chiuse in casa. Ma non poté nascondersi a lungo. Pietro ricordò la donna che lo aveva portato via, le promesse, la lacerante lontananza. Ricordò il nome sbagliato, la nostalgia, la madre portata via dal fato.

Fu convocata unassemblea: Lucia davanti a tutti, pallida, le figlie che piangevano. Il vecchio stalliere, testimone delle nozze di Gaetano, domandò:

Che hai combinato, Lucia? Non hai avuto pietà? Tredici anni hai tolto ad un figlio e ad una madre.

Lucia alzò la testa, gli occhi ancora colmi di rabbia.

E lei a me, luomo? A me, lonore? Doveva soffrire anche lei, come ho sofferto io.

Allora Ginevra si alzò. Si fece avanti tra la folla, minuscola, magra. Si fermò a un passo da Lucia. Lucia rabbrividì, ma restò ferma.

Ginevra le posò una mano sulla spallanulla più. Ma in quel gesto cera talmente tanto perdono che la comunità trattenne il respiro. Poi lei si voltò e tornò verso casa, dove laspettavano il figlio e il marito.

Lucia rimase sola, due lacrime le scesero sulle guance.

Pietro non restò subito a Monte Castello. Andava e veniva, abituandosi. Era cresciuto altrove, si adattava a fatica alla vita del paese, lavorava al mulino del capoluogo. Ma Gaetano non forzava, Ginevra non chiedeva niente. Gli offriva torte, lo guardava mangiare, gli sorrideva.

In una visita, Pietro portò con sé una bimba, la sua figlia piccola:

Ecco, nonna. Questa è tua nipote, si chiama Teresa.

Ginevra la prese, la abbracciò, le labbra le tremarono.

Te-re-sa sussurrò. La parola uscì rauca, impastata, ma era una parola.

Pietro si fermò. Gaetano si raddrizzò sulla panca. Ginevra ripeté:

Teresina.

E pianse, stretta alla nipote.

1980, Monte Castello

Ginevra Bellini sedeva sulla vecchia panchina sotto il pero. Il pero ormai non dava più frutti, ma nessuno lo tagliava, restava lì, ampio, il tronco carico di buchi. Sembrava ricordare tutto: la notte in cui Gaetano era arrivato, le lacrime di Ginevra, le risate di Pietro bambino, le serate silenziose della famiglia riunita senza bisogno di parole.

Ora Pietro aveva quarantasei anni. Da tempo si era trasferito vicino ai genitori, aveva costruito casa accanto. Era falegname, come il padre: aveva mani doro e tutti dicevano Le mani di Pietro valgono come quelle di Gaetano. Aveva moglie, Teresa, bambini: la piccola Teresa, detta come la nonna, e due maschietti biondi, uno più vivace dellaltro.

Gaetano era morto due anni prima. Serenamente, dopo una serata passato sulla panchina insieme a Ginevra: il mattino dopo non si era più svegliato. Lei non pianse. Restò accanto a lui, tenendogli la mano gelida, rivedendo tutta la loro vita come un film di vecchi tempi. Ricordava il sacco di farina, il viso severo e lIo non ti ho visto, luomo che aveva acceso il fuoco nella sua casa, preparato acqua calda. Allora le era parso un sogno, ora sapeva che era stato il paradiso. Lui era andato davvero lassù, e lei restava a finire il loro sogno terreno.

Le parole le tornarono piano piano. Prima sussurrava, poi balbettava, poi, finalmente, parlava. La prima parola, forte, fu Pietro quando il figlio rientrò a vivere con lei. Poi la voce si riempì, scivolò leggera, e così Ginevra Bellini, un tempo chiamata la muta, divenne la nonna più chiacchierona del paese.

Solo a volte, nei momenti di rara quiete, cadeva di nuovo in silenzio profondo, e allora chi le stava vicino vedeva riemergere la vecchia Ginevra: muta, con gli occhi pieni di storie che non si possono raccontare.

Lucia era morta cinque anni fa. Poco prima di spirare aveva chiesto di parlare a Ginevra. Parlarono a lungo, da sole, nessuno seppe cosa si dissero. Quando Ginevra uscì, era pallida ma serena. Le figlie di Lucia raccontarono che la madre, dopo quel dialogo, si era finalmente acquietata e tre giorni dopo era morta.

Ginevra non raccontò mai a nessuno cosa si erano dette. Solo a Pietro confidò:

Aveva bisogno di pace. Chiese perdono. Ma io lavevo già perdonata da tempo. Ricordati, figlio: il rancore brucia chi lo porta, dentro, come unerbaccia in giardino. Io il mio rancore lho strappato via e così sono rimasta viva.

Seduta ora sotto il pero, Ginevra pensava che la vita era stata buona, alla fine. Fame, guerra, lutti, anni di silenzio, fatica tutto vissuto, ma anche altro: Gaetano. Le sue mani che odoravano di legno, la sua cura taciturna. Il momento in cui per la prima volta laveva chiamata Ginevrina. Il figlio ritrovato, i nipoti che giocavano sotto casa, il pronipote nato dalla piccola Teresa.

Ripensò a quello che le diceva il padre da bambina: Abbi pazienza, Ginè. Dio ha avuto pazienza, dobbiamo averla anche noi. Tutto si mescola, la farina uscirà. Allora non capiva. Ora sì: è tutto mischiato, ma la farina è uscita buona, per il pane di tutti i giorni.

Il sole stava tramontando, il vento muoveva le foglie del pero. Da lontano si sentivano i muggiti delle mucche che tornavano dal pascolo, odore di fumo e derba tagliata. Ginevra restò ad ascoltare tutto: era quella la pace che aveva cercato per una vita intera. Non il silenzio che ti impongono, ma quello che conquista chi ha sofferto, perdonato, realizzato lessenziale.

Sospirò, si sistemò lo scialle e tornò in casa a mettere il bollitore sul fuoco.

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