Lettera che non è mai arrivata
Cara agenda, stasera sento il bisogno di scrivere. È una di quelle sere lunghe dinverno, qui a Torino, in cui il buio arriva presto e la città appare sfocata dietro le tende. Dal mio balcone, osservo i lampioni in piazza che si accendono e si spengono, come fossero anche loro stanchi. In cortile restano solo le orme rade di qualche passante e di un paio di cani, e il resto è silenzio, interrotto a tratti dal rumore di una pala contro il selciato la portinaia, la signora Rosalba, che toglie la neve. Poi di nuovo silenzio.
Sul davanzale, accanto alle mie vecchie lenti dalla montatura sottile, riposa il cellulare ormai antiquato, con il vetro scheggiato. A volte vibra velocemente, quando arrivano foto o messaggi vocali sul gruppo di famiglia, ma oggi è stato muto. La casa è diventata grande, troppo silenziosa. Lorologio sul muro sembra scandire i secondi più forte del dovuto.
Mi sono alzata, ho acceso la luce in cucina. La lampadina diffondeva un cerchio giallo e debole. Sul tavolino cera una ciotola di agnolotti ormai freddi, coperta da un piatto. Li avevo preparati nel pomeriggio, tanto per essere pronta nel caso qualcuno fosse passato. Non è passato nessuno.
Mi sono seduta, ho assaggiato un agnolotto, rugoso e gommoso dopo tutte quelle ore sul tavolo. Si può mangiare, certo, ma dove sta il piacere? Ho versato il tè dal vecchio bollitore smaltato; lacqua che scorre nella tazza è una delle poche compagnie sicure. Ho sospirato, un sospiro pesante, mi è sembrato che qualcosa mi sfuggisse dal petto e si sedesse lì accanto a me, sullo sgabello.
Che mi lamento a fare, mi sono detta. Tutti sono vivi, grazie al cielo. Ho il mio tetto sulla testa. Eppure… Eppure quei pensieri tornano sempre.
Le voci delle ultime telefonate riaffiorano. La voce tesa di mia figlia, Elisa:
Mamma, non ce la faccio più con lui. Di nuovo…
E la voce di mio genero, Nicola, quasi beffarda:
Si lamenta con te, eh? Dille che la vita non è come vuole lei.
E poi mio nipote, Andrea, che mi risponde solo un sì frettoloso quando gli chiedo come va a scuola. Quei sì mi fanno più male di quanto dovrebbe. Un tempo chiacchierava delle ore, scuola, amici Ora è cresciuto, certo, ma comunque…
In casa non litigano mai davanti a me, non sbattono porte. Eppure tra di loro qualcosa si è irrigidito. Frasi troncate, punture leggere, torti non confessati. E io, sempre in bilico tra Elisa e Nicola, a non voler dire troppo. A volte mi sembra di aver sbagliato io, di aver dato i consigli sbagliati o di non aver taciuto al momento giusto.
Bevo un sorso di tè, troppo in fretta, e mi brucio. Allimprovviso torna alla memoria quando Andrea era piccolo e insieme scrivevamo la letterina a Babbo Natale: lui ciucciava la penna tra le dita e su fogli a quadretti scriveva Portami il lego e che mamma e papà non litighino più. Allepoca avevo riso, lho accarezzato dicendo che Babbo Natale avrebbe ascoltato tutto.
Oggi mi sento quasi in colpa, come se avessi mentito. Mamma e papà non hanno mai smesso del tutto di discutere; hanno solo imparato a farlo a bassa voce.
Allontano il bicchiere, passo una salvietta sul tavolo anche se è già pulito. Mi rintano nella mia camera, accendo la lampada della scrivania; la luce cade sui vecchi fogli che ormai uso poco, visto che ormai si scrive tutto su WhatsApp: messaggini, faccine, vocali. Eppure la penna è lì nel barattolo coi pastelli, il taccuino in quadretti accanto.
Mi fermo, li osservo, e mi viene una domanda in testa: E se…
Lidea è bizzarra, infantile, tuttavia mi scalda un po il cuore. Scrivere una lettera. Vera, su carta. Non per chiedere regali. Solo per chiedere. Non alle persone, ormai stanche e prese dalle loro vite, ma a qualcuno che per mestiere dovrebbe solo ascoltare le richieste degli altri.
Sorrido tra me e me. Una vecchietta che scrive a Babbo Natale roba da pazzi. Ma la mano già afferra il taccuino.
Mi siedo, sistemo gli occhiali sul naso, prendo la penna. Sfoglio la prima pagina già piena di cose antiche fino a una vuota. Esito, poi scrivo: Caro Babbo Natale.
La mano trema. Ne provo quasi vergogna, come se qualcuno stesse spiando alle mie spalle. Ma la stanza è vuota, il letto ordinato, larmadio chiuso.
E va bene, mi dico sottovoce e continuo:
Lo so che pensi ai bambini, e io sono ormai vecchia. Ma non ti chiederò pellicce, tv o altre cose ho già tutto quello che serve. Vorrei solo una cosa: fa che nella mia famiglia torni la pace.
Che mia figlia e mio genero la smettano di litigare, che Andrea non rimanga zitto come uno sconosciuto. Che si possa tutti sedere a tavola senza paura di dire una parola di troppo. So che siamo noi i primi responsabili, non tu. Ma forse tu puoi almeno un po aiutare. Forse non dovrei chiederti, ma te lo chiedo lo stesso. Se puoi, fa che torniamo ad ascoltarci.
Con rispetto, nonna Rosa.
Rileggo. Mi sembrano parole goffe e ingenue, come i disegni dei bambini. Ma non le cancello. Mi sento più leggera, come se avessi lasciato finalmente uscire ciò che pesava dentro.
Piego il foglio, poi ancora, resto a lungo a guardarlo tra le mani. Dove lo metto, ora? Fuori dalla finestra? In una cassetta delle lettere? Che sciocchezza.
Mi alzo, vado a prendere la borsa dal corridoio. Domani devo andare al supermercato e pagare le bollette alla posta; perché non Metterò anche la lettera, nella cassetta per Babbo Natale che ora, in questi giorni, si trova davanti a ogni negozio e angolo. Così non sarò lunica.
Sistemo la lettera nel taschino della borsa, accanto ai bollettini e al documento, poi spengo la luce. Le lancette fanno compagnia. Mi corico, mi rigiro, cerco il sonno nei rumori silenziosi della casa. Alla fine mi addormento.
Al mattino esco prima del solito, con le scarpe che scricchiolano sulla brina. Fuori, la signora Carmela col cane mi saluta e chiede se tutto va bene. Rispondo e tiro dritta verso la posta, stringendo forte il manico della borsa.
Lufficio è affollato, la fila per pagare le bollette si snoda lenta. Mentre ricerco i bollettini e la lettera nel taschino, mi accorgo che non cè nessuna cassetta rossa per Babbo Natale. Solo quelle normali, azzurre, per la posta vera. Mi blocco. E mo? Avrei potuto buttare la lettera, ma non me la sento. Rimetto tutto in borsa, pago e mi avvio fuori.
Non lontano, al chioschetto dei giornali, cè una scatola di cartone con la scritta Lettere per Babbo Natale, ma la vedo desolata e vuota; la signora del chiosco la sta togliendo.
È tardi, dice lei notando il mio sguardo. Il termine era ieri. Oggi non parte più niente.
Annuisco, anche se non ho nessuna fretta. Tengo la lettera. Non sarò mica lunica che ci ha pensato troppo tardi.
La lascio nel taschino, torno a casa. Mentre tolgo il cappotto, la borsa si poggia sulla panca dove lascio le cose da sistemare. Mi vibra il cellulare: Mamma, sabato veniamo io, Nicola e Andrea. Andrea chiede dei libri vecchi di storia. Li hai ancora?
Sento qualcosa che mi stringe il cuore e poi si allenta subito. Allora verranno. Allora qualcosa ancora tiene. Rispondo: Certo che li ho. Vi aspetto.
Preparo la spesa, metto il brodo sul fuoco. La lettera resta dimenticata nel taschino della borsa.
Arriva sabato. In serata sento i passi sulle scale, la porta che si apre, le voci in corridoio. Elisa con una busta, Nicola col solito sguardo stanco e una scatola, Andrea col suo zainetto a tracolla. Mi sembra altissimo, sottile, capelli che spuntano da sotto la cuffia.
Ciao nonna, entra Andrea, mi bacia goffamente la guancia.
Venite, venite, mi agito. Ho preparato le pantofole.
Il corridoio si riempie di voci e odori: neve, dolce, pioggia. Nicola brontola per le scale sporche, Andrea si toglie le scarpe inciampando nella borsa.
Mamma, rimaniamo poco, dice Elisa. Domani andiamo dai suoi genitori, te lo ricordi?
Sì sì, faccio io. Andiamo, ho fatto il brodo.
In cucina sono seduti ognuno al proprio posto: Nicola vicino alla finestra, Elisa accanto, Andrea di fronte a me. Serviamo in silenzio, le posate tintinnano nei piatti. Poi, pian piano, si chiacchiera di lavoro, di traffico, di prezzi chiacchiere lisce dove sotto scorre della tensione, come corrente sotto la superficie calma dellacqua.
Andrea, avevi chiesto qualcosa per la storia, ricorda Elisa a tavola vuota.
Ah, sì. Nonna, hai libri su guerra, storia? Il professore dice di leggere qualcosa in più.
Sì certo, mi si illumina il viso. Ho una collezione vecchissima nello scaffale. Vieni che ti mostro.
Entriamo in camera assieme. Accendo la lampada sulla scrivania, salgo su una sedia per raggiungere i volumi sugli scaffali alti, con le copertine logore.
Vedi, sposto i tomi uno dopo laltro, leggo i titoli. Questo parla della resistenza, questo di partigiani, questo sono memorieCosa cerchi esattamente?
Nulla in particolare, dice, arrotolando le spalle. Qualcosa che non sia noioso.
Mi torna alla mente quel bambino di allora; ora sta zitto, ma gli occhi sono vivi.
Quello lì, gli passo un volume sbiadito. Si legge in un soffio, fidati.
Ringrazia, mette il libro in zaino.
Parliamo ancora un po di scuola, del professore (non male ma a volte esagera) Mi piace sentirlo parlare.
Arriva Elisa:
Andrea, andiamo, tra poco dobbiamo partire.
Sì, chiude tutto e va in corridoio.
Quando vanno via, si torna al silenzio. Riordino la cucina. La borsa sta ancora lì, sullo sgabello, con dentro la lettera. Senza quasi pensarci, infilo la mano e la ritrovo tra le dita. Mi viene voglia di strapparla, poi la infilo ancora più in fondo e chiudo la zip.
Non sapevo che in quel viavai, Andrea, sistemando la roba, avesse sfiorato la borsa col piede e che langolo del foglio gli fosse capitato sottocchio: Caro Babbo Natale, ha letto Si è fermato.
Allora non ha preso la lettera. Troppo trambusto, adulti attorno. Ma quella scritta gli rimase impressa.
Più tardi, a casa, tirando fuori il libro dallo zaino, Andrea ripensò a quel foglio. Lidea che la nonna, una donna adulta, scrivesse ancora a Babbo Natale gli sembrò prima buffa, poi strana, infine malinconica.
Passarono un paio di giorni. Al ritorno da scuola, Andrea scrisse un messaggio: Nonna, posso passare da te? Mi serve ancora una cosa di storia. Rispose quasi subito: Certo, vieni quando vuoi.
Ci andò una sera, con le cuffie e lo zaino. In cortile profumo di minestrone e detersivo. La porta si aprì subito, come se nonna attendesse proprio lui.
Vieni, Andrea, spogliati. Ho fatto le crêpes, disse arretrando nel corridoio.
Prese posto, poggiò lo zaino proprio sullo sgabello dove stava la borsa. La cerniera era un po aperta, langolo di carta bianca sporgeva. Si sentì stringere il cuore.
Mentre la nonna trafficava coi piatti, Andrea si chinò come per legarsi una scarpa. Prese il foglio, il cuore che batteva forte. Sapeva fosse un po scorretto, ma non si fermò.
Lo infilò nella tasca della felpa, poi andò in cucina con disinvoltura.
Wow, crêpes, disse come nulla fosse. Grandi.
Mangiavano, chiacchieravano di scuola, del tempo, delle vacanze imminenti. La nonna gli chiedeva della salute, delle scarpe. Lui svicolava con battute.
Finito il pranzo, in camera finse di sfogliare il libro, si congedò normale.
A casa, in camera sua, Andrea aprì il foglio. La carta era un po stropicciata, i bordi arricciati. Lesse. Da subito si sentì a disagio, come se origliasse una conversazione troppo privata. Ma la frase che mio nipote non resti zitto come uno sconosciuto gli colpì lo stomaco.
Rilesse. Sentiva il magone per come aveva trattato la nonna negli ultimi mesi risposte sbrigative, telefonate accorciate. Non perché non le volesse bene, ma per stanchezza, per quel sempre dopo, per le mille cose. E lei lo prendeva così…
Finì di leggere. Pace, un tavolo comune, ascoltarsi. Provò una tenerezza profonda, una specie durgenza di abbracciare la nonna e prometterle che sarebbe andato meglio. Ma gli venne subito un pudore tremendo a pensarlo.
Si sdraiò, fissò il soffitto. La lettera bianca accanto a lui.
E adesso? si chiese. Dirlo a mamma? Papà? Finirebbero per litigare sul serio, a darsi la colpa per le parole della nonna. Restituirle la lettera? Sarebbe umiliante. Per lei, per lui.
Si voltò sul fianco, il viso nel cuscino. Quelle frasi che il nipote non sia silenzioso come uno estraneo, che possiamo stare a tavola senza paura suonavano come un appello non a Babbo Natale, ma a lui.
La sera a cena provò più volte ad accennare: Mamma, sai che la nonna ma il padre tagliava corto sui voti, la madre raccontava del lavoro. Fece silenzio anche lui.
Quella notte non dormì. La lettera nascosta nel cassetto del tavolo chiamava da dentro.
A scuola, in ricreazione, confidò la storia a un amico.
Ma dai! Mio nonno al massimo scrive alla pensione…
Non cè niente da ridere, tagliò Andrea, stupendosi lui stesso di quanto fosse serio.
Il compagno scrollò le spalle. Andrea si sentì ancora più solo con il suo segreto.
La sera compose il numero della nonna ma lo lasciò squillare senza rispondere. Scorrendo il gruppo familiare vide solo foto di cene, battute sul traffico, niente lettere né verità.
Scrisse Mamma, perché non festeggiamo il Capodanno da nonna Rosa? ma cancellò prima di inviare. Sapeva già la risposta: Abbiamo già prenotato dai nonni di papà. Immaginava già il litigio.
Seduto al tavolo, con la lettera davanti, la rilesse. Gli occhi si posavano sempre sulle stesse frasi. E dun tratto un lampo. Non Capodanno. Semplicemente una cena insieme. Senza motivo particolare.
Si affacciò nello studio dove la madre lavorava.
Mamma, disse restando sulla soglia, potremmo… cioè… potremmo andare da nonna tutti insieme a cena? Così, una volta…
Lei lo guardò con sorpresa.
Ci andiamo già.
Non come laltra volta. Questa volta ci si sta, si mangia qualcosa, si parla. Posso aiutare a cucinare.
Lei sorrise.
Tu? In cucina? Ma dai. Non so… Papà è stanco la sera, io devo lavorare.
Anche il sabato? Tanto si sta comunque in casa…
Lei sospirò a fondo.
Andrea, non so. Tuo padre vorrà solo riposare.
Una volta sola. Così sta meno sola, dai.
Si rese conto di essere stato più deciso che mai. La madre rifletté, come scrutandolo dentro.
Ci provo a parlarne, disse infine. Ma non prometto.
In serata sentì la madre parlare col padre.
Lo chiede lui. Capito? Lha proposto da solo.
E che ci si va a fare? I soliti discorsi sulla pensione?
Ma è sola, e poi anche Andrea…
Dopo un silenzio, un sospiro del padre.
E va bene, sabato andiamo.
Andrea tornò in camera con la sensazione di aver vinto una battaglia minuscola. Ma cera ancora la nonna da avvisare.
Il giorno dopo la chiamò.
Nonna, sabato veniamo tutti. Magari passo prima io e ti aiuto a cucinare qualcosa.
Un breve silenzio.
Va bene, vieni pure, rispose lei. Cosa prepariamo?
Quello che vuoi. Anche uninsalata la so fare.
Beh, quella ancora no, rise lei. Ti insegnerò.
La mattina di sabato arrivò con due borse piene; la mamma aveva insistito per portare troppo cibo.
Ma quanta roba! la nonna ridacchiò. Dobbiamo sfamare la squadra del Toro?
Meglio in più, rispose lui.
Pelavano patate, tagliavano verdure. La nonna sorvegliava attenta che non si tagliasse.
Attento, così ti dai una coltellata!
Ma dai è niente.
Ode di cipolla, arrosto che sfrigola: la radio scorreva bassa nelle retrovie. Fuori il giorno si scioglieva in unaltra sera azzurra.
Nonna, disse Andrea improvvisando, mentre affettava il cetriolo. Ma… tu ci credi ancora a Babbo Natale?
Lei trasalì, la forchetta suonò sul piatto. La cucina fu silenzio.
Perché me lo chiedi? domandò girandosi piano.
Così. Ne parlavamo a scuola.
Lei spense il fuoco, si voltò verso lui. Negli occhi qualcosa di inquieto.
Da piccola ci credevo. Dopo, non lo so. Magari cè, ma non è come quello che si vede in tv. Perché?
Nulla, così.
Lavorarono in silenzio ancora un po. Lui non disse della lettera. Ma il discorso ruppe un velo tra loro.
Verso sera arrivarono i genitori. Papà un po provato ma non scostante. Mamma con una torta nuova.
Bel servizio, osservò papà al vedere la tavola imbandita. Qui non si scherza.
Tutto merito vostro figlio, scherzò nonna Rosa. Ha lavorato lui.
Davvero? guardò il figlio con incredulità.
Non sono mica crollato, borbottò Andrea.
Si sedettero. Inizialmente il dialogo era guardingo, ma il cibo scioglie tutto. Si ritrovano a ricordare storie buffe dinfanzia, situazioni al lavoro, sciocchezze raccontate al volo. Rosa ride a mani sul viso, gli occhi lucidi.
Andrea li osserva e pensa alla lettera. Avverte che tra quei dialoghi passa anche la conversazione più importante: quella del sentirsi lun laltro davvero.
Mamma, servendo il tè, sussurra:
Scusa mamma se veniamo poco. Noi siamo sempre in corsa.
Non è una giustificazione: è una confessione. Rosa abbassa gli occhi, disegna un cerchio sul piattino.
Capisco, dice piano. Avete la vostra vita. Non mi offendo.
Andrea sente, sotto quelle parole, la tensione di chi dice non fa niente ma in realtà ci soffre. Non ha il coraggio della pretesa, però.
Però, dai, spunta lui quasi senza volerlo. Si può anche senza feste, ogni tanto.
Si voltano tutti a guardarlo. Lui si imbarazza, ma poi:
Come oggi. È bello.
Papà sorride, senza sarcasmo.
Già. Anche a me.
Mamma annuisce.
Vedremo di farlo, ed è un impegno nuovo, piccolo ma sincero.
Poi riprendono discorsi: università, ripetizioni, vita. Rosa ascolta senza capire tutto, cerca comunque di esserci.
Quando arriva il momento di andare, si gira tra cappotti, guanti e frasi daddio.
Mamma, la prossima volta ti avviso per tempo e torniamo a cena, ok?
Ok, fa lei. Mi fa solo piacere.
Andrea si attarda nella camera, passa vicino al taccuino e la penna. La lettera non cè: giace nel suo cassetto, ben ripiegata. Non la restituirà. È troppo preziosa.
Nonna, dice piano mentre gli altri sono già in corridoio. Se vuoi qualcosa da noi… parla, eh? Non scrivere lettere. Parla con noi.
Lei lo guarda piena di meraviglia, poi con dolcezza.
Va bene, dice. Se dovesse servire, lo dirò.
Lui annuisce, va in corridoio. La porta si chiude, lascensore parte.
Rosa resta nella casa tranquilla. Torna in cucina, si siede. Sul tavolo piatti, tazze, briciole della torta, profumo darrosto e tè che indugia nellaria. Passa la mano sulla tovaglia, raduna le briciole.
Dentro, uno strano sentire. Non proprio felicità, né solo sollievo come una finestra aperta con aria fresca che rientra. I problemi veri restano: Elisa e Nicola discuteranno ancora, Andrea avrà i suoi pensieri. Ma oggi, a questo tavolo, si sono come avvicinati un po.
Pensa alla lettera. Forse è ancora nella borsa, forse lha persa, forse qualcuno lha trovata. Ma ora le importa meno.
Va verso la finestra. Sotto, in piazza, i bambini giocano con la neve. Si sente una risata, chiara, salire fino al terzo piano.
Rosa preme la fronte al vetro e sorride, appena appena. Come a rispondere a un segnale lontano ma intimo.
E nella tasca della giacca di Andrea nel corridoio della loro casa la lettera resta. Ogni tanto la riapre, legge due righe e la rimette via. Non come richiesta a un vecchio magico, ma come ricordo di ciò che davvero conta per chi ti cucina una minestra e aspetta un messaggio.
Non ha mai raccontato a nessuno di quella lettera. Ma la prossima volta che la madre sarà troppo stanca per andare dalla nonna, le dirà sereno:
Vado io, ci penso io.
E ci andrà. Senza festa, senza pretesti. Solo così. Non è un miracolo. Solo un piccolo passo verso quella pace che qualcuno, tempo fa, aveva affidato a una pagina a quadretti.
Quando Rosa gli apre la porta, sorpresa, non chiede nulla. Dice soltanto:
Vieni, Andrea. Ho appena messo su il tè.
E questo basta perché, ancora una volta, la casa torni a essere un po più calda.






