Diario di Giulia Liberazione
Mi sono svegliata di soprassalto, il telefono trillava insistente. Il suono ha squarciato il sogno e mi sono subito resa conto che le palpebre erano pesanti come piombo. In camera c’era ancora buio: le tende, spesse, non lasciavano entrare la luce mattutina, e solo lo schermo del telefono brillava, pallido, indicando lora: le cinque e quarantacinque. Allungai la mano, mi strofinai gli occhi e presi il telefono per vedere chi chiamava. Le dita sentirono subito il freddo della plastica e lo portai all’orecchio, ancora confusa.
Sì, mamma? risposi con voce ancora impastata dal sonno. Cosa è successo stavolta?
La voce di mia madre, tremante al punto che mi fece venire i brividi lungo la schiena, rispose:
Giulia, papà lhanno portato in ospedale! Infarto!
Mi misi seduta di colpo, stringendo il telefono così forte che le nocche sbiancarono. Il sonno sparì nel giro di un secondo, come se qualcuno avesse acceso una potente luce nella testa. Cercai di mettere insieme i pensieri, ma sentivo solo il ronzio nelle orecchie e dentro cresceva un vuoto gelido.
Ho capito, risposi in fretta, tentando di non far tremare la voce, anche se dentro ero tutta un nodo.
Vieni? chiese la mamma, con quella voce esitante e insieme carica di speranza e disperazione. È in terapia intensiva, è grave… Ho paura, Giulia…
Non lo so, mamma. Non sono sicura di volere venire, risposi dopo una breve esitazione, e la mia voce mi sembrò quasi estranea, fredda, piatta. Sai come stanno le cose tra me e lui.
Seguì una lunga, pesante pausa. Sentivo solo il respiro di mamma dallaltro capo e quel silenzio faceva più male di qualsiasi parola. Alla fine, quasi sussurrando, lei disse:
Giulia, è pur sempre tuo padre…
E allora? risposi, sorpresa anchio dalla mia freddezza. Non gli ha impedito di trasformare la mia infanzia in un incubo. Quindi perché dovrei provare pena per lui adesso? Scusami, mamma, ma anche se gli dovesse succedere qualcosa, non piangerò.
Chiusi la chiamata, lasciai cadere il telefono sul letto e fissai il soffitto. Padre… una parola così grande eppure, per me, non significava niente di buono. Soprattutto crescendo, i problemi erano solo aumentati.
Quando davvero ho iniziato a odiarlo? Impossibile dimenticare quel giorno.
Avevo dieci anni. Tornai da scuola contentissima, stringendo in mano un disegno fatto in classe: avevo disegnato la famiglia e il nostro piccolo appartamento, colorando tutto con colori vivaci. Sognavo che papà avrebbe visto, mi avrebbe detto brava. Ma lui era già a casa ed era già ubriaco, come sempre più spesso capitava in quegli anni. Quando entrai, fui subito colpita dallodore acre dellalcol.
Lui era seduto in poltrona, il viso rosso, spettinato, una bottiglia tra le mani. Mi avvicinai timidamente e gli porsi il disegno: lo guardò appena, poi lo buttò freddamente sul tavolo.
Sei proprio scema? ringhiò, la voce già carica di rabbia. Ho lavorato tutto il giorno e tu con queste sciocchezze?
Provai a spiegare, a dirgli che ci tenevo, che era per lui… Ma non mi lasciò finire. Si alzò di scatto, mi afferrò per le spalle con forza e mi spinse fuori, verso il corridoio.
Finché non imparerai a rispettare tuo padre, qui non ci rientri! gridò, la voce che echeggiava nellappartamento.
Mi ritrovai nel pianerottolo, col vestitino leggero della scuola, mentre fuori cera un freddo pungente. Battevo i pugni sulla porta, piangevo, lo chiamavo. Ma da dentro sentivo solo urlare:
Sparisci! Non sei mia figlia!
Rimasi fuori almeno unora, finché la vicina tornò a casa e, vedendomi gelata e con le lacrime agli occhi, mi portò da lei, cercando di scaldarmi. Ebbi una brutta polmonite: quasi un mese in ospedale. Non seppi mai come andarono le cose con gli assistenti sociali; mia madre disse che mi ero chiusa fuori da sola…
A quattordici anni arrivai a casa stringendo al petto una pergamena doro: avevo vinto la gara di matematica del quartiere. Sognavo che mamma mi avrebbe abbracciato, ma papà era lunico in soggiorno, steso con una birra. Nemmeno provai a raccontarglielo, ma lui, notando la mia gioia:
Ma che sciocchezze sono queste? Una vera ragazza deve pensare a sposarsi, non a questi inutili numeri! E poi, guarda come sei diventata brutta… chissà da chi avrai preso.
Rimasi in silenzio, chiusa in camera, il diploma stracciato tra le mani. Perché doveva sempre ferirmi?
Quando ebbi sedici anni, provai finalmente a difendere mamma. Era la solita sera: papà tornato dal lavoro, scontroso. Mamma aveva preparato la cena, ma aveva bruciato leggermente le patate. Lui lanciò il piatto:
Incapace! e subito prese la cintura. Lo fermai, cercando di fermarlo. In un attimo mi beccai la cintura sulla schiena. Farai peggio se ti intrometti, sibilò.
Erano tante queste scene… Alla fine iniziai a non tornare più a casa, preferivo dormire da amiche, parenti, spesso dalla mia professoressa che mi offriva ospitalità. Lei provò più volte ad aiutarmi rivolgendosi agli assistenti sociali, ma fu tutto inutile…
Dopo circa un’ora, comunque, decisi di andare in ospedale. Mi misi dei jeans, un maglione, sistemai al volo i capelli. Dovevo stare accanto a mamma, alla fine era l’unica famiglia vera che avessi.
Percorsi il corridoio della terapia intensiva, passando davanti a porte con targhette, finché vidi mamma. Era seduta su una sedia in plastica dura, il fazzoletto fra le mani tutto stropicciato e bagnato di lacrime. Quando mi vide, corse da me e mi abbracciò.
Tesoro… quanto sono felice che sei qui!
La abbracciai, sentendo nel profondo una sottile irritazione. Non verso di lei, certo. Era verso tutto questo teatro, il dover fingere sentimenti che non avevo, il dover assumere il ruolo della figlia affettuosa in una storia dove lamore era finito da un pezzo.
Come sta lui? le chiesi, allontanandomi un po per guardarla negli occhi, gonfi di pianto.
I medici dicono che è grave, il cuore è stanco… la voce le tremava, lacrime nuove rigarono il volto. Ma non è sempre stato così, lui. Te lo ricordi, vero?
Trattenni unamara ironia sulle labbra. Sì, in fondo ricordavo. I pochi rari ricordi dellinfanzia in cui cera un papà giovane che mi sollevava in alto, mi faceva ridere, mi insegnava ad andare in bici… Ma quei momenti erano stati sommersi da tutta la sua cattiveria e dallalcol, come disegni di gesso trascinati dalla pioggia. Ormai sembravano i ricordi di unaltra persona, di unaltra vita.
Mamma, non adesso, dissi piano. Cosa dicono i medici?
Dobbiamo solo aspettare. E pregare, sospirò lei, stringendo il fazzoletto.
Ci sedemmo sulle sedie in corridoio, una accanto allaltra. Il tempo sembrava non passare più, pesante come la pece. Guardavo mamma mentre si agitava ad ogni medico che usciva, alzandosi, sperando in notizie. Le mani le tremavano.
Dopo un paio dore apparve un dottore giovane, con gli occhi stanchi.
Parenti? chiese piano.
Mamma scattò in piedi.
Sì, come sta?
Situazione stabile, ma resta grave. Sarà lunga.
Possiamo vederlo?
Solo qualche minuto, uno per volta.
Entrai nella stanza. Mio padre era sdraiato supino, pallido, con gli occhi chiusi. Braccia collegate a flebo, fili e monitor. Sembrava piccolo, fragile… niente a che vedere con la figura minacciosa che ricordavo. Era solo un uomo debole sotto le lenzuola impeccabili dellospedale.
Mi avvicinai e non sapevo cosa fare. Avrei potuto stringergli la mano, ma non ci riuscivo. Rimasi lì, a guardarlo, a cercare di capire che cosa provassi. E dentro non cera rabbia, né dolore, solo indifferenza.
Eccoci qui, sussurrai a me stessa. A dire il vero, non ero neanche sicura di volerlo.
Lui restava immobile, il petto che si alzava regolare. Mi sedetti su una sedia accanto.
Ho passato anni a chiedermi perché mi hai trattato così, continuai a bassa voce. Forse avevi dei motivi, forse la vita ti ha rotto. Ma io non li ho mai trovati. Forse eri davvero un altro, allinizio. Ma io ricorderò sempre quello che mi hai insegnato: lodio.
Mi scappò quasi una lacrima, ma mi ricomposi subito.
Sono cresciuta, papà, dissi amara. E sai qual è il problema? Mi hai spezzata. Non voglio relazioni, non sogno figli, non credo più nellamore. Mi hai lasciato solo dolore e umiliazione. Grazie per questo.
Rimasi ancora un attimo in silenzio, poi conclusi:
Non so se sopravviverai. E onestamente, non mi interessa. Sono qui solo per mamma. Lei ancora crede che tu possa cambiare, che resti qualcosa delluomo che una volta ha amato. Io… io voglio solo che sia felice. Anche se dovrò continuare a fingere che sia tutto normale.
Mi alzai, lo guardai ancora una volta.
Addio, papà. O forse no… non lo so.
Ritornando in corridoio, vidi la mamma che mi osservava speranzosa.
Allora?
Hai visto anche tu, non è cambiato nulla, risposi, quasi ironica. Così tranquillo mi piace di più.
Mamma singhiozzò e provò a sorridere. Non dire così! Ha sempre voluto il meglio per te, solo non sapeva come dimostrarlo…
Non risposi. Mi era chiaro che lei avrebbe continuato a credere in una redenzione impossibile. Non ce la facevo a farle cambiare idea, avevo solo voglia che questa giornata finisse.
Alluscita dellospedale mi fermai al distributore di caffè automatico. Presi il caffè, e mentre la macchina faceva rumore, presi di nuovo in mano il telefono e cercai il contatto di Matteo.
Con Matteo lavoravamo insieme, e negli ultimi mesi ci eravamo avvicinati, diventando amici. Non cera niente di romantico, solo qualche chiacchiera davanti al caffè, messaggi scherzosi, qualche cena. Con lui potevo essere me stessa.
Dopo pochi squilli, rispose lui:
Pronto.
Matte, mi tremava la voce, posso venire da te? Solo per stare insieme, parlare, o anche solo stare in silenzio. Basta non restare sola.
Ci fu un attimo di silenzio, ma subito lui disse:
Vieni, sono a casa. La porta è aperta.
Serrata il bicchierino di plastica. Il caffè ormai era freddo ma lo assaporai lo stesso. Sentii una piccola scintilla di calore oltre la barriera di indifferenza che mi aveva protetto finora: forse non tutto era perduto. Forse c’era ancora speranza per qualcosa di buono.
Passando nella panetteria che Matteo adorava, il profumo di pane e vaniglia sembrava abbracciarmi. Presi i suoi croissant alle mandorle e due muffin al cioccolato, per sicurezza. Unocchiata di sfuggita nello specchio mi rimandò un volto stanco, ma negli occhi la freddezza di prima sembrava meno intensa.
Non sapevo cosa avrei detto a Matteo, ma non cercavo compassione o consigli. Mi bastava stare con qualcuno che non mi avrebbe giudicata o ferita.
Quando arrivai sotto casa sua, la porta era davvero socchiusa. Bussai comunque. Matteo mi accolse in pantaloni della tuta e maglietta, spettinato ma col sorriso più caldo del mondo.
Ciao, disse, venendo a stringermi in un abbraccio. Che è successo?
Rimasi tra le sue braccia, sentendo il profumo di casa e caffè. Era semplice e giusto sentirsi così, sapendo che qui nessuno mi avrebbe fatto del male.
Papà è in ospedale. Infarto.
Davvero…? Matteo si staccò un po’ e cercò di leggermi dentro.
Non provo niente, confessai. Ed è la cosa che mi fa più paura.
Vieni in cucina. Ti faccio il caffè vero, non quello del distributore, propose lui, gentile.
Ci sedemmo al tavolo della cucina, una finestra che dava sulla strada. Matteo mise in moto la moka, mi versò il caffè e sistemò i croissant. Era calmo, non mi faceva domande, sapeva che avevo bisogno di silenzio.
Restai un po a fissare la tazza.
Ho sempre avuto paura di diventare come lui, dissi poi.
Matteo mi riempì di nuovo la tazza. Non diceva nulla di troppo, solo era lì.
Ho sempre temuto di avere in me la stessa rabbia, la stessa voglia di distruggere… Invece sono solo rimasta piena di paure. Paura della vicinanza, della fiducia, paura che qualcuno mi possa fare di nuovo male.
La voce era calma, ma la fatica si sentiva tutta.
Matteo mi sfiorò la mano, delicato e caldo.
Tu non sei lui. Sei diversa, disse piano ma con sicurezza.
Come fai a saperlo? lo guardai, con le lacrime agli occhi. Tu non vedi come sono quando perdo la pazienza. A volte vorrei… urlare contro qualcuno, fare del male agli altri…
Ti vedo tutti i giorni, rispose, fisso nei miei occhi. Ti vedo aiutare i nuovi arrivati a lavoro, ti vedo preoccupata per i progetti, ti vedo sorridere quando parli della tua gatta. Dal vivo trasmetti solo autenticità, cura e calore, non rabbia.
Sorrisi, stavolta un po più sinceramente.
La gatta è lunico essere che mi ama davvero, tentai una battuta.
Non è vero, ribatté Matteo, fermo. Ti vogliono bene anche i colleghi, gli amici, pure le nonnine del piano.
Restai in silenzio, il profumo del caffè e dei croissant riempiva la cucina.
Sai qual è la cosa strana? ripresi poi, non mi sento in colpa a non provare nulla per papà. A volte penso che starei meglio se non tornasse a casa affatto…
È normale, assentì Matteo. Hai diritto a sentirti così. Non è sbagliato, non devi sentirti in colpa per questo.
Mamma spera che starò con lei a curarlo, a pregare… ma non ce la faccio. Non voglio fingere.
Anche questo va bene, approvò lui. Non sei obbligata a perdonare. Devi solo essere sincera con te stessa.
Mi sentii finalmente un po’ più leggera, le spalle meno rigide.
Da piccola sognavo che lui si sarebbe scusato, che avrebbe ammesso di avermi fatto male. Pensavo che prima o poi si sarebbe accorto della sofferenza… Ora so che non succederà mai. Se anche sopravvive, resterà quello che è sempre stato.
E tu non sei più la bambina che lui faceva soffrire, concluse Matteo. Sei cresciuta, e sei più forte di quanto pensi. Ora sai difenderti.
Mamma ci crede ancora nei miracoli, sussurrai. Dopo tutto quello che le ha fatto. Continua a sperare.
Forse ha solo bisogno di attaccarsi a qualcosa, meditò lui, versandosi altro caffè. Ognuno reagisce a modo suo. La tua mamma spera, tu preferisci guardare in faccia la realtà. Nessuno ha torto.
Lo guardai grata.
Sai sempre cosa dire? chiesi, sorridendo.
No, sorrise lui. Ma ascolto e basta. Ti lascio essere te stessa.
Finimmo i croissant, finimmo il caffè. Una stanchezza incredibile iniziò a opprimermi. Avevo bisogno di fermarmi.
Posso fermarmi da te? chiesi, timida. Non voglio tornare a casa, non voglio stare sola.
Certo, rispose subito. Prendi la mia stanza, io dormo sul divano.
Grazie. Sei il miglior amico che potessi desiderare.
Accese la TV, su un film leggero. Non seguivamo granché la trama: era solo bello stare lì, insieme, in silenzio. Un silenzio che non era vuoto, ma pieno di una presenza tranquilla: le parole, per una volta, non servivano.
Più tardi chiamai la mamma.
Come stai? Scusa se sono sparita.
Va tutto bene, tesoro, rispose lei stanca. Ho ancora un po’ di speranza. Il cuore di papà sembra reggere.
Sono contenta, dissi, e per la prima volta sentii un vero sollievo. Sollievo non tanto per lui, quanto per il fatto che non avrei dovuto tornare subito lì, fingere ancora.
Vieni domani? mi chiese, fragile.
Non lo so, mamma. Ne parliamo domani. Ho solo bisogno di un po’ di tempo per raccogliere i pensieri.
Va bene. Abbi cura di te, mi rispose.
Riagganciai e rimasi qualche secondo immobile, poi passai una mano sul viso.
Tutto ok? chiese Matteo.
Sì. Lei è forte. Io non so come restare forte. Dentro sento solo vuoto e insieme stanchezza, rabbia, tristezza. Tutto insieme, come una medicina amara.
Basta che respiri. Un giorno alla volta, disse piano lui. Non serve avere tutte le risposte. Basta attraversare la giornata. Domani penseremo a domani.
Il giorno dopo decisi di tornare in ospedale. Volevo mettere un punto.
La stanza era silenziosa. Papà sembrava leggermente meglio, la pelle più rosea. Aprì gli occhi mi vide, o forse no. Mi avvicinai, stringendomi le mani per non tremare.
Ciao, dissi. È lultima volta che vengo. Sei vivo e spero che stavolta impari qualcosa.
Attesi una reazione, un cenno, una parola. Niente. Continuava a fissare il soffitto. E quello strano silenzio fu quasi liberatorio.
Non ti perdono, dissi, con voce ferma. Ma non ti odierò per sempre. Preferisco lasciarti andare. Solo così sarò finalmente libera. Solo così potrò costruire qualcosa per me.
Mi voltai, pronta ad andare. Prima di uscire, mi voltai ancora lui era sempre immobile.
Addio, sussurrai.
Fuori il sole splendeva. Vicino al parco giochi, i bambini correvano e gridavano di gioia. Gente passava con la brioche e il caffè, qualcuno rideva, altri parlavano al telefono. La vita andava avanti, con le sue piccole gioie. Improvvisamente sentii che poteva andare avanti anche la mia. Senza il peso dellattesa di un miracolo impossibile, senza la paura o il rimpianto.
Presi il telefono e scrissi a Matteo: “Posso venire di nuovo da te? Ho bisogno di raccontare.”
Unora dopo ero da lui. Mi porse un tè caldo, si sedette di fronte a me, non fece domande inutili. Iniziai a raccontare. Prima con cautela, poi sempre più liberamente. Parlai dellinfanzia, degli anni in cui soffocavo il dolore, della paura di somigliargli. Nessuna lacrima, solo sollievo.
Penso sia ora di andare da uno psicologo, dissi alla fine. Vorrei imparare a vivere davvero, senza colpa perché non provo i sentimenti giusti. Vorrei imparare a fidarmi di me stessa.
Ottima idea, annuì Matteo. Conosco una bravissima, posso darti il numero.
Grazie, sorrisi, stavolta sinceramente. Solo ora mi rendo conto che non ne ho mai parlato così apertamente. Mi vergognavo, credevo di essere debole o ingrata.
Non cè vergogna, disse serio Matteo. Non sei colpevole di quello che hai vissuto. Non devi giustificare i tuoi sentimenti.
Annuii. Dentro di me, la strada era ancora lunga, ma qualcosa si scioglieva: come una nebbia che pian piano si dissolve e lascia intravedere la strada davanti.
E ora, che farai? mi chiese Matteo.
Non so precisamente, ammisi. Ma so cosa non farò: non aspetterò più che lui cambi, non mi sentirò in colpa, non avrò più paura di essere felice. Non mi nasconderò più dalla vita.
Mi sembra già un buon inizio, sorrise Matteo. E il calore di quel sorriso mi fece sentire finalmente leggera.
Sì, risposi. E guardando il tramonto tingere i tetti di Roma di oro, sentii che davvero era solo linizio.



