Dai Matteo, ti prego! Non so più che fare, lacqua schizza ovunque, sto per allagare i vicini e lo sai come Romina, quella pazza del piano di sotto, reagisce! Mi vengono i tremori, non trovo nemmeno il rubinetto generale! la voce nella cornetta era talmente alta e lagnosa che la sentivo perfino dall’altra parte del tavolo, nonostante il cellulare non fosse in vivavoce.
Giulia appoggiò lentamente la forchetta nel piatto. Il tintinnio sull’elegante ceramica nella quiete della cucina risuonò come il gong pesante che annuncia linizio di un nuovo round di battaglia. E da tre anni, ormai, quella battaglia era la nostra routine. Davanti a lei sedevo io, suo marito, Matteo, che guardavo a turno il brasato ormai freddo e lo schermo accesso dello smartphone.
Silvia, rilassati mormoravo, tenendo la voce bassa. Che rubinetto? Quello sotto al lavello o nel bagno? Devi chiudere il generale.
Non lo trovo! Matteo, vieni, ti supplico! Ho paura! E se parte acqua bollente? Sono da sola!
Sollevai lo sguardo verso Giulia. Nei suoi occhi leggevo la solita, stanca miscela di supplica e rassegnazione.
Hai sentito, Giuly? Allaga tutto. Silvia con queste cose è incapace come una bambina. Devo andare.
Ma certo che devi rispose lei, calma in superficie, ma stringeva le labbra così forte che ne intuivo la burrasca interiore. Non è che è il nostro anniversario oggi, vero? Non è che avevamo organizzato la serata da due settimane o che ho passato tre ore ai fornelli Vai pure, eroe. Salva Silvia. Senza di te è perduta.
Dai, non cominciare balbettai, agguantando le chiavi della macchina. Siamo amici da sempre, lei è sola e veramente in difficoltà. Rimetto la cena in forno, torno presto.
Chiusi la porta alle mie spalle, il cuore stretto dallo sguardo ferito di Giulia e dal profumo della cena rimasta ad aspettare. Dal cortile la vidi dalla finestra: la luce fioca, la cucina vuota. Mentre partivo nella notte, pensai a quanto Silvia aveva invaso la nostra vita.
Silvia. Il terzo incomodo. Amica dellinfanzia, compagna di banco, tipo uno di noi la chiamavo spesso così. Dopo il suo divorzio era piombata come un uragano: allinizio piccoli favori, trasloco, computer, qualche mensola. Ma, come dice il proverbio, lappetito vien mangiando: le sue richieste crebbero, divennero emergenze improvvise, sempre a rompere i nostri programmi. Un pneumatico sgonfio, una mensola crollata, un armadio da montare perché le cose sono tutte in giro, non ci vivo più. E guarda caso sempre quando io e Giulia avremmo dovuto godere del nostro tempo.
Giulia non era gelosa o melodrammatica, tuttaltro. Capiva il valore delle vecchie amicizie. Ma lintuito di una donna coglie cose che gli uomini si ostinano a ignorare: Silvia non aveva solo bisogno di aiuto tecnico. Era affascinante, curata, con uno sguardo languido e un modo di parlare agli uomini che li faceva sentire semidei. Recitava perfettamente il ruolo della bambina indifesa, e io, devo ammettere, cadevo ogni volta, sentendomi un cavaliere.
Quella sera tornai dopo tre ore, sporco dolio e di amarezza, ma soddisfatto di aver sistemato la situazione.
Uff, ci sono riuscito. Un vero disastro, perdeva ovunque. Sono dovuto andare alla ferramenta di notte perché le guarnizioni erano tutte andate. Silvia era agitatissima, a momenti sveniva.
Ti ha almeno offerto un tè dopo salvato la situazione? domandò Giulia, fingendo di leggere.
Certo, e ha pure tirato fuori una ciambella fatta in casa. Ti manda i saluti e si scusa per la serata rovinata.
Ciambella fatta in casa? E diceva di non trovare il rubinetto mentre aveva il forno acceso? Ma guarda…, pensò Giulia silenziosamente. Ma niente scenate: era inutile, ne saremmo usciti più freddi che mai. Decise che la prossima volta non mi avrebbe più lasciato andare da solo.
La prossima volta arrivò subito. Sabato, stavamo caricando in macchina borse e carbonella, pronti per passare due giorni nel casale dei miei genitori in Toscana. Era il nostro regalo dopo mesi di lavoro. Mentre caricavo il bagagliaio, il telefono squillò: la suoneria di Silvia. Giulia si pietrificò.
Pronto? Silvia? Cosa succede? Si sente puzza di bruciato?! Spegni tutto, stai lontana dalla presa, sgancia le sicurezze!
Non so a chi rivolgermi, ho paura che scoppi un incendio
Chiusi la telefonata e buttai unocchiata sommessa a mia moglie che aveva in mano un vaso di gerani.
Giuly, la presa ha iniziato a fare fumo Si è staccato un filo, la zona puzza di bruciato. Al sabato difficilmente trovi qualcuno che venga subito, i privati costano un patrimonio.
Quindi niente casale
No, dai. Passiamo un attimo, controllo io. Se è grave chiamo qualcuno di professionale, altrimenti risolvo. E poi via, promesso.
Vengo anchio, rispose decisa. Siamo una coppia, no? Saluta Silvia pure da parte mia.
Sul tragitto, potevo sentire la tensione salire. La mia mente preparava mille scuse e spiegazioni. Giulia era di ghiaccio: serena allapparenza, ma la vedevo mordicchiarsi le labbra.
Arrivati, Silvia ci fece entrare con un vestaglietto di seta, il trucco perfetto. Quando vide scendere dallauto anche Giulia, tradì una smorfia di disappunto, subito mascherata da un sorriso ampio.
Giuly cara! Che sorpresa Non fate caso a me, sono distrutta! Venite, venite. Matteo, il salvadanaio di casa è tuo!
Entrammo: odore leggero di plastica bruciata, più che altro fastidio. Presi cacciavite e tester.
Giuly, perché stai sulla porta? Vieni di là, beviamo un caffè mentre i maschi lavorano trillò Silvia.
Resto qui. Magari Matteo ha bisogno rispose mia moglie con tono fermo.
Su, non serve, tanto Matteo col fai-da-te è un mago, anche ad occhi chiusi! Vero, Matteo?
Fissi nei fili, mormorai qualcosa di vago.
Silvia, hai mai pensato di chiamare lemergenza della compagnia elettrica? Funzionano anche di notte.
Ma io ho paura di loro! Sporchi, scortesi. Invece con te, Matteo, è tutta unaltra storia. Tu sei di famiglia.
Giulia però restò al mio fianco. Passarono quindici minuti.
La morsettiera era staccata e un po bruciacchiata. Ho sistemato. Ma, Silvia, dovresti cambiare proprio linterruttore. È vecchio.
Matteo, mi accompagni a comprare quello giusto e me lo monti tu?
Non può. Stiamo andando in Toscana e il prossimo fine settimana abbiamo già i biglietti a teatro, rispose Giulia. Chiama un elettricista, lui può solo scriverti il modello che ti serve.
Silvia mi lanciò uno sguardo avvelenato. Poi, cambiando tono, ci invitò a prendere almeno un caffè, con tanto di pasticcini.
No, grazie, abbiamo fretta. Matteo, andiamo.
In macchina protestai: Forse sei stata un po brusca. Lei, in fondo, è sincera
Di sincero cè solo che vuole la tua attenzione, Matteo. Non le basta il fai-da-te: vuole tutto il pacchetto. Non lo vedi?
Rientrammo esausti. Ma percepivo che quella storia non era finita. Silvia non avrebbe mollato la presa.
Due settimane dopo, mentre ero in trasferta per lavoro, ricevetti, appena messo piede fuori dal treno, la fatidica telefonata.
Amore, senti, forse rientro un po più tardi. Silvia ha combinato un altro disastro.
E stavolta? Le è caduto un meteorite dal balcone?
Ha comprato un nuovo bastone da tende, pesantissimo. Ha provato a montarlo da sola, è scivolato e le è caduto sulla caviglia. Dice che non riesce a camminare. E non può attraversare il salotto col bastone in mezzo. Mi chiede di prendere una pomata in farmacia. Giuro, vado, laiuto, volo a casa.
Mi fermai un attimo, respirai, e risposi:
Matteo, stavolta passa a casa tu. Silvia la vado a trovare io.
Tu? Ma è inutile! Che ci fai?!
Io so scegliere la pomata giusta, sono donna. E magari le faccio pure una fasciatura decente. Tu, invece, dopo la settimana che hai passato, meriti una cena calda.
Rimase confuso ma non protestò. Io sapevo cosa dovevo fare.
Mi collegai subito ad internet, cercai un servizio di marito in affitto, scelsi un tecnico affidabile. Poi ordinai anche la consegna di medicine e bende direttamente allindirizzo di Silvia.
Salì in macchina e partii. Arrivai sotto casa: il fattorino della farmacia suonava al citofono. Presi la busta e salii. La porta era socchiusa: Silvia aspettava evidentemente leroe.
Entrai in soggiorno: luci soffuse, candele accese, una bottiglia di rosso e due calici. Lei, sdraiata sul divano col vestaglietto di sempre e la gamba distesa.
Matteo, sei tu? Fa un male cane!
Accesi la luce, cambiando in un attimo atmosfera.
Silvia, sono io, Giulia. Matteo cenerà a casa. Ecco medicine e pomata che ti servono.
Lei rimase a bocca aperta.
Ma tu?! Dovè Matteo? Avevo bisogno di lui, sa montare tutto!
Il tecnico che hai richiesto è in arrivo. Eccolo! dissi, mentre bussavano.
Dal corridoio apparve un uomo robusto, borsa e trapano. Qui chi aveva bisogno di montare il bastone per le tende?
Ecco, è là, in salotto. Mettiti pure al lavoro, ho già saldato tutto gli dissi.
Silvia, furibonda e umiliata, mi sibilò: Ma che idea ti sei messa in testa?
Sospirai: Silvia, oggi hai chiesto aiuto. Io te lho portato. Ora non cè più bisogno che disturbi Matteo. E nemmeno io. Buona guarigione.
Uscii lasciandola nello stupore. Sul pianerottolo mi sentivo finalmente leggera. Niente urla, niente scenate. Solo chiarezza.
A casa, Matteo mi accolse preoccupato.
Comè andata? Ha la caviglia gonfia?
Risposi serena: Nulla di grave. Sta benissimo. Monta tutto il tecnico che le ho mandato.
Ma io potevo
No, Matteo. Ora siediti. Te lo dico chiaro: lo vedi cosa stava succedendo? Candele, vino, casualmente quando ero via Silvia non aveva bisogno solo di aiuto. Tu eri il suo sostegno egoistico. Da oggi, per ogni guasto, chiama un servizio. E tu resti qui.
Mi guardò, colpevole.
Avevi ragione. Scusa. Ho solo voluto essere gentile Ma hai ragione tu.
Silvia non si fece più viva. Dopo qualche mese la intravidi in città, a braccetto con un uomo maturo ed elegante, carica di buste firmate. Fece finta di non vedermi. Io le sorrisi.
Alla fine, ognuno trova il proprio modo: Silvia aveva trovato un nuovo angelo del focolare, io e Matteo avevamo riacquistato la pace. Nessuna telefonata ci turbava più le serate o ci rubava il tempo prezioso della nostra famiglia.
Ora, ogni volta che pianifico una gita, so che ci arriveremo. Perché, a volte, i confini vanno difesi anche da chi si presenta fragile e indifeso.
Questa esperienza mi ha insegnato che la gentilezza è un dono prezioso, ma deve avere limiti chiari. Difendere la propria famiglia è il gesto damore più grande che ci sia.




