La misteriosa conversazione del marito
Ricordo ancora quel mattino caotico di tanti anni fa, quando la giornata iniziò con una confusione che sembrava anticipare i guai a venire. A casa nostra, a Bologna, io, Caterina, e mio marito, Matteo, ci svegliammo entrambi in ritardo, dopo aver ignorato senza accorgercene il suono insistente della sveglia.
Amore! Tu passi a prendere Vittorio dopo lasilo, vero? urlai dalla camera, infilandomi i pantaloni mentre cercavo in tutta velocità di preparare lo zainetto di Vittorio per la materna.
Va bene! rispose Matteo dalla cucina. Hai visto le mie chiavi?
No! replicai, già irritata, mentre correvo per il corridoio in cerca del mio telefonino. Alla fine, trovai il telefono sotto una pila di libri e corsi a vestire Vittorio. Il piccolo, come sempre, era seduto sul tappeto che faceva correre le sue automobiline senza curarsi della nostra fretta.
Impiegarono pochi minuti per arrivare allasilo; io e Vittorio ci precipitammo dentro, tra sciarpe aggrovigliate e cerniere bloccate. Quando mi fermai, sentii che mio figlio, con le labbra piegate in una smorfia, era sull’orlo del pianto.
Mamma, non voglio andare allasilo singhiozzò Vittorio, serrando forte i pugni.
Dai, amore Non cominciare adesso, siamo già in ritardo! tentai di rassicurarlo con carezze e parole dolci, anche se la mia voce tremava dansia. Vedrai che ti divertirai. Ci sono i tuoi amichetti
Non funzionava. Era sempre più ostinato. In quel momento uscì la maestra, la signora Francesca, che mi sorrise gentile mentre prendeva la mano di Vittorio.
Non ti preoccupare, Caterina, mi disse. Andrà tutto bene. Vieni, Vittorio, i tuoi amici stanno aspettando.
Tirai un respiro di sollievo, ma lì per lì una nuova ondata di stress tornò a schiacciarmi lo stomaco. Guardai lorologio e pensai a quanto fossi già in ritardo. Decisi di avvisare subito la mia cliente, tirai fuori il cellulare e mi accorsi solo allora che quello che avevo in mano non era il mio. Io e Matteo, nella confusione, avevamo scambiato gli smartphone: avevamo lo stesso modello, stessa custodia, stessi codici di blocco Una vera beffa.
Ma che fortuna mormorai, infastidita, mentre cercavo di capire come recuperare il numero della cliente. Lunica soluzione era chiamare Matteo e farmi mandare il contatto.
In quel momento lo smartphone vibrò. Una notifica comparve sullo schermo:
Giacomo: «Allora? Con quella della palestra? Ti ha dato il numero?»
Rimasi di ghiaccio. Lessi il messaggio più volte, come se non riuscissi a capire. Poi, come in trance, aprii lintera conversazione.
Giacomo: «Quindi sei riuscito ad attaccare bottone, alla fine?»
Matteo: «Sì, mi ha dato il numero. Ci vediamo questo weekend. Da me.»
Sentii uno strappo dentro. Questo weekend? Proprio quando io avrei dovuto portare Vittorio a dormire da mia madre?
Madonna santa sussurrai, con il cuore che mi si stringeva. Era meglio non sapere nulla
Mi costò una fatica incredibile continuare a fingere di non sapere. Ogni giorno, ogni sguardo lanciato a Matteo era una tortura. Mancavano ancora tre giorni al sabato, ma già mi sentivo soffocare dai pensieri. Mi ripetevo che forse avevo frainteso, che magari quella chat nascondeva qualcosa di innocuo. Ma ogni volta che guardavo mio marito, nella mente mi rimbombavano le sue parole: «Questo weekend. Da me.»
Matteo sembrava ignaro. Continuava a essere gentile, premuroso, lo stesso di sempre: faceva domande sulla mia giornata, cucinava con me e aiutava Vittorio a prepararsi per la notte. Io lo fissavo negli occhi, sperando di cogliere un segno, una sfumatura, qualsiasi cosa che mi dicesse la verità. Niente. E questa mancanza di colpa, di vergogna, mi spaventava ancora di più.
Arrivò il mercoledì sera. Guardavamo un film, seduti vicini. Matteo mi mise il braccio sulle spalle come faceva sempre. Io dovetti mordermi le labbra per non scoppiare a piangere, lì, sul suo petto. Ogni gesto mi sembrava falso, forzato, come se lui stesse recitando una parte che ormai conosceva troppo bene.
La sera di venerdì, dopo aver messo a letto Vittorio, mi fermai ai fornelli con lo sguardo perso tra i pensieri, lasciando scorrere lacqua tra le dita. Matteo mi abbracciò da dietro la schiena e sussurrò:
Sei un po triste, oggi. Tutto bene?
Fui colta alla sprovvista dal suo calore.
Sì, sì, solo un po stanca, risposi quasi sorridendo.
Ti capisco, mormorò baciandomi i capelli.
Quella notte non riuscivo a prender sonno. Quando Matteo si addormentò, uscii in silenzio dal letto e mi chiusi in bagno. Seduta sul bordo della vasca, lasciai finalmente uscire le lacrime che tenevo dentro tutto il giorno.
Perché? bisbigliavo tra i singhiozzi. Perché proprio a me?
I pensieri continuavano a tormentarmi fino allo sfinimento. «Come ha potuto? E adesso che faccio? Lo affronto? Me ne vado o fingo di nulla?»
Sentivo un dolore acuto nel petto, e la mente che viaggiava impazzita tra paura, rabbia e disperazione.
Sapevo che lindomani avrei dovuto indossare di nuovo la maschera, per arrivare alla verità, qualunque essa fosse.
Sabato mattina portai Vittorio da mia madre, che vive in una casetta fuori città. Avevo il cuore pesante, ogni gesto era una prova. Mia madre lo notò subito.
Caterina, tutto bene? mi accolse sulla soglia.
Cercai di sorridere. La voce mi uscì fin troppo allegra:
Sì, mamma, tranquilla. Solo che sono di fretta Voglio fare una sorpresa a Matteo. Baciai Vittorio sulla fronte e corsi in macchina, senza voltarmi, prima che mi crollasse il coraggio.
Durante il tragitto ho ripensato mille volte a quello che potevo trovare: «E se invece va davvero da Giacomo? E se la ragazza non si presenta? E se mi sto sbagliando?»
Una parte di me voleva coglierlo in flagrante, sorprenderlo con laltra; unaltra parte, invece, desiderava che tutto fosse solo un gigantesco malinteso, e che la mia vita potesse continuare come prima.
Arrivata sotto casa, restai a lungo nellauto, incapace di aprire la portiera. Mi tornarono alla mente tutti i momenti felici: Matteo che mi fa ridere in cucina; noi tre a spasso per i portici; le sere davanti alla tivù. Avevamo una famiglia felice, almeno così mi era sempre sembrato. Forse non volevo entrare perché ogni minuto trascorso lì prolungava quellillusione di felicità, un ultimo istante di quiete prima della tempesta.
Mi feci coraggio e salii le scale, le chiavi che tremavano tra le dita. Inserii lentamente la chiave nella toppa, esitante, quasi potessi rimandare ancora il momento della verità. In casa cera buio, tranne che per la luce soffusa in cucina. Sentivo voci basse, risatine, dei sussurri. Mi si fermò il cuore.
«Ci siamo», pensai. «È successo davvero».
In un attimo mi girò la testa. Avanzai per il corridoio come una sonnambula, ogni passo mi sembrava più pesante. Temevo di crollare, ma andai avanti. Ancora qualche passo e mi sarei trovata davanti ciò che più temevo al mondo. Il cuore batteva così forte che pensai mi avrebbe tradita.
Matteo? sussurrai, ma la voce mi uscì strana, quasi metallica.
Poi dissi più forte:
Matteo?!
Entrai improvvisamente in cucina. Vidi due persone: un uomo e una donna. Ma non era mio marito. Era Giacomo, il migliore amico di Matteo. Rimasi di sasso. Giacomo si voltò di scatto e, vedendomi, si mise subito sulle difensive.
Caterina! Non è quello che pensi Stavo solo… Dai, lo sai anche tu che a casa mia non posso! cominciò a giustificarsi, ma io non ascoltavo più.
Ero immobile, incapace di decifrare quello che succedeva. Il cervello mi ronzava, il cuore in gola, le lacrime iniziarono a scendere senza che me ne accorgessi, ma allo stesso tempo mi resi conto che stavo sorridendo tra i singhiozzi.
Ho capito, Giacomo sussurrai, afflitta e insieme sollevata. Scusate.
Mi voltai e uscii. Laria fresca mi asciugò il viso; ero confusa, spaesata. Presi il telefono e con le mani tremanti chiamai Matteo.
Pronto? sentii la sua voce stanca, come sempre il sabato mattina.
Non riuscivo a organizzare i pensieri, solo un timido:
Ti voglio bene Ti voglio tanto bene
Tra le lacrime e una risata nervosa, cercai di spiegare, ma le frasi si spezzavano, le emozioni mi travolgevano. Tutte le ansie, le paure, erano esplose dun tratto, lasciandomi stremata.
Ero a casa Cera solo Giacomo dissi, tra i singhiozzi.
Capito Dai, non arrabbiarti, per favore. Sono in ufficio adesso. Vieni qui, amore? Lo sai come è fatto Giacomo. Vieni? Sì?
Sto arrivando
Salii in macchina e mi diressi da Matteo, con lunico desiderio di abbracciarlo.
Ci ritrovammo seduti a terra, nella sala riunioni dellufficio, davanti a una bottiglia di Lambrusco, come due ragazzini scappati di casa. Appoggiai la testa sulla sua spalla, il bicchiere stretto tra le mani.
Scusa, davvero Non avrei mai voluto leggere la tua chat. Non lho mai fatto in vita mia mormorai.
Sono io che devo scusarmi per averti trascinato in questa storia. Avrei dovuto spiegarti tutto dallinizio.
E perché lui ti ha chiesto di aiutarlo?
Perché sono il suo migliore amico. Il giorno prima si è coperto di ridicolo con questa ragazza.
E che ha combinato?
Le è finito addosso mentre correva, le ha rovesciato una lattina di tè in lattina sul tailleur bianco Era tutta a chiazze E poi, come al solito, lui si è bloccato come un ragazzino di quattordici anni: «Non ce la faccio! Matteo, aiutami tu!».
Matteo fece limitazione dellamico e mi strappò una risata.
Siamo amici da venti anni, dalla prima elementare. Credo di essere lunico davanti al quale non si vergogna a mostrare il peggio di sé
Ma portarla a casa nostra! In hotel, no?
Eh, ti ricordi perché ancora vive con sua madre?
Perché non vuole spendere soldi per laffitto e vuole che la mamma gli faccia le polpette e gli lavi le calze Dai!
Matteo mi lanciò uno sguardo dintesa.
È proprio un taccagno scoppiammo a ridere insieme.
Alzai il viso, ancora incredula:
Ma se loro sono ancora lì? Non possiamo dormire in ufficio Io a casa, per adesso, non torno. Facessero loro ordine.
Matteo mi baciò lieve.
Io non sono uno spilorcio come lui. E oggi ci meritiamo una bella serata romantica.
Davvero?! Andiamo in albergo?
Lui annuì, si alzò allimprovviso e mi mise in spalla ridendo. Io cercavo di divincolarmi, ma lui mi stringeva forte.
Stasera ti porto io dove vuoi, promesso!
Scoppiai a ridere, incredula di come, solo qualche ora prima, mi ero rassegnata a dire addio al mio matrimonio.




