La moglie invisibile

Chiara! una voce squillante mi distolse dai pensieri, e la mia amica, scrollandosi le gocce dal suo impermeabile rosso fiammante, si lasciò cadere sulla sedia di fronte alla mia. Perdonami, cera un traffico bestiale. Hai già ordinato?

Solo un caffè risposi con un sorriso appena accennato. Ti stavo aspettando.

Licia si tolse limpermeabile, mi squadrò con occhio severo e fece un fischio.

Santa pazienza, Chiara, ti sei vista allo specchio stamattina? Ma coshai addosso? Maglia grigia, pantaloni grigi Hai deciso di farti suora o di diventare invisibile?

È comodo, scrollai le spalle. Dai, ho cinquantadue anni, Licia, i vestiti stravaganti non fanno più per me

Sì, sì Licia ordinò un cappuccino e una brioche con un solo, teatrale gesto. E Marco, il tuo dove lhai lasciato? A pescare di nuovo?

Annuii.

È partito venerdì sera. Torna domenica per pranzo. Sempre uguale, come ogni volta.

Ah, come sempre, fece Licia, imitandomi. E tu come sempre rimani a casa, vero? A guardare la TV e rammendare i calzini? Chiara, ma quando è stata lultima volta che ti ha invitato da qualche parte? Un ristorante, il teatro almeno il cinema? Dai, spremiti la memoria!

Sentii le guance infuocarsi.

Siamo siamo stati in campagna, a luglio. Insieme.

In campagna! Licia scoppiò a ridere. Dove tu strappavi lerba e lui aggiustava il capanno degli attrezzi! Che romanticismo da romanzo rosa… Senti, tesoro, la vita passa. Non siamo più ragazzine, ok, ma non siamo nemmeno vecchie da chiuderci in casa. E tu ti stai seppellendo viva.

Non dire sciocchezze, sorseggiai il mio caffè, che mi sembrava amaro come laceto. Siamo una famiglia normale. Ventotto anni insieme. Conta, no?

Ventotto anni di abitudine, tagliò corto Licia. Vuoi sapere cosè? Tu sei diventata trasparente per lui. Sei come il frigorifero o uno sgabello. Cè, funziona, ok, basta così. Quandè che ti ha detto qualcosa di carino? Quando si è interessato davvero a come stavi?

Volevo risponderle, ma le parole rimasero in gola. La verità è che le nostre serate erano immerse nel silenzio. Marco leggeva sul tablet qualche articolo di pesca, io lavoravo a maglia o mi perdevo nei serial. Ogni tanto chiedeva cosa cera per cena. A volte gli ricordavo di pagare qualche bolletta. Tutto qui.

Ti ho toccato un punto dolente, vero? Licia si avvicinò, gli occhi splendenti. Senti, ho conosciuto un tipo interessante. Si chiama Giulio, fa il fotografo. Sabato sera apre una sua mostra in una galleria al Corso. Vieni con me? Dai, ti fa bene uscire, distrarti un po.

Licia, non so

Nessuna scusa, tagliò corto. Ti ci porto io. Mettiti qualcosa di carino, poi ti aiuto io a scegliere. Vedrai che bello sentirsi notata, parlare di qualcosa che non sia una perdita dacqua!

Sospirai. Tanto discutere con Licia era inutile. E, se devo essere sincera, lidea di uscire da casa non mi dispiaceva poi così tanto. In effetti, il silenzio in casa a volte è troppo.

***

Sabato sera ero davanti allo specchio e quasi non mi riconoscevo. Licia mi aveva portato un vestito bordeaux elegante, semplice ma con una cintura che segnava la vita. Mi truccai per la prima volta dopo mesi, sistemai i capelli.

Alla faccia! mormorai fissandomi allo specchio. Credevo di essere ridotta

Già una vecchina? Licia ridacchiò. Niente affatto. Hai solo dimenticato chi sei, tutta qui.

La galleria era piccola ed accogliente, dai soffitti alti e pareti bianche. Appese vi erano foto in bianco e nero: vecchi cortili, volti sconosciuti, stazioni abbandonate. In tutto, forse trenta persone che sorseggiavano un bicchiere di vino scambiandosi chiacchiere sottovoce.

Licia mi trascinò subito da un uomo alto, con i capelli brizzolati sul nero, maglione a collo alto scuro e jeans.

Giulio, questa è la mia migliore amica, Chiara. Chiara, lui è Giulio, lautore di tutto questo.

Lui si voltò, e incrociai il suo sguardo. Occhi grigi, sorriso caldo, rughe leggere agli angoli degli occhi. Mi porse la mano.

Piacere. Spero ti piaccia la mostra.

Io di fotografia non capisco molto, ammisi stringendogli la mano, calda e asciutta.

Non serve capirne, Giulio sorrise ancora più aperto. Basta sentire. Vieni, voglio mostrarti la mia foto preferita.

Mi guidò verso una foto in un angolo. Cera una donna anziana alla finestra, la luce illuminava il suo volto scavato, e negli occhi, profondissimi, cera tutta una vita.

Vedi? Giulio abbassò la voce. È la mia vicina. Ha ottantatré anni. Lho fotografata più di un anno fa. Mi raccontava della guerra, del marito perso, di come ha cresciuto tre figli da sola. E sai una cosa? Non cera mai autocommiserazione nei suoi occhi. Soltanto una tristezza nobile e tanta dignità.

Guardavo la foto, un nodo in gola.

È bellissima, bisbigliai.

Già. La bellezza non è solo giovinezza e pelle liscia. La bellezza è quando una persona vive, soffre, eppure resta se stessa. Mi guardò intensamente. Ce lhai anche tu quella malinconia negli occhi. Interessante. Sembra che tu abbia mille cose da dire, ma non le racconti a nessuno.

Mi sentii spiazzata. Nessuno mi scrutava così da anni. Marco mi guardava, certo, ma non vedeva più. Questo sconosciuto, invece, sembrava davvero leggerci dentro.

Forse sono solo un po stanca mormorai.

Di cosa? domandò Giulio senza curiosità invadente, come se fossimo vecchi amici.

Volevo scherzare, cambiare discorso, invece le parole mi uscirono da sole.

Della monotonia, credo. Di giorni tutti uguali. Sveglia, colazione, i lavori di casa. Mio marito lavora, poi pesca. I figli sono grandi, sono via. E io mi chiedo: dovè finita quella ragazza che sognava viaggi, avventure? Che fine ha fatto quella vera me stessa?

Mi spaventò la mia stessa sincerità.

Scusa Non so cosa mi sia preso.

Non scusarti Giulio mi sfiorò un gomito, un gesto lieve, rassicurante. Si chiama onestà, merce rara di questi tempi. Sai che cè? Tengo un piccolo club qui a Roma: ogni settimana ci vediamo per parlare di fotografia, letteratura, ogni tanto facciamo una gita fuori. Vieni mercoledì prossimo. Secondo me ti piacerà.

Avrei voluto dire di no. Che avevo da fare, mille impegni invece la mia voce disse:

Va bene. Vengo.

***

Marco tornò domenica, profumando di fiume e di brace. Lo accolsi alla porta.

Come è andata? chiesi. Hai preso qualcosa?

Qualche persico passò in cucina, mollò lo zaino. Niente male. E tu?

Tutto bene. Sono andata a una mostra con Licia.

Bene, vai pure più spesso in giro. Altrimenti ti chiudi troppo in casa. Lo disse senza guardarmi, assorto nei suoi pensieri mentre affettava il salame.

Per la prima volta mi irritai.

Marco, usciamo anche noi insieme? Una sera fuori. Al ristorante, a teatro?

Mi guardò un po sorpreso.

E che senso ha? Costa, e poi sono stanco. Facciamo unaltra volta, dai.

Unaltra volta. Sempre unaltra volta. Annuii ed uscii dalla cucina. Presi il telefono e scrissi a Licia: Dammi lindirizzo di quel club. Vengo mercoledì.

***

Il club si riuniva in una cantina di un vecchio palazzo, trasformata in una deliziosa saletta con divani morbidi, scaffali di libri, qualche macchina fotografica sui tavolini e lampade calde. Eravamo in quindici, quasi tutti sopra i quaranta. Giulio mi accolse con un sorriso.

Sono felice che sei venuta. Accomodati dove preferisci.

La serata volò. Parlammo di un fotografo francese, poi leggemmo qualche poesia di Montale, infine chiacchierammo un po di tutto. Ascoltavo in silenzio, ma ero incredibilmente a mio agio: nessuno mi chiedeva come cucinare il risotto o mi trattava come la governante.

Dopo, Giulio mi accompagnò fino alla fermata.

Ti è piaciuto?

Molto ammisi. Non lo avrei mai immaginato. Mi sembra di aver respirato un mondo nuovo.

Perché un po lo è. Giulio sorrise. Vedi, Chiara? Tu vivi sempre per qualcun altro. Per Marco, per i figli, per la casa. Ma quando hai fatto qualcosa solo perché ti andava?

Non seppi rispondere.

È questa la trappola di chi ha una certa età: ti svegli e ti accorgi che hai dato tutto agli altri e ti sei dimenticata di te. Ma sai che cè? Non è mai troppo tardi per ritrovarti, credimi.

Le sue parole mi facevano bene allanima. Lui mi guardava serio, ma gentile.

Senti mi disse tutto dun tratto sabato andiamo fuori città? Conosco una vecchia villa in campagna, cè una luce meravigliosa in autunno, adoro fotografare lì. Vieni? Ti assicuro, sarà una bella giornata.

Esitai. Tanto Marco sarebbe stato a pescare. A casa, da sola, sarei stata lo stesso.

Non so mormorai. Non mi sembra

Sbagliato? sorrise piano. Sto proponendo una passeggiata in campagna, nulla più. Solo un po di vita. Hai diritto anche tu a viverla, no?

Sì, sussurrai.

Perfetto. Ci vediamo sotto la metro alle dieci. Copriti bene, che tira vento.

Mi salutò con la mano, scomparve, e mentre restavo lì col cuore che batteva forte, mi sentii rinata, come se avessi di nuovo ventanni.

***

Venerdì sera Marco preparava la roba da pesca, come sempre.

Sono via fino a domenica mi disse mentre chiudeva lo zaino. Ho con me il cellulare, se serve chiama.

Va bene, lo osservavo armeggiare con le lenze. Marco, e se venissi con te, stavolta?

Mi fissò stupito.

Ma se ti annoi sempre! Lultima volta ti sei lamentata che si gelava e cerano troppe zanzare

Era solo per stare insieme, sussurrai.

Da, viviamo insieme ventiquattrore su ventiquattro! Goditi un po di relax davanti ai tuoi programmi preferiti.

Mi diede un bacio veloce sulla guancia, si mise lo zaino e uscì. Rimasi in corridoio, guardando la porta chiudersi.

«Viviamo sempre insieme», ripetei mentalmente. Ma lo eravamo, davvero?

La mattina dopo tirai giù dallarmadio i jeans, un maglione caldo, la giacca, mi guardai allo specchio: le guance colorite, gli occhi lucidi. Sembravo più giovane.

«È solo una gita», mi ripetevo. «Con un nuovo amico. Non sto facendo niente di male.»

Giulio mi aspettava con due caffè da asporto.

Buongiorno! me ne porse uno. Pronta per lavventura?

Viaggiavamo sul suo Pandino vecchio stile, con la radio accesa e tante risate. Giulio raccontava dei suoi viaggi, delle sue foto. Io mi sentivo leggera, come non mi capitava da tempo.

La villa era mezza diroccata ma bellissima: colonne crepate, un parco ingiallito, uno stagno scuro. Giulio fotografava, io vagavo raccogliendo foglie.

Mettiti là, mi chiese allimprovviso vicino alla colonna. Ecco, sì, guarda lontano, non la macchina.

Fece qualche scatto, poi mi mostrò il display.

Vedi? Sei molto fotogenica. E quella malinconia nei tuoi occhi ti rende ancora più profonda.

Guardavo quella donna nella foto: capelli al vento, sguardo perso. Ero io?

Girammo fino a sera. Dopo, ci fermammo in una trattoria del paese vicino, con torta salata e tè fumante.

Sposata da tanto? chiese Giulio.

Ventotto anni.

E sei felice?

Non seppi rispondere subito. Cosè la felicità? Labitudine? La stabilità?

Non lo so ammisi a bassa voce. Pensavo di sì, fino a poco tempo fa. Ora mi sento come se camminassi nel sonno. Tutto è giusto, ma manca qualcosa.

Manca il fuoco, suggerì lui. La passione. Lessere viva, di sentire che esisti. Non solo un ingranaggio nella vita di altri, ma tu, con desideri tutti tuoi.

Mi prese la mano.

Sei una persona speciale, Chiara. Intelligente, bella, profonda. Meriti la tua felicità. Quella vera.

Guardavo la sua mano sulla mia, il cuore in tumulto. Avrei dovuto tirarmi indietro, alzarmi, scappare. Ma non potevo. O forse, non volevo.

***

Le settimane dopo passarono in un vortice febbrile. Io e Giulio ci vedevamo spesso: nel club, alle mostre, a passeggio. Mi dava quello che non ricevevo più a casa: attenzione, sorrisi, conversazioni vere.

Con Marco, tutto come sempre. Lavoro, pesca, partita alla tv. Io cucinavo, pulivo, lavavo. Le parole tra noi erano ridotte al minimo.

Chiara, hai preso il parmigiano? chiedeva lui.

Sì.

Bene. E le mie calze?

Nellarmadio.

E basta. Nessuna domanda su come mi sentivo. Giulio invece chiedeva, voleva sapere, mi ascoltava come una persona. E io rifiorivo.

Licia capì subito tutto.

Allora, ti sei presa una cotta? mi prese in giro, quando ci vedemmo al solito bar.

Non dire sciocchezze arrossii. Siamo solo amici.

Amici, certo. Licia alzò gli occhi al cielo. Stai fiorendo. Non ti vedevo così da anni. E sai una cosa? Mi fa piacere. Te lo meriti un po di ossigeno.

Ma sono sposata, sussurrai.

E allora? Il tuo Marco manco si accorge che sei lì. Perché tu dovresti negarti una possibilità? Sei viva, non perfetta. Lasciati andare, se questo Giulio ti fa sentire bene!

Le sue parole risuonavano dentro di me. Un po ci credevo anchio. «Sto solo vivendo», mi dicevo. «Ho diritto a un po di gioia.»

Il punto di rottura arrivò a novembre. Giulio mi invitò a una giornata a Orvieto, cera un festival di fotografia. Avremmo dormito fuori.

Ho prenotato due stanze specificò.

Mi aggrappai a quelle parole come a una scialuppa.

A Marco dissi che andavo con Licia a una fiera.

Non spendere troppo, rispose senza alzare gli occhi dal telefono.

Allhotel, Giulio davvero aveva due camere. Passammo il giorno alle mostre, la sera a cena, col vino rosso e le sue parole piene di vita.

Sai, Chiara mi disse guardandomi dritta di donne ne ho conosciute tante. Ma tu hai qualcosa di incontaminato, di puro. E una tristezza negli occhi che vorrei solo cancellare.

Mi prese la mano.

Non voglio metterti fretta, né farti pressioni. Ma ci tengo che tu sappia quanto sei importante per me.

Testa che girava, tra il vino e lo sguardo. Quando ci separammo per salire alle rispettive stanze, Giulio mi sfiorò la guancia con le labbra.

Sono qui, se vuoi parlare. Vicino a te.

Quella notte, girandomi e rigirandomi nel letto, mi chiesi: Cosa sto facendo? Sono sposata, da ventotto anni. Non posso Non posso.

Ma Marco, quandè che ti ha baciato senza motivo? Quandè stato davvero vicino?

È tradimento.

È vita. Lultima occasione di sentirmi viva.

Alle due mi alzai, misi laccappatoio e bussai alla porta accanto.

Giulio aprì subito, come se aspettasse.

Chiara, sussurrò.

Attraversai la soglia.

***

La mattina dopo avevo il batticuore, ma non era il vino. Ero distesa accanto a lui, incredula. Era successo.

Lui dormiva con le braccia aperte. Mi vestii, tornai nella mia stanza, mi sedetti sul letto abbracciando le ginocchia. Che ho fatto? Oddio Ma tornando verso casa, Giulio fu sempre dolce. E la vergogna lasciava il posto a una gioia fragile e clandestina.

Sto vivendo, pensai. Dopo anni sto respirando davvero.

A casa, Marco mi accolse come se nulla fosse.

Hai fatto shopping?

Qualcosina, evitai i suoi occhi. Nulla di che.

Va bene. Ho fame, che si mangia?

La routine riprese. Di giorno moglie, regina della casa, lista della spesa. Di sera, messaggi segreti a Giulio, appuntamenti di nascosto, libri e poesie lette solo per me.

Con Marco quasi non parlavo più; se non di faccende.

Bisogna vedere la caldaia in campagna.

Facciamolo in primavera.

Va bene.

Silenzio, tanto silenzio.

Licia era fiera di me.

Hai visto? Ora sì che vivi Non rimani lì a invecchiare come una pianta in vaso.

Io cercavo di giustificarmi: Marco sè allontanato per primo. Ha scelto la pesca. Ho diritto anchio a stare bene.

Ma la notte, quando Marco dormiva accanto a me, io restavo a fissare il soffitto, sentendo tutto dentro di me andare in pezzi.

***

Arrivò dicembre con il gelo. Io e Giulio ci vedevamo ormai quasi ogni settimana. Aveva preso in affitto un piccolo studio, e dicevo a Marco che andavo a lezioni di informatica.

Lui annuiva, disinteressato.

Giulio era perfetto. Attento, passionale, tante belle parole Ma, a volte, mi sembravano un copione. Forse non ero lunica a riceverle così. Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro.

Poi, a metà dicembre, successe quello che doveva succedere: passai in farmacia a comprare la Tachipirina per Marco. Alla cassa mi cadde dalla borsa la scatolina dei profumi che mi aveva regalato Giulio in settimana: Sonata di Luna, un profumo dolce e soave.

Non me ne accorsi. Pagai e via.

Quella sera Marco arrivò prima del solito. Io ero in cucina. Mi posò davanti quella scatolina.

È tua questa? chiese, piano.

Mi girai, il cuore che mi saltò in gola.

È sì, mia. Trovata in strada, balbettai.

In strada ripeté piatto. Un profumo da cento euro, trovato. In strada.

Aprì la scatolina, la annusò.

Chiara, non sono scemo, disse sempre calmo. Tu pensi che io non veda la differenza? Che non mi accorga che sei diversa? Che ormai ti sento distante

Appoggiò la scatolina, poi: Chi è lui?

Nessuno sussurrai. Solo un amico

Non raccontare frottole, strinse la scatola nel pugno. È vero? Mi hai tradito?

Silenzio, pesante come il piombo. Vidi il suo volto cambiare, la dolcezza di trentanni dissolversi.

Sì, soffiavo appena. Marco, scusa. Non volevo

Non volevi, sogghignò amaro. Ma così è andata.

Si girò, prese la borsa.

Marco aspetta, corsi dietro. Parliamone. Lascia che ti spieghi

Spiegare cosa? si voltò, e nei suoi occhi vidi un dolore che mi fece indietreggiare. Che sono io il colpevole? Forse lo sono, forse sono stato assente. Ma io, a te, Chiara, non ti ho mai tradita. Mai.

Marco

Non posso stare qui. Vado da Paolo. Ho bisogno di pensare.

In quindici minuti riempì la valigia. Io rimasi muta, appoggiata alla porta della camera, guardando lui prendere le camicie, le calze.

Marco, mormorai non lasciarmi.

E tu non lhai fatto, quando sei andata da lui?

Non sbatté nemmeno la porta. Uscì e basta. Il silenzio che restò era tutto un altro. Era vuoto, definitivo.

***

Mi aggiravo per casa senza meta. Chiamai Marco, ma non rispondeva. Gli mandai un messaggio: Perdonami. Ti prego, torna. Silenzio.

Chiamai Giulio.

Giulio, biascicavo. Marco lha scoperto. Se nè andato. Non so cosa fare.

Oh, Chiara la voce di Giulio suonava partecipe. Ascolta, vediamoci? Magari parliamo un po, ti aiuto io a superare.

Ci vedemmo nel suo studio. Gli raccontai tutto, piangendo come una bambina. Lui mi abbracciava, mi accarezzava i capelli.

Andrà tutto bene, ripeteva. Non poteva andare avanti così. Ora hai una possibilità nuova. Sei libera. Puoi finalmente essere te stessa.

Una nuova vita? gli chiesi, guardandolo tra le lacrime. Ma quale vita nuova?

Beh esitò un attimo ora puoi fare ciò che vuoi. Viaggiare, creare essere solo te stessa.

E tu? sussurrai. Tu ci sei? Saremo insieme?

Giulio si sistemò nervoso i capelli.

Chiara, ascolta parlava cauto. Io non posso offrirti una casa vera, una stabilità. Sono uno spirito libero, non posso fermarmi. Ci siamo regalati momenti splendidi, questo sì, ma

Ma cosa? sentii solo freddo dentro.

Ma non sono tagliato per i legami fissi allargò le braccia Te lho sempre detto. Amo la libertà. Pensavo anche tu cercassi solo un po daria.

Guardavo lui, e tutto improvvisamente si chiariva: le parole dolci, i complimenti, la magia era tutto un gioco. Forse lo aveva già fatto con altre.

Quindi per te ero solo un passatempo? chiesi con voce rotta.

No, no cercò di prendermi la mano, la ritirai. Sei stata importante per me. Ma non posso prometterti nulla. Non è male averti aiutata a sentirti viva, no?

Mi alzai.

Sai che cè, Giulio? dissi calma, troppo calma. Hai ragione. Ora mi sento viva. Anzi, a pezzi. Ma viva.

Me ne andai senza voltarmi. Uscivo nel freddo con la neve che mi si scioglieva tra le lacrime sul viso.

***

A casa il buio era totale. Mi misi sul divano, senza forze. Presi il telefono e chiamai Licia.

Licia, scoppiai appena sentii la sua voce. Ho bisogno di parlare.

Ci trovammo da Da Margherita, lo stesso bar dove tutto era iniziato. Licia ascoltava sorseggiando cappuccino.

Ecco qui commentò quando finii. Ti sei presa le tue emozioni. Almeno non sei secca dentro come prima, no?

La guardai incredula.

Ma ti rendi conto? La mia vita è a pezzi e tu

E io cosa? scrollò le spalle. Sei grande, Chiara. Le scelte le hai fatte tu. Io ti ho solo messo in mano la possibilità. Tu hai deciso come usarla.

Tu mi hai spinto sentivo la rabbia montare. Sempre a dirmi che Marco non mi apprezzava

Ma è vero! Lui non ti vedeva forse ora capirà che ha perso davvero qualcosa. O forse no. La vita è così.

Mi alzai.

Sai una cosa, Licia? la mia voce era un sussurro carico di amarezza Pensavo fossi la mia migliore amica. Invece volevi solo vedere me infelice come te, sola e in cerca demozioni.

Oh, non fare tragedie, Chiara

Addio, Licia, e me ne andai.

***

Passò una settimana. Marco non tornava. Gli scrivevo, mi rispondeva solo a monosillabi: Devo pensarci.

Restavo sola in casa, troppo grande, troppo piena di assenza. La notte passavo a rivedere i miei errori. Come era dolce Marco, quando mi portava il tè, quando sistemavamo insieme lorto. Piccole cose che avevo dato per scontate. Ora darei qualsiasi cosa per riaverle.

La vigilia di Capodanno non resistetti. Andai a casa di Paolo, dove sapevo che Marco era. Lui aprì la porta.

Sei qui per Marco?

Sì, posso parlargli? Solo cinque minuti

Paolo sospirò e lo chiamò.

Marco sembrava più vecchio, tirato.

Che vuoi?

Dirti che mi dispiace. Marco, ho fatto un errore enorme. Quelluomo era solo un miraggio. Tu sei il mio vero casa. Ti prego, dammi una possibilità.

Lui restò in silenzio. Poi scosse la testa.

Chiara, non lo so. Mi hai tolto il fiato dal dolore. Anche adesso, se ti guardo, ti vedo con lui. È unombra che non riesco a cancellare.

Capisco magari col tempo

Forse. O forse no. Non lo so.

Neanchio so più chi sono ora. Ho distrutto tutto. Casa, fiducia. Me stessa.

Ci guardammo senza dire altro. Lui disse solo:

Devo andare. Scusami.

Chiuse la porta. Restai sulle scale, ascoltando i loro passi svanire.

Fuori nevicava. Tutta Roma era piena di luminarie, di gente felice. E io camminavo sola, con un vuoto talmente grande da farmi male.

***

Passai il Capodanno da sola. Accesi la TV, mi versai un prosecco. Allo scoccare della mezzanotte, sollevai il bicchiere.

Alla nuova vita, sussurrai amaramente. Chissà comè, questa nuova vita.

A gennaio chiamò Licia.

Chiara, ma che fai chiusa in casa? Vieni fuori, ho conosciuto un tipo fantastico, insegna yoga magari ti risolleva! Veniamo nel solito bar?

Tenevo il telefono in mano e restavo zitta.

Chiara, mi senti? Perché non rispondi?

Ti sento, risposi infine.

Allora? Ci vieni in centro?

Chiusi gli occhi. Pensavo: ancora, sempre, la solita storia? Amica con nuovi progetti, nuovi uomini Ricominciare il giro?

No, Licia dissi a bassa voce. Non ce la faccio più.

Come sarebbe?

Non riesco più Scusami.

Riagganciai.

Dopo qualche giorno, fui io a sedermi sola da Da Margherita, davanti a un caffè. Fuori nevicava sulle teste della gente. La porta si aprì: entrò Licia, mi vide, si avvicinò.

Chiara, ma che coincidenza! si sedette. Senti, questo tipo dello yoga davvero dovresti conoscerlo. È sereno, saggio, proprio quello che ti serve.

La guardai: rossetto acceso, occhi brillanti, quella sua solita energia apparentemente invulnerabile. Ma adesso, dietro, vedevo il vuoto. Lo stesso che cera in me. Ma lei non lo vedeva, o non voleva.

Chiara, ma mi ascolti? Davvero, devi scuoterti! La vita va avanti!

Avrei voluto rispondere. Ma non mi uscivano le parole. Pensavo: quante volte dovrò cercare la felicità fuori da me? Quante volte spaccherò tutto per rincorrere qualcosa che non esiste?

Mi senti? Licia schioccò le dita.

La guardai. E in quello sguardo cera finalmente consapevolezza, anche se dolorosa: avevo cercato risposte altrove, ma così avevo solo perso quello che contava davvero.

Sì, ti sento, sussurrai infine.

Lei attese, ma io restai in silenzio. E in quel silenzio cera tutto. Il dolore, la perdita, e la consapevolezza che la risposta almeno stavolta stava finalmente nascendo dentro di me.

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