La nonna preferiva uno dei nipoti
E a me, nonna? domandava lei sottovoce, le parole che si dissolvevano come bolle di sapone.
Tu, Mariangela, sei già a posto. Guarda che guanciotte ti sei fatta!
Le noci quelle fanno bene alla testa, a Lorenzo servono per studiare, è lui luomo, il pilastro.
Tu invece va, dai, passa uno straccio sulle mensole. Una ragazza deve abituarsi al lavoro.
Mari, sei seria? Sta per andarsene. I dottori han detto: questione di giorni, forse ore
Lorenzo restava sulla soglia della cucina, i portachiavi schiacciati nel pugno, laria di chi è immerso nella nebbia.
Sono serissima, Lorenzo. Vuoi un po di tè? Mariangela tagliava la mela per la sua bambina, senza nemmeno voltarsi. Siediti, ne preparo di fresco.
Che tè, Mari? Il fratello fece un passo nella stanza. Lei là attaccata a quei tubi, rantola
Ti ha chiamata stamattina. «Mariangela», diceva. «Dovè Mariangela?». Mi si stringeva il cuore. Davvero non vuoi venire?
È la nonna! È lultima occasione, capisci?
Mariangela impilò con cura le fette di mela sul piattino, poi sollevò finalmente lo sguardo verso il fratello.
Per te è nonna. Per lei, tu sei Lorenzuccio, la luce della finestra, lerede unico, la salvezza della dinastia.
Io io per lei non sono mai esistita.
Pensi davvero mi serva questo «addio»?
Di cosa dovremmo parlare, Lorenzo? Di cosa dovrei perdonarla io, o lei me?
Dai, lascia stare queste cose da bambini! Lorenzo sbatté i portachiavi sul tavolo. Sì, ti voleva meno bene che a me. E allora?
È una vecchia, con le sue idee strane. Ma sta morendo! Non puoi essere così fredda.
Non sono fredda, Lorenzo. Semplicemente, non provo nulla per lei. Vai tu. Siedile accanto, tienile la mano: la tua presenza vale cento volte la mia.
Tu eri il suo oro, la sua stella. Allora illumina il suo confine.
Lorenzo la fissò in silenzio, poi voltò le spalle e lasciò la stanza, sbattendo la porta.
Mariangela sospirò. Prese il piatto con le mele, e scomparve nella stanzetta della figlia.
***
Nella loro famiglia tutto era sempre stato nettamente diviso. I genitori amavano entrambi i figli sia Mariangela che Lorenzo senza preferenze.
A casa si rideva, si faceva il pane col lievito madre, si mangiava la crostata di nonna, si organizzavano gite alle Cinque Terre.
Ma nonna Assunta era fatta dunaltra pasta.
Lorenzuccio, vieni qui, gioia mia, sussurrava Assunta ogni volta che arrivavano per il fine settimana. Guarda cosa ti ho messo da parte.
Noci italiane, sgusciate da me! E cioccolatini costruiti a Napoli, i tuoi preferiti!
Mariangela, che allora aveva sette anni, guardava mentre la nonna prendeva dal vecchio buffet il sacchetto misterioso.
E a me, nonna? chiedeva sottovoce.
La nonna le lanciava uno sguardo tagliente.
Tu, Mariangela, sei già robusta. Hai le guance rosa che parlano da sole.
Le noci sono per il cervello, a Lorenzo servono, lui è il maschietto, la speranza.
Tu vai, togli via la polvere dagli scaffali. Una brava bambina deve imparare a lavorare.
Lorenzo, arrossendo fino alle orecchie, stringeva il sacchetto e scivolava via nel corridoio, mentre Mariangela restava a spolverare.
Non le dispiaceva. Strano, ma era così la piccola Mariangela lo accettava come si accetta un giorno di pioggia.
Nel corridoio il fratello la aspettava.
Tieni, le porgeva metà dei cioccolatini e una manciata di noci. Non mangiarle davanti a lei, altrimenti ricomincia a brontolare.
A te servono di più, per il cervello, sorrideva Mariangela.
Uffa, chissenefrega, borbottava Lorenzo. Ormai lo sai che la nonna non è tutta a posto. Dai, mangia in fretta.
Si sedevano sulla scala che portava alla soffitta e sgranocchiavano insieme la «roba proibita». Lorenzo divideva sempre. Sempre.
Anche quando la nonna gli infilava di nascosto una banconota da venti euro «per il gelato», correva subito da Mariangela:
Oh, questi bastano per due gelati e una gomma con le figurine. Vieni?
Lui era il suo scudo. Il suo affetto compensava il gelo della nonna così bene che Mariangela non avvertiva mai la mancanza.
Gli anni passavano. La nonna invecchiava. Quando Lorenzo compì diciotto anni, annunciò che avrebbe intestato a lui il secondo appartamento in centro a Genova.
Un pilastro ha bisogno di una casa propria, proclamò a tutto il parentado. Così porterai lì la tua donna, senza dover stare in giro.
La madre sospirò e non disse nulla. La sera, quando tutti andarono via, entrò da Mariangela.
Amore, non fraintendere. Io e tuo padre abbiamo deciso: i risparmi che abbiamo messo da parte per la macchina e per la casa, li diamo a te.
Sarà il tuo anticipo per una casa, così è giusto.
Mamma, lascia stare, labbracciò Mariangela. Una casa serve più a Lorenzo, lui si sposa con Carla. Io posso stare in affitto ancora un po.
Non si fa così. La nonna avrà pure le sue fisime, ma noi siamo i vostri genitori. Nessuna differenza. Prendi e basta.
Mariangela rifiutò.
Lorenzo si trasferì subito nel bilocale della nonna dopo le nozze, e nella casa dei genitori ci fu più spazio.
Mariangela prese la ex camera del fratello, la riempì di libri e pennelli, e finalmente sperimentò come fosse intenso un amore che non viene assegnato a metà.
Il rapporto tra fratelli non ne risentì. Anzi, Lorenzo sembrava colpevolizzato.
Vieni a trovarci, le diceva, invitandola. Carla ha fatto la torta pasqualina. La nonna beh, sai comè. Ieri ha telefonato, voleva sapere se avevo dato i suoi soldi ai tuoi capricci.
E tu che hai detto?
Che ho buttato tutto nelle slot e nel vino toscano dannata, rise Lorenzo. Tre minuti lei ha sbuffato nella cornetta, poi ha detto: «Te li ha insegnati Mariangela, questi vizi!»
Ma certo, Mariangela sorrideva. Sempre io la colpevole.
***
Quando Mariangela sposò Davide e arrivò la bambina, la questione della casa riemerse.
La madre si mostrò subito diplomatica:
Ragazzi, la nostra casa è grande. Lorenzo ha il suo bilocale. Mariangela, tu e Davide siete in affitto.
Facciamo così: vendiamo la nostra e ne prendiamo una grande e una piccola. Noi con papà nella piccola, tu e Davide in quella più grande.
Mamma, intervenne Lorenzo. Rinuncio da subito alla mia parte di eredità sulla casa dei genitori. Ho già quella della nonna, mi basta.
Che prenda tutto Mariangela: devono allargarsi. Hanno una bimba, serve più a loro.
Ma sei sicuro? Davide era perplesso. Sono tanti soldi.
Sicurissimo. Io e Mari abbiamo sempre diviso tutto. Lei, per la nonna, ha già ricevuto poco amore. Basta così. Non parlatene più.
Mariangela scoppiò a piangere non per i metri quadrati, ma perché aveva il fratello migliore del mondo.
Scambiarono la casa e ognuno prese il proprio spazio.
La mamma veniva spesso a dare una mano con la nipotina, Lorenzo con la moglie e i figli passavano ogni domenica.
E la nonna Assunta viveva sola. Lorenzo le portava la spesa, aggiustava il rubinetto che perdeva, ascoltava i suoi lamenti infiniti sulla salute e su «quella ingrata di Mariangela».
Ti ha mai chiamato? Mai chiesto come stava la mia pressione? si lamentava la nonna.
Ma nonna, sei tu che non la volevi conoscere, rispondeva Lorenzo. Non le hai mai detto una parola gentile. Cosa ti aspetti?
Volevo educarla! ribatteva la vecchia con orgoglio. La donna deve stare al suo posto! Invece quella ha preso la casa, ha cacciato via la madre.
Lorenzo sospirava; spiegare era inutile.
***
Un pomeriggio, Mariangela era in cucina, i ricordi le venivano a ondate.
Vedeva la nonna che le scostava la mano dalla marmellata, che accarezzava il disegno storto di Lorenzo e ignorava il suo premio alle gare di matematica.
Alla festa di nozze di Lorenzo, la nonna era la regina. A quella di Mariangela, non partecipò: disse che stava male.
Mamma, perché non andiamo dalla nonna Assunta? chiese la bambina affacciandosi. Lo zio ha detto che sta molto male.
La nonna vuole vedere solo lo zio Lorenzo, piccola, Mariangela le accarezzò i capelli. Così si sente meglio.
Lei è cattiva? la bambina arricciò il naso.
No, Mariangela ci pensò. Non sapeva amare tutti. Nel suo cuore cera posto per uno solo. A volte capita.
Quella sera chiamò il fratello.
È fatta, Mari. Unora fa.
Ti sono vicina, Lorenzo. Sarà dura.
Ti ha aspettato fino allultimo, disse lui, e Mariangela capì che mentiva solo per bontà. Ha detto: «Spero che Mariangela sia felice».
Grazie, Lorenzo Vieni domani. Beviamo un tè, faccio la torta.
Vengo Mari, non ti penti di non essere venuta?
Mariangela non mentì.
No, Lorenzo. Non mi pento. Che senso avrebbe? Né io né lei volevamo davvero vederci.
Fratello e sorella restarono per un momento in silenzio.
Forse hai ragione, sospirò lui. Tu sei sempre stata quella più saggia.
I funerali furono semplici. Mariangela cera, per la mamma e il fratello. Rimase in disparte, nel cappotto nero, fissando quel cielo che ai cimiteri sembra sempre più basso. Quando calarono la bara nella terra, non pianse.
Lorenzo si avvicinò e le mise un braccio sulle spalle.
Come va?
Bene, Lorenzo. Davvero.
Sai tacque sistemando la sua casa Ho trovato una scatola. Vecchie foto.
Ci sei anche tu. Tante. Tutte tagliate dai gruppi. Le teneva a parte.
Mariangela inarcò il sopracciglio.
Perché?
Non so. Forse provava qualcosa, ma non sapeva mostrarlo? Forse temeva che se ti avesse abbracciata, io ci avrei perso. I vecchi sono strani.
Può essere, Mariangela scrollò le spalle. Ma ormai, non conta più.
Uscirono insieme dal cimitero, sotto lo stesso ombrello Lorenzo alto, robusto, Mariangela sottile come unombra.
Senti, disse Lorenzo quando arrivarono alle auto. Metto in vendita quellappartamento. Prendo un trilocale, metto via per i ragazzi, il resto Perché non facciamo una donazione? Un fondo o una clinica pediatrica. Che i soldi della nonna aiutino qualcuno, almeno, così, senza motivo.
Mariangela lo guardò e finalmente gli sorrise davvero.
Lorenzo Sarebbe la vendetta più gentile per nonna Assunta. La più dolce del mondo.
Allora si fa?
Si fa.
Ognuno prese la propria strada. Mariangela guidava per la città, con la musica accesa, e sentiva una pace completa dilagare dentro sé.
Forse Lorenzo aveva ragione. Lasciare una parte di quei soldi a un bambino in ospedale questa sì era giustizia.




