La nonna: una tradizione di famiglia per tutti gli italiani

Ti racconto una storia che mi è sempre rimasta nel cuore. Era la nonna, sai? La nonna la si aiutava a preparare le valigie tutta la famiglia, senza troppi giri di parole. Le dicevano in faccia che ormai era diventata una seccatura, che finalmente era arrivata la primavera e che sarebbe partita per il paese in campagna fino a che le foglie non fossero cadute in autunno. I nipoti non la cercavano, la nuora mai che le rivolgesse un gesto gentile. Il figlio, sempre in giro per lavoro, quando tornava non era certo più caloroso degli altri.
Insomma, era diventata davvero un peso per tutti. Lei capiva bene la situazione e sopportava tutto con una pazienza incredibile, aspettando ogni anno la primavera come fosse la cosa più bella, vera e sincera della sua vita.
Quellanno la primavera arrivò presto. La nonna spesso si sedeva davanti al portone del palazzo, si godeva il cielo limpido, si lasciava scaldare dal sole. Era tutta magra, nei vestiti vecchi, scarpe consumate, calze di lana e sopra le galosce. Sembrava un passerotto spiumato.
Nessuno di casa la voleva, ma i vicini la trattavano bene. Sempre un saluto, un sorriso, le chiedevano come stava, le davano una mano a risalire fino al quinto piano. I ragazzini del palazzo, a volte, le portavano la borsa della spesa quando la incontravano tornando da scuola.
La nonna, anche se era anziana, non smetteva mai di occuparsi della casa: cucinava, lavava, sistemava tutto. Era il suo dovere, diceva. La nuora non faceva quasi nulla di queste cose.
«Se stai a casa tutto il giorno, almeno occupati di tutto!» le diceva con tono acido appena rientrava dal lavoro e buttava lì le scarpe in ingresso.
I nipoti non la calcolavano e quando invitavano gli amici, lei rimaneva chiusa in camera perché uno di loro, una volta, le aveva detto che col suo aspetto li metteva in imbarazzo.
La nonna non contraddiceva mai nessuno, parlava poco e la sera, quando tutti dormivano, piangeva in silenzio nella sua stanzetta.
Per portarla in stazione presero un taxi, così nessuno doveva accompagnarla sui mezzi. Aveva solo una vecchia valigia e un sacco con qualche vestito.
Appoggiandosi al bastone, la nonna si trascinava piano sul marciapiede. Si fermò su una panchina, poi arrivò il treno e salì. Dalla finestra del vagone guardava la città con occhi buoni e lucidi. Quando il treno partì, tirò fuori dalla borsa una foto tutta stropicciata – cerano il figlio, i nipoti, la nuora. Li vedeva sorridere ormai solo lì. Baciò la foto e la sistemò con cura nella valigia.
Alla stazione del paese, scese piano, e qualcuno la portò quasi fino a casa in macchina. Aprì il cancello e si mosse sulla terra bagnata verso la sua vecchia casa. Lì tutto era familiare, lì era importante, anche se solo per i muri traballanti, la staccionata rotta, la veranda stortignacca. Lì la aspettavano.
Il paese era tutto per lei: era nata lì, lì erano cresciuti i figli, lì era morto il marito. Aveva vissuto metà della sua vita tra quelle mura, aveva visto andar via anche il figlio maggiore, che ormai era solo un ricordo.
La nonna aprì le persiane, accese la stufa. Si sedette sulla panchetta davanti alla finestra e si perse nei pensieri. Su quella panca, anni fa, sedevano i suoi figli; allo stesso tavolo mangiavano insieme, dormivano fra quei letti, correvano su quel pavimento e guardavano fuori dalle stesse finestre. Sentiva ancora i loro voci nella testa in quei giorni era la mamma, la più amata, la più indispensabile.
Il sole entrava come allora, portava la luce di tante primavere vissute felice e in ansia, sempre racchiuse fra quelle pareti. Sorrise alla primavera che tornava al suo paese
***
La mattina dopo non si svegliò più. Rimase per sempre sulla sua terra, nel suo paese. Sul tavolo cerano tante foto vecchie e una nuova, ma tutta sgualcita, quella che il giorno prima aveva baciato, con i suoi cari che le sorridevano.
Finché siamo vivi, possiamo tutto. Chiedere scusa, dire grazie, confessare ciò che sentiamo. Finché siamo vivi, non dobbiamo rimandare queste cose a domani. Perché quando qualcuno se ne va, non ritorna più, e nei nostri cuori restano pietre, così pesanti da portare.
Bisogna vivere col cuore. Con onestà. Fare del bene davvero, perché ci viene da dentro. Amare, aspettare, dare valore ai sentimenti degli altri, ricordare chi ci ha dato la vita e ci ha insegnato a camminare.

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