La notte, che si infittiva sulla città, sembrava presagire una tragedia. Nuvole pesanti strisciavano nel cielo, come se portassero il peso di speranze infrante e destini spezzati.

**Diario di Roma**

La notte calava su Firenze come un manto pesante, carico di presagi. Nuvole grigie strisciavano nel cielo, portando con sé il peso di speranze spezzate. Lauto scivolava sullasfalto bagnato, lasciando dietro di sé una scia di luci e silenzio, interrotto solo dallansia che serrava il cuore. Ero io, Lorenzo, al volante, le dita strette attorno al cerchio come se da quello dipendesse la mia vita. Ogni buca sulla strada mi scuoteva lanima, un colpo dopo laltro, come se il destino mi sussurrasse: nulla sarà facile.

Accanto a me, Bianca respirava affannosamente. Si era accasciata sul sedile, come se volesse sfuggire al dolore, alla paura, a se stessa. Una mano sulla pancia, tesa come un mondo intero in bilico. I suoi occhi fissavano il cielo grigio oltre il finestrino, senza luce. Solo nostalgia. Profonda, gelida, come il vento dinverno che penetra nelle ossa. Non paura. Non dolore. Solo la consapevolezza che tutto stava finendo, eppure ancora aggrappata alla speranza di un miracolo.

“Lorenzo…” La sua voce era più sottile di un filo di ragnatela, più fragile del fruscio delle foglie autunnali. “Ascoltami. Ti prego.”

Annuii senza staccare gli occhi dalla strada, ma ogni fibra del mio essere era allerta. Sapevo che non sarebbe stata una richiesta, ma una sentenza.

“Promettimi…” Deglutì, come se volesse ingoiare anche la paura. “Se qualcosa va storto… non incolpare lei. La nostra bambina. Non ha colpa. È solo nata. È venuta al mondo. E tu… devi amarla. Per me. Per tutti e due.”

Serrai i denti. Le nocche delle mie mani erano bianche, come se mi aggrappassi allultimo appiglio in un mare in tempesta. Volevo urlare che tutto sarebbe andato bene, che sarebbe sopravvissuta, che saremmo stati insiemeio, Bianca e nostra figlianella casa che stavo costruendo per loro, con la cameretta, le bambole, i sogni. Ma le parole del medico, sei mesi prima, mi trafiggevano la memoria: “Una gravidanza con la tua diagnosi è come giocare alla roulette russa con cinque proiettili. La possibilità è una su sei. E non è uno scherzo. È la morte.” Ricordai le mani di Bianca tremare quando aveva sentito la diagnosi. Il modo in cui mi aveva guardatonon con disperazione, ma con una preghiera. “Lo voglio, Lorenzo. Voglio essere madre. Voglio che il nostro amore rimanga in questo mondo. Voglio che qualcosa di noi sopravviva.” Non potevo dirle di no. Non per debolezza. Ma per amore. Senza limiti. Senza condizioni. E credevonon nella medicina, non nelle statistiche, ma in lei. Nella sua forza, nella sua luce, nella sua fede che lamore è più forte della morte.

“Bianca,” sussurrai, la voce spezzata, “torneremo a casa. Tutti e tre. Lo giuro. Non ti lascerò andare. Non importa cosa accada.”

Parole coraggiose, ma dentro di me tutto si sbriciolava. Ogni sillaba era un tentativo di rattoppare le crepe nellanima che si allargavano ogni minuto.

Quando arrivammo al pronto soccorso, la pioggia batteva contro i vetri come se il cielo piangesse con noi. Laiutai a scendere, sostenendola, sentendo il suo tremorenon dal freddo, ma dal presentimento. Si voltò verso di me, appoggiò la fronte al mio petto e sussurrò:

“Ti amo, Lorenzo. Più della vita. Più di ogni cosa. Credo in te. Ce la farai. Sei più forte di quanto pensi.”

Quellabbraccio durò pochi secondi, ma mi si incise nella memoria come lultima luce prima del buio eterno. Poi la portarono via su una barella, e io rimasi lì, sotto la pioggia, bagnato non dallacqua ma dal gelo della solitudine. Mezzora dopo, arrivò il medicoun uomo anziano, il volto scolpito nella pietra, gli occhi privi di ogni emozione tranne la stanchezza.

“La situazione è critica,” disse senza preamboli, senza pietà. “La coagulazione del sangue di sua moglie è quasi azzerata. Stiamo combattendo, ma le possibilità… sono poche. Molto poche. Non resta che pregare. Anche se, in questo mestiere, i miracoli non esistono.”

Crollai sui gradini dellospedale come se le gambe mi avessero tradito. Il freddo del marmo penetrava nei pantaloni, ma non sentivo nulla. Il tempo si era fermato, appiccicoso come la resina. Mi alzai, camminai avanti e indietro, serrai i pugni, pregainon un Dio che non conoscevo, ma qualsiasi cosa potesse ascoltarmi: le stelle, il destino, luniverso stesso. “Riportala indietro. Prendi me, ma salva lei.” Ero pronto a dare tuttosoldi, lavoro, la vitapurché lei sopravvivesse.

E poi, come dal nulla, apparve Claudia. Amica di Bianca dai tempi delluniversità, infermiera nel reparto pediatrico. Capelli corti e scuri, occhi stanchi, odore di disinfettante e ansia. Si sedette accanto a me, senza chiedere, sapendo già tutto.

“Come sta?”

Scossi la testa. Il mio volto era una maschera di dolore.

“Molto male,” mormorai.

Claudia sospirònon con compassione, ma con irritazionee improvvisamente disse:

“Egoista. Sapeva a cosa andava incontro. Sapeva che poteva lasciarti. E tu? I tuoi genitori? Siete solo pedine nel suo gioco?”

Mi voltai di scatto. Qualcosa di primitivo mi attraversò gli occhirabbia, dolore, incredulità. Come osava? Come poteva parlare così di Biancala donna per cui avrei spostato le montagne? Ma il dolore mi aveva stordito. Non trovai le parole. Pensai fosse solo la stanchezza, il cinismo che i medici sviluppano per sopravvivere.

“Andiamo via da qui,” disse Claudia, prendendomi la mano. “Rimanere qui ti ucciderà lentamente. Beviamo qualcosa. Aspettiamo.”

La seguii come un cieco, come un burattino. Comprammo del brandy economico a un chiosco vicino, ci sedemmo su una panchina in una piazza dove il vento agitava foglie e sacchetti di plastica. Claudia versò il liquido in bicchieri di plastica. Bevvi avidamente, senza sentire il sapore, solo il bruciore in gola che per un attimo attenuava il dolore. Lei parlava di sciocchezzebambini in reparto, colleghi, il tempo. La sua voce era ferma, come un farmaco. E mi aggrappai a quella voce come a unancora di salvezza.

Mi svegliai sul divano, ancora vestito. La testa mi scoppiava. La bocca secca. Afferrai il telefono. Il numero dellinfermeria. La voce dellinfermiera: “Condizione stabile. Grave.” Non era una buona notizia. Era la calma prima della tempesta. Mi alzai di scatto, corsi fuori come un fulmine. Allospedale, Claudia mi aspettava.

“Ho sistemato,” sussurrò. “Ti faranno vedere. Solo attraverso il vetro. Non puoi entrare.”

Mi guidò attraverso corridoi infiniti, tra urla, gemiti, odore di medicine e morte. E lìuna parete di vetro. Dietro, Bianca. Ma non era lei. Era un fantasma. Pallida come la cera, bluastra, il volto contratto dal dolore. Tubi

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La notte, che si infittiva sulla città, sembrava presagire una tragedia. Nuvole pesanti strisciavano nel cielo, come se portassero il peso di speranze infrante e destini spezzati.