Ecco, finalmente si respira! Non sembrava anche a te una cripta, giuro risuonò dalla cucina la voce squillante e soddisfatta che avrei riconosciuto tra mille.
Mi fermai sulluscio, senza essere ancora riuscito ad appoggiare a terra le pesanti borse piene di delizie dellorto. Il profumo delle mele renette e dellaneto fresco, che avevo portato dalla campagna, si disperse allistante nel pungente odore chimico di qualche moderno lucidante e di un profumo invadente e sconosciuto. Posai le buste lentamente, come in trance, mentre un brivido freddo mi serpeggiava lungo la schiena. La chiave era entrata nella toppa senza sforzo qualcuno aveva certamente oliato tutto e la solita scheggiatura del parquet vicino allingresso non si sentiva più.
Feci un passo avanti e scrutai intorno. Lingresso era irriconoscibile. Era sparita la vecchia attaccapanni in noce scuro, che aveva costruito mio marito defunto, Carlo. Al suo posto, sulla parete erano fissati dei freddi ganci metallici, identici a quelli che si vedono negli ambulatori pubblici. Non cera più nemmeno lo specchio con la cornice intagliata in cui mi ero guardato per trentanni prima di uscire. Solo un rettangolo anonimo, senza cornice, appeso al muro.
Il cuore mi batteva fortissimo. Attraversai la sala e rimasi senza fiato, portando la mano alla bocca per non gridare.
La stanza era stata svuotata. Non proprio totalmente vuota, ma quello che le dava anima, calore, memoria tutto sparito. Via il grande credenza in rovere dove avevo i calici di cristallo di Boemia e il servizio buono Madonna. Sparite le librerie, colme di volumi raccolti in mezzo secolo dalla letteratura classica alle edizioni rare. nemmeno la mia cara poltrona a dondolo vicino alla finestra era rimasta.
Al centro della stanza, invece, troneggiava un basso divano grigio, un parallelepipedo senza grazia, e sul muro, una televisione nera enorme. A terra, un tappeto bianco peluche, fuori luogo come neve nel deserto. Le pareti erano pitturate di un gelido grigio chiaro.
Ah, signora Giulia! entrò in scena Clara, mia nuora. Indossava una vestaglietta corta e teneva in mano una tazza con qualcosa di verde. Ma siete già tornata? Ci aspettavamo questa sera. Il regionale era in anticipo?
A ruota uscì Andrea, mio figlio, con lo sguardo basso e arreso.
Dovè? domandai a fatica, abbracciando la stanza col gesto.
Dovè cosa? Clara sbatté innocentemente le ciglia finte. Oh, la vecchia mobilia? Sorpresa! Abbiamo fatto un po di restyling mentre voi trafficavate nellorto. È bellissimo, vero? Aria, luce, spazio! Stile minimalista. Fa furore, adesso.
E le mie cose? sentii le ginocchia tremare. Cercai con lo sguardo Andrea. Andrea, e la vetrina di papà? I libri? La macchina da cucire?
Andrea si schiarì la voce, provando a mostrarsi sicuro.
Mamma, non agitarti. Le abbiamo portate via.
Portate dove? In campagna? In garage?
In discarica, signora Giulia si intromise Clara, sorseggiando il suo intruglio verde. Ma suvvia, a che serviva tutta quella roba? Il mobile era ormai scassato, prendeva solo polvere! E con quei libri ma chi li legge più? Cè tutto online. Solo acari e allergie, davvero insopportabile.
Davanti a queste parole, tutto mi girò intorno. Mi aggrappai allo stipite per non cadere.
In discarica?! La libreria che tuo padre ha iniziato alluniversità? La Necchi con cui vi cucivo le tende e rammendavo i pantaloni? Il cristallo che con Carlo abbiamo protetto per il viaggio con le coperte dalla fiera di Murano?
Ma quel cristallo adesso non lo vuole nessuno, roba da nonna! sbuffò Clara. Oggi va lo stile scandinavo. E la macchina da cucire pedaliera, una zavorra. Ci siamo dovuti fare aiutare da tre facchini! Mamma, dicevi sempre che la casa era stretta. Adesso cè spazio, aria, niente più rumore visivo.
Rumore visivo ripetei, sentendo quelle parole come una presa in giro. E a me mi avete chiesto qualcosa? Questa è casa mia, Clara. Mia e di Andrea. Ma la roba era mia.
Eccoci di nuovo sospirò Clara, roteando gli occhi. Abbiamo speso soldi, carte di credito in mano per quelle costosissime pitture, e questa è la gratitudine? La gente della vostra generazione ha proprio delle ossessioni patologiche per le cose, bisogna curarsi! La sindrome dellaccumulatore.
Andrea finalmente mi guardò.
Su, mamma, non farne un dramma. Erano vecchie. Guarda il divano nuovo, ortopedico, dormirai meglio!
Lo guardai e nei suoi occhi vidi solo il desiderio di finirla in fretta e tornare comodo alla sua vita. È sempre stato plasmabile. Prima obbediva a me, ora a Clara. Piegato come la plastilina.
Quando avete fatto tutto questo? chiesi, riprendendomi.
Tre giorni fa, quando è partito il lavoro rispose Clara con sufficienza. Abbiamo chiamato un furgone, buttato dentro tutto. Ormai è tutto già in discarica, non vergognatevi a andare a cercare lì davanti ai vicini.
Entrai in quella che un tempo era la mia stanza. Anche lì erano passati i designer di Clara: la cameretta accogliente, col comò e la toilette, era ridotta a uno stanzino dalbergo. Era sparita la scatola dei bottoni che avevo dai tempi della scuola. Spariti gli album di foto.
Gli album anche? Le foto di papà?
Oh, quei cartoncini impolverati? replicò Clara. Digitalizziamo tutto, se serve. La carta labbiamo data al macero, così rispettiamo lambiente.
Mi sedetti sul divano nuovo, però straniero, e sentii dentro di me solo vuoto. Come se avessero buttato via pezzi della mia vita, non solo oggetti. Trentanni di matrimonio, ricordi, le piccole gioie raccolte con cura tutto liquidato come rumore visivo.
Non piansi. Le lacrime si erano asciugate dentro, lasciando un groppo di spine. Rimasi lì a fissare il muro spento, ascoltando Clara che sgridava Andrea per aver preso il latte sbagliato, spiegando che ora, finalmente, lenergia della casa scorreva come si deve.
Quella sera non andai a cena. Rimasi in silenzio, disteso nel buio. Ripensavo al fatto che la casa era mia. Andrea risultava residente, ma ero io il proprietario. Avevo ospitato i ragazzi affinché risparmiassero per un mutuo. Tre anni che sono qui. Non hanno messo via un euro: sempre cellulari nuovi, vacanze in Grecia, ora sto restyling. Vivono sfruttando tutto, persino le utenze le pagavo io dalla pensione, per aiutarli.
La mattina dopo uscii in cucina. Il viso imperturbabile. Clara sfrigolava delle frittelle, canticchiando.
Buongiorno! trillò, come se niente fosse successo. Vuole colazione? Senza zucchero eh, solo stevia, farina di riso. Tutto salutista!
No grazie, prendo solo un tè. Andrea è al lavoro?
Eh sì, aveva una scadenza. Io sto a casa, oggi giornata di crescita personale, webinar su come organizzare gli spazi.
Bella cosa annuii. Organizzare gli spazi è fondamentale. Clara, oggi sto via qualche giorno da mia sorella, a Novara. Ho bisogno di tranquillizzarmi.
Ma certo, si rilassi! rispose con occhi lucenti di gioia. Voleva la casa tutta per sé. Fa bene cambiare aria, non si preoccupi, tengo tutto sotto controllo!
Preparai una piccola valigia. Prima di uscire mi fermai nellingresso.
Hai le chiavi? domandai.
Sì, sia io che Andrea. Non abbiamo cambiato le serrature, solo oliate.
Benissimo. Allora arrivederci.
Partii davvero per da mia sorella, ma solo fino a sera. Mi serviva solo il tempo perché Clara uscisse di casa manicure, palestra, i suoi soliti riti del giovedì pomeriggio.
Rientrai alle quattro. Casa vuota. Clara era andata a crescere.
Mi vestii con la vecchia veste da lavoro, mi coprii i capelli con un foulard e tirai fuori da uno sgabuzzino, miracolosamente risparmiato, quei grandi sacchi neri usati per i lavori di ristrutturazione.
Entrai finalmente nella camera dei ragazzi. Prima non lavevo mai fatto per rispetto. Ora i confini erano stati cancellati. Li aveva cancellati Clara, buttando me stesso nella spazzatura.
La camera era piena di roba. La mia nuora era una fanatica dello shopping e dei trattamenti beauty. Crema ovunque, profumi costosi, maschere, boccette da più di cento euro, gadget da selfie.
Presi un sacco.
Rumore visivo dissi ad alta voce, gustandomi la frase. Davvero troppo.
Tutto dentro: Chanel, Dior, marchi coreani, non guardavo se pieni o vuoti. Si liberava spazio.
Poi larmadio: stretto da esplodere. Vestiti usati una sola volta, camicette ancora con il cartellino, decine di jeans intercambiabili.
Acari decretai. Stoffe sintetiche, fa pure male alla salute.
Tutto finì nei sacchi: borse firmate, scarpe tacco dodici, sneakers con suole giganti mai usate se non per lauto.
Operavo meticoloso, freddo. Non toccai nulla di Andrea solo le cose di Clara. Diktat totale per la regina del consumo.
Finito con vestiario e cosmetici, passai ai suppellettili: statuette di Buddha, candele profumate, quadri motivazionali in inglese, acchiappasogni.
Spazzatura sentenziavo. Attaccamento patologico alle cose. Bisogna curarsi.
Dopo due ore la stanza dei ragazzi era vuota come una sala daspetto. Solo letto e armadio.
Portai quindici sacchi nellandrone. Non li buttai nella spazzatura. Non sono un barbaro. Feci meglio: chiamai un furgoncino e mandai i sacchi nel box di mio fratello dallaltra parte della città.
Quando finii, lavando il pavimento, laria si fece più pulita anche se il profumo di Clara era ancora nelle pareti. Mi preparai un tè, presi un libro cartaceo e mi sedetti ad aspettare.
Presto arrivò Clara, canticchiando e piena di borse della spesa.
Oh signora Giulia! Tornata già? Diceva di fermarsi giorni
Sono tornata, sì, Clara. Ho seguito il tuo consiglio e organizzato lo spazio.
Clara mi guardò strana, ma non proferì parola. Si tolse le scarpe e andò a cambiarsi in camera.
Dopo un istante: un urlo acuto, così forte che le finestre vibrarono.
Dove sono?! uscì in corridoio, stravolta. Dove sono le mie cose?! La mia crema?! La pelliccia?!
Bevvi il mio tè con calma.
Cara Clara, niente drammi. Ho fatto ordine. Niente più rumore visivo. Avevi ragione tu, cera troppa robaccia. E venti borse? Torna pure a respirare. Lenergia adesso fluisce meglio.
Ha ha buttato tutte le mie cose? Ma sa quanto valevano? Una crema costa come la sua pensione! È furto! Chiamo i carabinieri!
Chiama pure risposi sereno. E chiedi loro come qualificano quello che avete fatto coi miei ricordi, i miei libri, il mio cristallo di Murano. Tu hai chiamato tutto ciò cianfrusaglie. Ho sbirciato tra i tuoi tesori e uguale.
In quel momento entrò Andrea. Capì subito che cera tempesta. Clara in lacrime nera di mascara, io impassibile.
Andrea! Ha buttato tutto! Vestiti, trucchi, pelliccia! singhiozzava Clara. Tua madre è pazza!
Andrea mi guardò atterrito.
Mamma ma che hai fatto?
Ho fatto pulizia, Andrea. Restyling dellanima. Minimalismo. Adesso la vostra stanza è luminosa e spaziosa. Meditateci sopra.
Non ne aveva il diritto! strillò Clara. Erano cose mie!
E la libreria era mia ribattei, il tono freddo. Il servizio era mio. La macchina da cucire pure. Mi avete chiesto il permesso? No. Vi siete fatti i padroni. Ora siamo pari.
Dove sono le mie cose? Se le ha buttate, la denuncio!
Non in discarica sorrisi. Non sono come voi. Sono al sicuro. Ma non vi dico dove. Per ora.
Cosa vuol dire?! balbettò Andrea.
Vuol dire che ora fate le valigie passaporti, spazzolini, quello che rimane e ve ne andate. Ovunque. In albergo, da tua mamma, dove volete. Io cambio le serrature tra unora. Il fabbro è sotto, già avvisato.
Mamma, dai Dove andiamo? Dovevamo prendere un mutuo
E ora avete una motivazione in più. Le cose di Clara le restituirò solo quando mi restituirete le mie.
Le abbiamo buttate! Sono sparite!
Allora anche le tue faranno la stessa fine. O vatti a rovistare in discarica. Ridatemi la mia libreria avrai la pelliccia. Ridammi la macchina la crema.
Era una finta: le sue cose stavano tranquille in box. Clara, però, vide la decisione nei miei occhi.
Sei un mostro! gridò. Andrea, andiamocene! Prenderemo la casa più bella di questa! Lei rimanga qui con i suoi catorci!
Uscirono dopo meno di unora. Sbattevano le porte e i bagagli. Clara inveiva contro tutto, Andrea in silenzio, senza mai guardarmi in faccia.
Appena chiusero la porta, chiamai zio Michele, il fabbro. In dieci minuti cambiai le chiavi.
Rimasi solo, nella casa grigia e vuota. Ma paradossalmente mi sentivo leggerissimo. Come aver posato uno zaino colmo di pietre marce.
Il giorno dopo pubblicai un annuncio online: Cerco e acquisto mobili, libri antichi, macchina da cucire funzionante. Scoprii che cera ancora chi regalava tutto bastava venirli a prendere.
In un mese la casa tornò a vivere. Certo, non era più tutto come prima: un altro credenza, altre edizioni, una nuova vecchia Necchi. Tappezzai le pareti con fiori beige. Comperai un tappeto vero, di lana, con disegni classici.
Dopo due settimane chiamai Andrea.
Le vostre cose sono nel box da zio Filippo. Andate a prenderle. Non mi interessa niente di vostro.
Andrea venne da solo: magro, stanco.
Papà, scusa disse, senza alzare gli occhi. Abbiamo preso una casa in affitto, costa un patrimonio, Clara non si dà pace.
Così va la vita, figlio mio. Simpara a proprie spese.
Possiamo tornare? Clara promette che…
No, Andrea, ormai è finita. Vi voglio bene, ma adesso ho bisogno di vivere a modo mio. E di morire, se dovrà succedere, tra le cose care. Voi createvi la vostra casa e il vostro stile.
Andrea prese i sacchi ed andò via.
Io invece tornai nellaccogliente appartamento. Sedetti alla nuova vecchia Necchi, infilai il filo e spinsi il pedale. Il familiare ronzio della macchina da cucire riempì la stanza. Stavo cucendo nuove tende, colorate, a fiori. Un modo tutto mio per eliminare, una volta per tutte, ogni vero rumore visivo. Solo felicità.
A volte serve perdere tutto per ritrovare il valore delle cose. Altre, basta semplicemente mandar fuori dalla porta chi non ti rispetta. E allora, finalmente, in casa si respira davvero il miglior Feng Shui.





