La nuora ha buttato via tutte le mie vecchie cose mentre ero in campagna – la mia risposta non si è fatta attendere

Beh, finalmente si respira in questa casa! Sembrava proprio un mausoleo prima, credimi! risuonava dalla cucina una voce squillante, soddisfatta, che Adelaide Benvenuti avrebbe riconosciuto tra mille.

Rimase immobile sulluscio, ancora con le borse piene di verdure fresche dellorto e mele appena colte. Il profumo di basilico e pane casereccio che aveva portato con sé si dissolse immediatamente, sostituito dallodore di una qualche cera industriale e da fragranze forti, sconosciute, probabilmente i nuovi profumi di qualcuno che non era lei. Adelaide posò le borse a terra con movimenti lenti, sentendo un brivido gelido serpeggiare lungo la schiena. La chiave aveva girato nella serratura con facilità sospetta, senza il solito cigolio della porta dingresso.

Fece un passo avanti, osservando. Lingresso era diverso. Era sparito lattaccapanni antico in noce scuro, che aveva costruito anni fa suo marito Giuseppe, che non cera più ormai da tempo. Al suo posto, una fila anonima di ganci in metallo fissati al muro, simili a quelli di una sala dattesa di una ASL. Non cera più nemmeno lo specchio con la cornice lavorata, quello in cui si era riflessa per trentanni prima di uscire di casa. Al suo posto, semplicemente un rettangolo di vetro senza gloria.

Sentì il cuore battere come un tamburo. Entrò in salotto e, con la mano premuta sulla bocca, rimase senza fiato.

La stanza era vuota. O meglio, fisicamente piena ma svuotata dellanima, del calore, della memoria. Sparita la credenza in rovere in cui custodiva il servizio buono di porcellana di Capodimonte, e i bicchieri di cristallo portati da Venezia tanti anni fa. Spariti anche tutti i libri, i romanzi, le vecchie enciclopedie che avevano riempito le mensole costruite da Giuseppe, i fumetti collezionati da suo figlio Matteo. Neanche la sua amata poltrona a dondolo, vicino alla finestra, era sopravvissuta.

Al centro cera ora un divano basso e grigio, simile a un grosso parallelepipedo, e sulla parete campeggiava un televisore nero che sembrava occupare lintera stanza. Un tappeto bianco, fitto, stonato come neve in mezzo alla sabbia, copriva il parquet. Pareti ridipinte in un malinconico grigio chiaro.

Oh, signora Adelaide! comparve dalla cucina Valentina, la nuora. Indossava una vestaglietta corta e stringeva fra le mani una tazza con dentro qualche liquido verdastro. Siete già tornata? Vi aspettavamo per stasera. Lautobus da Varese deve aver anticipato?

Dietro di lei, con gli occhi bassi e il viso spento, arrivò Matteo, il figlio. Sembrava colpevole, ma soprattutto piccolo e impotente.

Dovè? mormorò soltanto Adelaide, indicando lo spazio intorno.

Dovè cosa? fece Valentina battendo le ciglia finte. Oh, la vecchia mobilia? Le abbiamo fatto una sorpresa! Un bel restyling! Mentre lei sgobbava nellorto, qui abbiamo portato un po di aria nuova. Bello, vero? Luminoso, arioso, semplice! Minimalismo, signora Adelaide. È lultima tendenza!

E le mie cose…? Adelaide sentì le ginocchia cedere leggermente, in cerca dello sguardo del figlio Matteo, dovè la credenza di papà? E i libri? E la mia macchina da cucire Necchi?

Matteo tossicchiò, cercando di darsi un tono.

Mamma, dai, non ti preoccupare. Abbiamo… portato via tutto.

Portato via dove? In campagna? Nel box?

In discarica, signora Adelaide precisò Valentina, sorseggiando il suo smoothie verde. Ma davvero, perché tenere tutta quella roba? Quella credenza era ormai marcia, solo polvere! E i libri… Dai, chi li legge più i libri veri? Cè tutto online, si sa. Solo muffa e acari, causano allergie! Davvero, non si respirava più.

Adelaide sentì offuscarsi la vista. Si aggrappò allo stipite per non crollare.

In discarica…? riuscì solo a sussurrare. La biblioteca che Giuseppe ha costruito sin dalluniversità? La mia Necchi, con cui vi ho attaccato tende e rattoppato pantaloni a voi tutti? Il cristallo di Murano che abbiamo protetto con tanta cura nei nostri viaggi…?

Ma chi lo vuole più quel cristallo dozzinale! sbuffò Valentina. Appesantisce. Adesso cè lIkea, lo stile nordico! E quella macchina da cucire… era pesantissima, antica! Neanche i facchini riuscivano a portarla giù. Mamma, giuravate sempre che lo spazio vi mancava, e allora? Vi abbiamo liberato la casa dal superfluo. Via il ‘rumore visivo’!

Rumore visivo… ripeté Adelaide. La locuzione suonava come una presa in giro. Ma a me avete chiesto? Questa è la mia casa, Valentina. Mia e di Matteo. Ma le cose… sono mie.

Ma guarda! Valentina alzò gli occhi al cielo Abbiamo fatto tutto per voi, speso denaro, usato la carta di credito per comprare carte da parati costosissime… e invece di “grazie”, solo lamentele. Ve lho detto, Matteo, non lavrebbe mai apprezzato. Voi della vecchia scuola siete malati di affetto per le cose. Da curare, proprio. Sindrome del cumulo.

Matteo finalmente osò guardare la madre.

Mamma, dai… era tutto vecchio. Il nuovo divano è ortopedico, dormirai meglio.

Adelaide guardò il figlio. Non vide nei suoi occhi né pentimento né comprensione; solo il desiderio di chiudere il discorso e tornare a questa nuova comodità. Matteo era sempre stato docile: prima obbediva a lei, ora a sua moglie. Morbido, come la creta.

Quando… avete fatto tutto questo? domandò a fatica, riprendendo controllo.

Tre giorni fa, quando abbiamo iniziato il lavoro rispose Valentina con una mano . Abbiamo chiamato un camion, messo tutto dentro e portato via anni, non andate a cercare. Non fate brutte figure.

Adelaide attraversò lentamente il corridoio fino alla sua stanza. O meglio, a ciò che ne restava. Anche lì il tocco dei designer era arrivato. Nessun cassettone, nessun baule di bottoni tenuti da una vita, spariti pure gli album fotografici.

Anche gli album? gridò dalla stanza Le foto di papà?

Ah, quei cartoncini impolverati? rispose Valentina dalla cucina. Li scannerizziamo, se mai serviranno. Le riviste – tutte buttate nella raccolta carta. Si pensa anche allambiente, dài!

Seduta sul nuovo divano, sentiva solo un vuoto. Non avevano buttato via cose, ma pezzi della sua storia. Trenta anni di matrimonio, piccoli ricordi preziosi, tutti inglobati nel ‘rumore visivo’ e spediti via come inutili rottami.

Non pianse. Le lacrime le si erano già seccate dentro, lasciando un nodo caldo e urticante. Stava lì, guardando le pareti nude, ascoltando Valentina che in cucina strillava a Matteo per aver comprato il latte sbagliato e discettava sullenergia positiva della casa.

Quella sera saltò la cena. Rimase distesa al buio, a pensare. Lappartamento era suo. Matteo era residente, ma la proprietaria era lei. Aveva accettato in casa i giovani per aiutarli, così avrebbero potuto mettere da parte qualcosa per un mutuo, dicevano. In tre anni, niente. Sempre nuovi telefonini, sempre nuove vacanze a Sharm el-Sheikh, e ora “ristrutturazioni”. E lei ancora pagava le spese condominiali e le utenze, aiutando i figli.

La mattina dopo, Adelaide arrivò in cucina con unespressione serena, quasi di marmo. Valentina era intenta a preparare delle crêpes di ricotta, canticchiando.

Buongiorno! trillò la nuora come se nulla fosse accaduto. Le preparo la colazione? Senza zucchero, con stevia e farina di riso. Mangiare sano, sa?

Grazie, bevo solo un tè disse Adelaide. Matteo è al lavoro?

È corso via, oggi consegna una relazione. Io invece sono a casa, giornata di formazione personale! Seguo un webinar sullorganizzazione degli spazi.

Ottima cosa annuì Adelaide. Lorganizzazione è fondamentale. Valentina, oggi andrò da mia sorella a Novara, per qualche giorno. Ho bisogno di calmarmi, la pressione non mi lascia in pace.

Oh certo, fate benissimo! Valentina tirò un sospiro di sollievo. Darete un taglio al passato, e io tengo tutto in ordine, non si preoccupi.

Adelaide fece una valigia piccola. Prima di uscire si voltò sulla soglia.

Avete le chiavi, vero?

Certo, tutte qui. Non abbiamo cambiato la serratura, solo oliato.

Bene. Buona permanenza allora.

E andò via davvero, salendo sullIntercity per Novara. Ma non si fermò più di qualche ora: si trattenne solo fino al pomeriggio, quando sapeva che Valentina sarebbe uscita per la palestra di yoga del giovedì.

Adelaide tornò a casa verso le quattro. Lappartamento era vuoto. Valentina, come previsto, era fuori.

Indossò un vecchio grembiule, si legò una foulard ai capelli e tirò fuori i grandi sacchi neri per le macerie, dimenticati in uno sgabuzzino scampato alla pulizia. Prese un bel respiro e entrò finalmente nella stanza dei ragazzi. Non laveva mai fatto, per rispetto. Ma Valentina stessa aveva cancellato le regole.

Le mensole erano cariche di flaconi, creme da 150 euro, sieri dalle etichette misteriose, tutto un tripudio di profumeria. Una lampada ad anello, enorme, per selfie e tutorial, dominava il pavimento.

Adelaide prese il primo sacco.

Ecco il vostro “rumore visivo” mormorò, assaporando le parole. Troppo rumore.

Dentro il sacco finirono boccette. Chanel, Dior, marchi coreani senza senso. Non distinse tra pieni e vuoti: puliva lo spazio.

Poi aprì larmadio. Strapieno. Vestiti stirati, camice ancora con i cartellini, decine di jeans tutti identici. Via nei sacchi. E le borse griffate, passione di Valentina, una dopo laltra. Scarpe: sneakers giganti, stivali, tacchi che servivano solo per andare dallauto al bar.

Lavorava senza rabbia, con metodo, come un chirurgo. Le pochissime camicie di Matteo le lasciò, ma il regno di Valentina fu annientato. Non lasciò nulla: nemmeno candele, piccoli Buddha portafortuna, poster con scritte motivazionali, acchiappasogni.

Feticci sentenziò Adelaide. La patologia del possesso va curata.

Dopo due ore, la stanza era vuota e silenziosa. Restarono solo il letto e larmadio spoglio.

Adelaide trasportò quindici sacchi giganti in corridoio. No, non li buttò nei bidoni della spazzatura. Non era una selvaggia. Fece di meglio. Chiamò un furgone per traslochi, e spedì tutto nel box di suo fratello Andrea, dallaltra parte della città. Lasciarli a marcire, tra umidità e muffa.

Quando il lavoro fu finito, lavò il pavimento. Laria finalmente pareva sincera, anche se sulle pareti resisteva leco del profumo di Valentina. Adelaide mise su il tè, estrasse dalla borsa un libro fresco di stampa (carta vera, odore dinchiostro!) e si sedette, in cucina, ad aspettare.

Fu Valentina la prima a tornare. Cantava, sorridente, col sacchetto della Coop.

Oh signora Adelaide! È già qui? Aveva detto qualche giorno! Tutto bene?

Benone, Valentina. Ho riflettuto e ho seguito il tuo consiglio: mi sono dedicata anchio allorganizzazione degli spazi.

Valentina la guardò sospettosa, ma pensò subito a cambiarsi. Dopo un attimo, un urlo squarciò la casa.

Dove sono?! Valentina piombò in corridoio pallida e trafelata. Dove sono le mie cose?! La mia cosmesi, i miei vestiti, la pelliccia?!

Adelaide sorseggiò il tè, lentamente.

Valentina, niente panico. Ho liberato la stanza dal rumore visivo, come dicevi tu. Cera troppo ingombro. Davvero, respirare era difficile. Venti borse è un disturbo serio, lo sai? Dovevo aiutarti a lasciar andare, a far fluire lenergia.

Avete… buttato via le mie cose?! Ma sapete quanto valgono? ansimava Una crema costa come la vostra pensione! Siete impazzita?! Questa è appropriazione indebita! Chiamo i carabinieri!

Chiamali pure rispose Adelaide, implacabile. Magari ti spiegano cosè quello che tu e Matteo avete fatto ai miei oggetti, ai ricordi di famiglia. Per voi erano solo rottami, per me la vita. Ho guardato le tue boccette, le schifezze chimiche, e ho pensato la stessa cosa: spazzatura. Tossico.

Proprio allora comparve Matteo. Capì che era successo il finimondo: Valentina in lacrime, Adelaide impassibile come il Duomo di Milano.

Mamma, davvero li hai buttati via? Tutto quanto? balbettò.

Esatto, figlio. Sorpresa! Un restyling dellanima. Minimalismo. Ora potete meditare nella vostra stanza scandida.

Non potevi farlo! strillò Valentina. Sono cose mie, personali!

Come la mia libreria era personale. La credenza era mia. La Necchi era mia. Avete domandato prima? No. Avete deciso voi per me, cancellato la mia vita. Adesso siamo pari.

Le mie cose dove sono?! Se le avete portate in discarica, vi denuncio!

Non le ho buttate, sogghignò Adelaide sono in un posto sicuro. Ma lindirizzo non ve lo dico. Per ora.

Che vuol dire? chiese Matteo confuso.

Vuol dire che ora raccogliete documenti, spazzolini e altro indispensabile e andatevene. In albergo, nei vostri parenti, o in affitto, non mi importa. Avete unora. Tra poco cambio la serratura; il fabbro è già giù che aspetta.

Mamma, ma… dove andiamo…? Avevamo un progetto per il mutuo…

Allora cominciate, forza. Vorrà dire che ora avete ancora più motivazione. Valentina, le tue cose? Le rivedrai solo quando mi restituirai le mie.

Ma le nostre non ci sono più! urlò Valentina. Sono sparite, distrutte!

Allora anche le tue subiranno la stessa sorte. Puoi cercare dove vuoi. Quando mi restituirai la libreria, avrai il tuo beauty; quando la Necchi tornerà, avrai le tue borse.

Era bluff, ovviamente. Gli scatoloni di Valentina erano al sicuro. Ma Adelaide nei suoi occhi leggeva leterna lotta tra panico e attaccamento.

Sei crudele! sibilò Valentina Vieni, Matteo! Mai più qui dentro! Prenderemo un attico, ce lo riarrederemo, almeno non con una strega!

Se ne andarono dopo quaranta minuti, trascinando trolley e insulti. Matteo rimaneva muto, occhi bassi.

Quando la porta si chiuse, Adelaide osservò la città dalla finestra. Poco dopo salì il fabbro, lo zio Gino, e cambiò la serratura.

Adelaide rimase sola in quella casa spettrale. Ma una cosa strana: respirava leggera, come se le fosse caduto un macigno dalle spalle.

Da lì a poco si mise allopera. Mise un annuncio sul web: Cerco in regalo o a prezzo bassissimo mobili vintage, libri, macchina da cucire Necchi”. Scoprì che molti regalavano volentieri, pur di liberarsi da ingombri’.

Nel giro di un mese, la casa rifiorì. Non erano le stesse cose, ma quasi: una credenza simile, altre enciclopedie, una nuova Necchi robusta come un tempo. Cambiò la carta da parati: via il grigio, dentro fiori color panna. Un tappeto vero, di lana.

Dopo un paio di settimane restituì ogni cosa a Valentina: mandò una semplice chiamata a Matteo, rivelando lindirizzo del box.

Venite a ritirare. Non voglio nulla che non sia mio.

Matteo arrivò solo, molto dimagrito.

Mamma scusa. Stiamo in affitto, costa un sacco, siamo in difficoltà…

È la vita, Matteo. Crescere si paga caro.

Possiamo tornare? Valentina dice che cambierà

No, Matteo. Sei mio figlio e ti voglio bene, ma adesso devo vivere io nella mia casa, coi miei ricordi. Voi ve la rifarete, secondo la vostra moda.

Matteo prese i sacchi e tornò dalla moglie.

Adelaide tornò nel suo salotto pieno di tepore antico. Si sedette alla nuova-vecchia macchina da cucire, infilò lago e avviò il pedale. Il ticchettio così familiare riempì laria. Stava cucendo nuove tende, aleggianti di fiori. Rumore visivo? No. Soltanto vita.

A volte serve perdere tutto, per capire cosè davvero importante. E spesso basta chiudere la porta a chi non ti ha mai saputo apprezzare. Allora, sì, si respira davvero. E la casa, finalmente, sorride.

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