E questa roba vecchia penso che la porteremo in discarica. Oppure, se ci tieni così tanto a questa ferraglia, portala in garage, anche se dubito ci sia spazio per simili cianfrusaglie. In una cucina moderna, Signora Galina, non cè posto per questi mostri in ghisa.
Il rumore del metallo fece sobbalzare Galina Veronesi. Stava sulla soglia della sua cucina, incredula. Davanti al bidone della spazzatura, ben dritta e determinata, cera Rita la moglie di suo figlio Antonio. Tra le mani teneva la vecchia padella in ghisa, quella su cui Galina da trentanni cucinava le crêpes più buone del quartiere.
Quella non era solo una padella. Era un pezzo di storia. Glielaveva regalata sua madre quando Galina, giovane e piena di speranze, era appena entrata in quellappartamento. Su quella padella aveva fritto patate negli anni difficili, riscaldato polpette per Antonio quando tornava da scuola.
Rita, rimettila a posto, disse Galina, calma ma ferma. Quella è mia.
Rita si voltò. Sul suo viso, incorniciato da un caschetto elegante, cera unespressione di commiserazione, come si guarda a un bambino capriccioso o a una vecchia signora che non capisce.
Signora Galina, avevamo detto che ci saremmo organizzate, fece lei, quasi spiegando lovvio. Io e Antonio abbiamo comprato un set nuovo in teflon. Rivestimento in ceramica, antiaderente, qualità tedesca! Che senso ha tenere questa reliquia? Occupa spazio, vorrei mettere il frullatore sotto.
Io non ti ho mai dato il permesso di frugare fra le mie cose, la voce di Galina si fece dura. Abitate qui da tre mesi. Avevamo accordato che risparmiavate per il mutuo, mentre io vi ospitavo gratis. Ma questo non vuol dire che puoi buttare i miei oggetti.
Rita sbatté la padella sul tavolo, quasi rovinando il piano.
Ecco! Viviamo qui. Non siamo ospiti. Abbiamo diritto alla comodità. E poi, Galina, parliamo chiaro. Due donne non possono condividere una cucina. Lo dicono tutti! Da giovane moglie, cucino per mio marito, è logico che gestisca io la cucina. A lei insomma, non le costerà cedere, ormai ha già regnato abbastanza.
Galina sentì un nodo alla gola. Guardò lorologio. Le sette di sera: tra poco Antonio sarebbe rientrato. Doveva calmarsi.
Va bene, Rita. Parliamone con Antonio quando torna.
Ma lui è daccordo con me! sbuffò Rita, aprendo il frigorifero e spostando con ostentazione la pentola di minestra di Galina sullultimo ripiano per far spazio ai suoi yogurt. Anche lui pensa che serve una cucina più moderna.
Galina uscì in silenzio. Andò nella sua stanza, bevve qualche goccia di valeriana e si mise a riflettere. Sembra proprio che la situazione le stesse sfuggendo di mano.
Quando, tre mesi prima, Antonio aveva portato a casa Rita e le aveva chiesto con un po di vergogna: «Mamma, possiamo vivere qui per un anno? Gli affitti sono folli, non riusciremmo mai a risparmiare per lanticipo», Galina aveva acconsentito subito. Amava il figlio, voleva la sua felicità. Lappartamento era grande, un trilocale in un palazzo depoca, conquistato con fatica e scambi. Spazio ce nera.
Il primo mese tutto bene. Rita era umile, chiamava Galina Signora, chiedeva il permesso persino per una gruccia extra. Ma appena apparsa la firma sul matrimonio, la metamorfosi fu spaventosa. Prima Rita casualmente ruppe il vaso preferito di Galina. Poi disse di avere allergia ai gerani, così i fiori andarono ai vicini. Ora attaccava il cuore della casa: la cucina.
Quella sera, mentre Antonio cenava tra laltro riscaldando la minestra di Galina, perché Rita non aveva fatto in tempo a preparare il suo insalatino healthy Galina decise di parlare.
Antonio, dobbiamo chiarire, disse, sedendosi di fronte al figlio.
Rita subito dietro di lui, posando le mani sulle spalle, come una civetta a proteggere la preda.
Che cè, mamma? Antonio era chiaramente stanco. Lavora come programmatore, sempre inchiodato al computer, e le discussioni familiari sono per lui un supplizio.
Oggi Rita ha tentato di buttare la mia padella, sostenendo che la cucina deve avere una sola padrona. Vorrei capire cosa intende.
Antonio smise di masticare e guardò la madre. Poi lanciò uno sguardo a Rita, che fece il musetto.
Lo sapevo! Appena qualcosa non va, parte subito la lamentela. Amore, volevo solo rendere la casa più accogliente, così tu sei contento quando torni. È tutto vecchio, sporco
La mia roba è pulita, scandì Galina.
Mamma, dai, non te la prendere, sospirò Antonio. Rita è giovane, appassionata, vuole solo migliorare. Lascia che cambi qualcosa sta facendo il suo nido.
Il nido si costruisce sullalbero proprio, caro, Galina disse piano. E nelle case degli altri si rispettano le regole.
Oddio, ecco le solite frasi! Rita alzò le mani. Antonio, dillo tu! Siamo una famiglia. Perché dovrei sentirmi unestranea qui?
Perché sei unospite, avrebbe voluto dire Galina, trattenendosi. Chiedo solo di non toccare le mie cose e condividere i cambiamenti in casa. È la mia casa.
La nostra, mamma, la nostra, cercò di conciliare Antonio. Sono qui residente, eh.
Il silenzio era pesante. Galina guardò Antonio. Nei suoi occhi non cera cattiveria: solo quel desiderio di pace tipico degli uomini che vorrebbero che tutti smettessero di stressarli. Dallaltra parte, Rita sfoggiava un sorrisetto compiaciuto.
Le due settimane seguenti furono una guerra fredda. Rita non buttava più, ma la strategia diventò psicologica.
Galina trovava il suo asciugamano sul pavimento, sostituito da quello di Rita sul gancio. Sale e zucchero scambiati di posto. La sua tazza preferita relegata in fondo alla rastrelliera, coperta da piatti nuovi.
La goccia arrivò di sabato. Galina stava per partire per la casa in campagna, la sua fuga di pace anche in autunno, quando lorto era ormai vuoto.
Oh, Signora Galina, va via? Rita sbucò dal bagno con solo lasciugamano. Meraviglioso! Abbiamo invitato amici, volevamo giocare a Mafia e ordinare pizza. Pensavamo di disturbare
Torno domani a pranzo, rispose Galina, già infilando la giacca.
Ma perché non si ferma fino a lunedì? batté le ciglia Rita. Lì cè aria, natura E noi qui sa, siamo giovani. Ci serve la privacy.
Galina guardò Antonio, che fingeva di essere assorbito dal telefono.
Va bene, disse. Tornerò lunedì.
Partì con un peso nel cuore. Sentiva di essere lentamente tagliata fuori dalla propria vita.
Quando tornò, la sua casa era irriconoscibile. Non cera più il tappeto nellingresso, sostituito da una moderna stuoia in gomma. Le tende erano sistemate alla maniera di Rita. E in cucina
Non cera più il tavolo. Il grande tavolo di legno di quercia, a cui si riuniva la famiglia per le feste. Al suo posto, una penisola con due sgabelli.
Galina depose la borsa delle mele.
Dove è finito il tavolo? chiese entrando.
Rita si godeva il caffè dalla nuova macchinetta, che prima non cera.
Ah, è già tornata? nemmeno si voltò. Il tavolo labbiamo messo sul balcone. Era enorme, si passava a fatica. La penisola invece è trendy, moderna, adatta ai giovani. Antonio è entusiasta.
Sul balcone? Galina sentì un tic nellocchio. Su un balcone scoperto? In autunno? Sotto la pioggia?
Ma dai, è solo legno, scrollò Rita. Signora Galina, si sieda, dobbiamo parlarle.
Rita scese dallo sgabello, si avvicinò e incrociò le braccia.
Io e Antonio abbiamo pensato Cioè, ho pensato e Antonio è daccordo. Siamo stretti. Due nuclei familiari in una casa non funzionano. Questo sta rovinando il nostro matrimonio.
Cosa proponi? Galina si sedette sullunico sgabello rimasto della vecchia cucina. Andare in affitto? Sarebbe sensato.
Rita rise, ma era una risata pungente.
Affitto? Perché pagare, se abbiamo una soluzione? Lei ha la casa in campagna. È isolata, riscaldata, cè elettricità. Ama la natura Perché non si trasferisce lì almeno un paio danni, finché non compriamo la nostra casa? Passeremo da lei nei weekend, le porteremo la spesa. Lì starà tranquilla, aria pulita e noi qui custodiremo lappartamento.
Galina non rispose. Guardava questa giovane, bella, sicura donna e capiva: era la fine, il confine era stato superato. Non era solo maleducazione, era uninvasione.
Antonio sa di questa proposta? domandò piano.
Certo. Ieri ne abbiamo parlato. Lui ha detto: «Se mamma non ha problemi, perché no».
Se mamma non ha problemi. Più doloroso di tutto. Il figlio laveva tradita. Per la pace, per la moglie moderna, per non dover decidere, era pronto a mandare la madre in esilio, al freddo, a portare lacqua dal pozzo in pieno inverno.
Galina si alzò. Un ondata di freddezza la invadeva. Quel sangue freddo che la aiutava, da capo contabile di una grande fabbrica, alle trattative difficili.
Ho capito, Rita. Dovè Antonio?
È ancora al lavoro. Torna tra unora.
Perfetto. Abbiamo unora.
Galina andò nella sua camera. Estrasse la cartella coi documenti dal suo armadio. Il certificato blu di proprietà, il vecchio contratto, la pratica di privatizzazione. Li lesse di nuovo, anche se li sapeva già a memoria. Proprietaria unica Galina Veronesi. Antonio è solo residente, rinunciò alla quota dieci anni fa per non complicarsi con la banca.
Tornò in cucina.
Rita, alzati.
Eh? le sopracciglia di Rita si sollevarono.
Su, vai in camera. Prendi le valigie.
Ma che vuol dire? Partiamo? Vacanze?
Parti tu. Torni dove sei residente. In affitto, dalla mamma a Pavia o dove ti pare. Non mi interessa.
Rita sbiancò, si coprì di macchie rosse.
Ma lei Lei mi sta cacciando fuori? Sono la moglie di suo figlio! Ho diritto di abitare qui!
No, cara, non ce lhai, Galina posò i documenti sulla penisola. Secondo lart. 31 del Codice Civile, solo i familiari del proprietario hanno diritto di uso. Ma io sono proprietaria. E posso revocarlo a chi non rispetta le regole di convivenza. Ma nemmeno serve il tribunale tu qui non sei residente, non sei nessuno. Una ospite che ha esagerato.
Antonio non lo accetterà mai! urlò Rita. Verrà via con me!
È una sua scelta, rispose Galina calma. Se preferisce stare con chi voleva buttare la madre da casa per mettere una penisola, buon viaggio. Ho cresciuto un uomo, non uno zerbino.
In quel momento la porta si aprì. Antonio entrò. La tensione era palpabile. Vide la casa stravolta, la moglie pallida e la madre glaciale.
Che succede? chiese, togliendo le scarpe.
Mamma mi mette fuori! urlò Rita, buttandosi a piangere sul marito. Dille qualcosa! È pazza!
Antonio la guardò, confuso.
Mamma? È vero?
Sì, figlio. Galina lo guardava negli occhi. Oggi Rita mi ha detto il vostro piano: io dovrei andare in campagna a portare acqua dal pozzo. È vero, Antonio? Vuoi davvero mandare tua madre, a sessantanni, fuori per far piacere a tua moglie?
Antonio arrossì, le orecchie scure. Abbassò lo sguardo.
Mamma, pensavamo solo Destate là è bello
Ora è novembre, Antonio. Novembre.
Tacque. Finalmente capiva cosa aveva accettato distrattamente a forza di annuire col telefono sempre in mano.
Rita ha detto: Due donne non possono stare in cucina. Sono pienamente daccordo qui la titolare sono io. Questa casa lho sudata, ci ho cresciuto te. Non accetto imposizioni su dove sistemare la mia padella, o dove vivere. Perciò Rita prepara le valigie. Subito.
Antonio! Rita pestò il piede. Tu sei luomo, parla! Siamo famiglia!
Antonio la guardò. Per la prima volta, non vide la ragazza che amava, ma una persona capricciosa e rabbiosa che voleva escludere sua madre da casa. Si ricordò del tavolo di quercia che suo padre aveva portato fino al quinto piano. Che ora era fuori, sotto la pioggia.
Rita, la voce tremava, ma era ferma. Vai a preparare le valigie.
Cosa? Rita indietreggiò come colpita. Tu ci tradisci?
Hai esagerato, disse stanco. La mamma ha ragione. È casa sua. E noi abbiamo fatto i furbetti. Ti aiuto a fare le valigie.
Io non vado da nessuna parte! Chiamo la polizia!
Fai pure, Galina estrasse il telefonino. Così mostro i documenti e il tuo passaporto senza residenza. Ti aiutano a uscire anche più in fretta.
Unora di caos. Rita urlava, sbatteva i vestiti, insultava Antonio e Galina mammone e strega. Ma le valigie si riempivano. Galina portò sacchi grandi per i vestiti che Rita aveva lasciato sparsi.
Laiuto, disse gentile, piegando il cappotto di Rita.
Non toccare! ringhiò Rita. Faccio io!
Quando la porta si chiuse dietro Rita partita in taxi dallamica, minacciando di chiedere il divorzio e prendere metà dei beni, benché non ci fosse nulla da prendere rimase solo il silenzio.
Antonio si sedette sullo sgabello, testa tra le mani.
Scusa, mamma, disse piano. Sono stato davvero accecato. Lamore Non volevo conflitti. Speravo si risolvesse.
Non si risolve da solo, Galina gli posò una mano sulla spalla. Lamore va bene, ma il rispetto prima di tutto. La felicità non si costruisce calpestando gli altri, soprattutto i genitori.
Mi cacci anche tu? chiese con lacrime negli occhi.
Certo che no. Resta, ma a una condizione.
Quale?
Riporta il tavolo dentro. E recupera la mia padella, se Rita non lha gettata. Domani faccio le crêpes.
Antonio sorrise debole.
Era nel bidone, mamma. La padella.
Non importa. Ne compriamo una nuova. Sempre in ghisa. E il tavolo torna al suo posto.
Antonio rimase. Il divorzio fu sistemato due mesi dopo. Si scoprì che Rita aveva interesse solo per i metri quadri e la residenza milanese. Senza, Antonio cessò di essere luomo ideale.
Sei mesi dopo, Galina era di nuovo nella sua cucina. Il vecchio tavolo di quercia tornato al suo posto, coperto di tovaglia stirata. Sul fornello la nuova padella in ghisa Antonio laveva trovata al mercatino e glielaveva regalata.
Antonio frequentava una nuova ragazza, Liana. Riservata, gentile. La portò a conoscere la madre. Liana, entrando in cucina, si illuminò:
Che ambiente bello, Signora Galina! E che profumo Profumo di crêpes? Posso aiutarla? Non sono bravissima, ma volenterosa
Certo, cara, sorrise Galina, porgendole il grembiule. Vieni qui, cè spazio per tutti. Basta che la gente sia buona.
Pensò che, in fondo, due donne in cucina possono convivere. Se una è saggia e laltra riconoscente. La penisola la vendettero su Subito.it: era inconciliabile in una casa che apprezza le tradizioni e il calore umano.
Sai, amica mia, se questa storia ti ha toccata, lasciami un commento. Anche tu hai dovuto difendere i tuoi spazi con i parenti?




