La nuora mi ha chiesto di andare a prendere il nipotino all’asilo: Ciò che ho sentito dall’insegnante mi ha fatto vacillare le gambe

La suocera mi chiese di andare a prendere il nipote dall’asilo nido: quello che udii dalla maestra mi fece venire le ginocchia in torno.

Quando entrarono nella stanza della scuola materna a Firenze, mi aspettavo un pomeriggio qualsiasi. Livia, la figlia, mi aveva chiamata presto al telefono, implorandomi di andare a prendere Matteo perché era incastrata al lavoro.

Per me era una gioia pura – adoravo quegli attimi in Italian, quando il bambino si gettava tra le mie braccia, odorava di pastelli e latte caldo, e io mi sentivo utile. Ma quel giorno la maestra, la signora Marta, mi guardò con qualcosa di più di un sorriso di cortesia, un misto di cautela e preoccupazione negli occhi.

‑ Potrebbe restare un attimo?, chiese, quando Matteo corse a prendere il cappotto.‑ Devo dirle una cosa.

Il cuore mi saltò un battito. Non sapevo cosa aspettarmi – forse aveva sbattuto contro un compagno, forse aveva combinato qualche marachella. Ma le parole che seguirono mi fecero cadere le gambe.

La signora Marta parlò piano, fissandomi dritto negli occhi:‑ Negli ultimi giorni Matteo ha detto più volte cose che mi hanno allarmato. Racconta che la sera a volte ha paura di stare nella sua cameretta, perché “papà urla a gran voce e la mamma piange”.

E che a volte vorrebbe andare a vivere da lei. Trattenei il respiro. Cercai di raccogliere i pensieri, ma sentivo solo un groppo sullo stomaco.

Nel viaggio di ritorno Matteo era come al solito chiacchierone. Parlava del disegno che aveva fatto, del nuovo gioco in aula e del distintivo che aveva guadagnato oggi. Io però sentivo la sua voce riecheggiare ogni minuto della conversazione con la maestra, come una nota che non smetteva di suonare nella testa.

Da una parte, poteva esagerare? I bambini a volte colorano la realtà. Dall’altra, se diceva il vero, cosa succede in quella casa quando le porte sono chiuse?

Quella sera, seduta sulla poltrona, cercavo di mettere insieme un piano. Avrei potuto chiamare subito il figlio, chiedere se stesso, ma sapevo che una telefonata in un clima teso avrebbe fatto solo più fuoco al fuoco.

Avrei potuto parlare con la nuora, ma sarebbe stata pronta a confidarsi? Magari si sarebbe sentita giudicata. Eppure dovevo fare qualcosa – l’idea che il mio nipotino potesse aver paura della propria casa era insopportabile.

Il giorno dopo proposi di tenerezza: ospitare Matteo per una notte. Livia accettò, sostenendo che era sommersa dal lavoro. Quando la sera sistemavamo un puzzle in salotto, gli chiesi dolcemente:‑ Sai, tesoro, la maestra ha detto che a volte ti spaventa stare nella tua stanza. Perché?

Matteo mi guardò serio, come se parlasse a un adulto.‑ Perché papà urla contro la mamma. Molto forte. E a volte sbatte le porte e se ne va. E mamma allora piange e dice che è triste.

Il mio stomaco si strinse. Non erano fantasie infantili, ma la realtà vissuta da quel piccolo, che non riusciva a decifrare.

Nei giorni seguenti osservai più da vicino la famiglia di mio figlio. Notai che Livia divenne più chiusa, e mio figlio più irritato. Le chiacchierate erano brevi, spesso fredde. Capii che qualcosa non andava, e che Matteo non era l’unico a soffrire. Ma cosa potevo fare senza intromettermi in modo da spezzare i legami?

Un pomeriggio invitai Livia a prendere un caffè al bar. La chiacchierata iniziò tra pettegolezzi, poi dissi:‑ Sono preoccupata, non per me, ma per voi. Per Matteo. Vidi che voleva negare, ma i suoi occhi si riempirono d’acqua.

‑ È un periodo difficile‑ sussurrò.‑ Litighiamo tanto. A volte, con Matteo… lo so, è sbagliato. Ma… non so più cosa fare. Era la prima risposta sincera che sentii.

Un silenzio cadde, rotto solo dal tintinnio di un cucchiaino contro la tazza. Vidi le sue mani tremare leggermente, lo sguardo fisso al vapore del caffè, come se cercasse lì una risposta.

‑ Sai…‑ iniziò con voce quasi un sussurro‑ a volte penso che se non fosse per Matteo, avrei già mollato. Poi lo vedo addormentarsi e temo di spezzargli la vita. E allora… rimango.

Sentii un nodo stringersi in gola. Avrei voluto dirle che anche vivere in un clima così teso può spezzare un bambino. Ma capii che lo sapeva già, solo che non aveva ancora la forza di guardare in faccia quella verità.

Stesi la mano e coprii la sua con la mia.‑ Ascolta, non so che decisioni prenderete, ma sappi che ho dalla tua parte. Matteo può stare da me, quando vuole, anche a mezzanotte.

I suoi occhi si colmarono di lacrime, ma questa volta c’era anche sollievo. Per la prima volta da tempo qualcuno le aveva detto che non era sola.

Ritornai a casa con il cuore pesante ma con la sensazione di aver fatto qualcosa di importante. Sapevo che non avrei sistemato il loro matrimonio, né silenziato tutte le urla o fermato le lacrime.

Ma potevo essere per Matteo un porto sicuro. Un luogo dove tornare, dove nessuno grida, dove profuma di tiramisù appena sfornato e la sera si leggono fiabe prima di dormire.

E forse è proprio questo il mio ruolo ora: non salvare gli adulti a tutti i costi, ma protezione al piccolo, affinché sappia che c’è sempre una casa dove lo aspettano con amore incondizionato.

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