La nuora mi ha chiesto di prendere mio nipote all’asilo: quello che ho sentito dalla maestra mi ha lasciato senza parola

15 aprile 2024

Oggi la nuora, Ginevra, mi ha chiamata al mattino chiedendo di andare a prendere il nipotino, Andrea, dal asilo di San Marco a Firenze, perché era bloccata al lavoro. Ho accettato subito: adoro quei brevi momenti in cui il piccolo si lancia tra le mie braccia, profumato di pastelli e latte caldo, e mi sento davvero utile. Ma quando la maestra, la signora Maria, mi ha guardato, ho capito che qualcosa non andava.

Il suo sorriso, di solito gentile, era velato da una cautela che non avevo mai visto. – Può restare un attimo, signora? – ha chiesto, mentre Andrea correva verso l’armadio a prendere il cappotto. – Devo dirle qualcosa.

Il cuore mi è accelerato. Non sapevo cosa aspettarmi: forse Andrea aveva spinto un compagno, forse aveva combinato qualche pasticcio. Le parole che ho sentito, però, mi hanno fatto venire le ginocchia a terra.

La signora Maria, fissandomi negli occhi, ha parlato lentamente: – Negli ultimi giorni Andrea ha detto più volte cose che mi hanno preoccupata. Ha raccontato che la sera a volte ha paura di stare nella sua cameretta perché “il papà urla forte e la mamma piange”.

E che, a volte, vorrebbe venire a vivere da lei. Ho trattenuto il respiro, cercando di raccogliere i pensieri, ma sentivo solo una morsa crescente nello stomaco.

Nel viaggio di ritorno Andrea era lo stesso chiacchierone di sempre: mi ha parlato del disegno che aveva fatto, del nuovo gioco in classe e della stellina dorata che gli era stata assegnata come ricompensa. Io, però, ascoltavo la sua voce e avvertivo l’eco di quel racconto nella mia mente.

Da una parte mi chiedevo se non stesse semplicemente esagerando; i bambini a volte colorano la realtà. Dall’altra, se diceva il vero, cosa succedeva in quella casa quando le porte si chiudevano?

Di sera, seduto sulla poltrona, ho cercato di mettere insieme un piano. Avrei potuto chiamare subito mio figlio Marco e chiedere direttamente, ma sapevo che, se la tensione, quella telefonata avrebbe potuto aggiungere solo olio al fuoco. Avrei potuto parlare con Ginevra, ma temei che si sentisse giudicata. Ciononostante dovevo fare qualcosa: l’idea che il mio nipote potesse temere la propria casa era insopportabile.

Il giorno seguente ho proposto di far dormire Andrea da me. Ginevra ha accettato, spiegando che il lavoro la sovraccaricava. Quella sera, mentre sistemavamo un puzzle nel soggiorno, gli ho chiesto dolcemente: – Sai, tesoro, la maestra ha detto che a volte ti spaventa la tua stanza. Perché?

Andrea mi ha guardato con serietà da adulto. – Perché papà urla a mamma. Molto forte. E a volte sbatte le porte e se ne va. Mamma allora piange e dice che è triste. Le sue parole mi hanno stretto la gola. Non erano fantasie infantili, ma la cruda realtà che il piccolo viveva senza riuscire a comprenderla.

Nei giorni successivi ho osservato più da vicino la famiglia di Marco. Ho notato che Ginezza si chiudeva sempre di più, mentre Marco sembrava irritato. Le conversazioni erano brevi, spesso fredde. Sono diventata certa che qualcosa accadesse, e che non fosse solo Andrea a soffrire. Ma come potevo aiutarli senza intromettermi e rovinare i legami?

Un pomeriggio ho invitato Ginevra a prendere un caffè al bar del centro. Il discorso è iniziato con banalità, ma poi ho detto: – Sono preoccupata, non per me, ma per voi, per Andrea. Ho visto che voleva negare, ma le sue occhi si sono riempite di lacrime.

– È un momento difficile – ha sussurrato. – Litighiamo tanto. A volte, con Andrea… lo so, è sbagliato. Ma non so più che fare. È stata la prima risposta sincera che abbia sentito.

Il silenzio è calato, rotto solo dal tintinnio di un cucchiaino contro la tazza. Ho visto le sue mani tremare leggermente, lo sguardo fisso sul vapore che saliva dal caffè, come se cercasse lì una risposta a tutte le parole non dette.

– Sai – ha iniziato dopo un attimo, quasi a bassa voce – a volte penso che se non fosse per Andrea, avrei già lasciato tutto. Ma poi lo guardo mentre si addormenta e ho paura di spezzargli la vita. Ed è allora che rimango.

Mi è salito qualcosa in gola. Avrei voluto dirle che restare in quel clima di tensione avrebbe potuto spezzare anche il bambino. Ma ho capito che lei lo sapeva già, solo che non aveva ancora la forza di guardare la verità negli occhi.

Ho allungato la mano e le ho coperto la mano con la mia. – Ascolta, non so cosa deciderete, ma sappi che con me hai un alleato. Andrea può venire da me in qualsiasi momento, anche a notte fonda.

Le sue lacrime sono diventate di sollievo, non solo di dolore. Per la prima volta da tempo, qualcuno le ha detto che non è sola.

Sono tornato a casa con il cuore pesante, ma anche con la consapevolezza di aver compiuto qualcosa di importante. So che non sistemerò il loro matrimonio, che non farò cessare le urla né le lacrime. Ma posso essere per Andrea un porto sicuro, un luogo dove nessuno grida, dove profuma di dolci appena sfornati e dove, la sera, si leggono fiabe prima di dormire.

Ecco la lezione che ho tratto: non sempre dobbiamo salvare gli adulti a tutti i costi; talvolta il nostro compito è proteggere il piccolo cuore che ancora crede che la casa sia un luogo di amore incondizionato.

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