La nuora sorprende la suocera nella propria cucina e…

Diario di Marco, aprile-maggio

Quando sono rientrato nel mio appartamento a Firenze, quella mattina di metà aprile, lho trovata lì: la suocera, Lucia Bianchi, in piedi come una colonna al centro della cucina, stringeva il vaso della mia violetta con entrambe le mani, come se stesse valutando se fosse il caso di salvarla o buttarla nella spazzatura. La pianta era di Giulia, mia moglie. Laveva comprata al mercato di SantAmbrogio lo scorso aprile, dopo averci pensato per un po, scegliendo tra tre piantine quella con le foglie più dritte, lucidissime. Laveva messa sul davanzale dove il sole del mattino la colpiva appena. Ogni domenica la bagnava con cura, come faceva sua madre quandera bambina. E adesso Lucia la guardava di traverso, già pronta a spostarla da lì.

Lucia, cosa stai facendo? ho chiesto appena entrato in cucina, in maglietta e pantaloni da casa. Mia figlia Alice si era appena addormentata dopo pranzo e pregustavo finalmente un po di pace. Ma invece ecco i rumori di pentole e la suocera che trafficava.

Sto riordinando, ha risposto senza voltarsi. Questa violetta non va bene qui, Giulia! Le va tolto il sole della mattina, se lo prende così diretto si brucia.

Lho messa apposta lì. Giulia era secca. Sta benissimo, guarda i boccioli.

È giovane ancora. Poi ti secca. Io la metto vicino al frigorifero, lì cè la mensola.

Senza dire nulla, Giulia ha preso delicatamente il vaso dalle mani di Lucia e lha rimesso sul davanzale.

Lucia, ti prego, non spostare le mie cose.

La suocera la fissava come si guarda un bambino che non capisce lovvio.

Ma io voglio aiutare, mica faccio danni.

Ma questa è la mia cucina. Decido io cosa sta dove.

Ah, tua cucina Lucia ha alzato le sopracciglia e si è girata verso il lavandino. Ha iniziato a strofinare il rubinetto con una spugna, mettendoci una cura quasi ostinata, e io la guardavo dalla porta, ancora incredulo: mercoledì, senza una telefonata che fosse una, la chiave messa nella toppa della porta, ed eccola lì, padrona in casa daltri, a spiegare dove andavano messe le piante.

Non ho detto nulla.

Quandè che si sveglia Alice? ha chiesto Lucia.

Forse tra unora e mezza.

Allora intanto sistemo qui, tu riposati.

Ho aperto la bocca ma lho richiusa. Lucia, guarda che qui è tutto a posto.

Certo, ma guarda che il rubinetto aveva qualche aloncino. Tutto qua.

Ho bevuto un bicchiere dacqua in silenzio, fissando la violetta: un bocciolo ormai sul punto di sbocciare, viola scuro con il bordo bianco. Ogni giorno Alice ci infilava il ditino: Fiorino! Giulia correggeva: Fiore. Alice rideva: Fiorino!

Sono andato in camera senza chiudere la porta. Sarebbe stato un gesto, e non volevo litigare. Magari che Lucia capisse, da sola, di essere capitata nel momento sbagliato, che in casa nostra cerano altri ritmi, altre abitudini. Ma Lucia sembrava non dare importanza a queste cose.

Venti minuti dopo, lodore familiare di brodo mi sono arrivati dalla cucina. Sulla pentola sobbolliva qualcosa.

Che stai facendo? ha chiesto Giulia.

Ho preparato il brodo di pollo con i filini. Quando Andrea torna dal lavoro, almeno trova un piatto caldo. Il frigo è vuoto.

Cera il farro. E le polpette.

Le polpette erano di ieri, le ho buttate.

Giulia si è fermata.

Hai buttato le mie polpette?

Erano di ieri, Giulia, non si può mica rischiare di star male!

Stavano benissimo, le avevo fatte io ieri e ne restava per oggi.

Le polpette costano due spiccioli. Ora hai il brodo, dai.

Giulia fissava il brodo. Sapeva di buono, ancora peggio. Quel profumo era lobbligo di reagire, di gestire lennesima intromissione, anche controvoglia.

Grazie, ma per favore non buttare più la mia roba senza chiedere.

Non volevo offendere, solo aiutarti.

Capisco. Però non farlo più.

Lucia non rispose, continuando a sistemare con fin troppa decisione: tutto pulito, cotto, riposto. Sapeva già dove stavano le cose: chissà quante volte era già venuta in casa negli ultimi mesi, forse mentre Giulia usciva con Alice o era a trovare i suoi. Si muoveva come se fosse casa sua.

Lucia, quante volte vieni qui quando noi non ci siamo?

Ma capita, vengo solo se cè bisogno.

E che vuol dire se cè bisogno?

Si è girata sorpresa, quasi offesa:

Ma Giulia, io sono di casa! Andrea è mio figlio.

Sì. E questa è casa sua. E mia.

E allora? Non posso venire quando serve?

Puoi. Se prima chiami, e se diciamo che va bene.

La pausa fu lunga, Lucia la guardava con quegli occhi che conoscevo bene: un misto di sorpresa e velato risentimento che poi Andrea si sarebbe ritrovato in una chiamata più tardi.

Va bene, ha detto infine. Come vuoi.

Il brodo è rimasto sulla cucina e Lucia se nè andata unora dopo, baciando Alice senza svegliarla e portandosi via le chiavi.

La sera Andrea è arrivato e subito si è accorto dellodore.

Ah, mamma è passata?

Sì.

Che buono questo profumo.

Andrea

Che cè?

È venuta senza preavviso, ha buttato le polpette che avevo preparato ieri, ha spostato le mie cose.

Ma voleva solo aiutare

Lo so. Però voglio che tu glielo dica chiaro: prima di venire, deve chiamare.

Sì, glielo dico.

Tu dici sempre così.

Glielo dico ancora.

Giulia impiattò il brodo. Andrea assaggiò, sorrise: Cucina bene, eh. Subito si rese conto che aveva detto la cosa sbagliata. Si mangiò il brodo in silenzio.

Qualche giorno dopo ci riprovò. Venerdì pomeriggio, mentre Alice si svegliava e Giulia la stava andando a prendere, sentì di nuovo il rumore della chiave nella toppa.

Sveglia la mia principessa! Lucia entrò a gran voce. Alice smise subito di piangere, come sempre quando vedeva la nonna. Giulia non sapeva se esserne felice oppure no.

Portò Alice in cucina, dove Giulia preparò il tè. Lucia aveva portato un pacchettino, e lo piazzò subito sul tavolo.

Ho preso la torta, pan di Spagna! Alice adora i dolci.

Veramente Alice la torta non la mangia.

Come no?

Ha due anni e mezzo, non mangia ancora molti dolci, ha avuto una reazione con la crema al cioccolato.

Ma questa è alla vaniglia, niente cioccolato.

Lucia, no.

Un pezzettino non fa male. Le sue parole erano gentili e questo le rendeva ancora più pesanti.

Il mio bambino lo facevo mangiare di tutto aggiunse e non è mai successo niente.

Alice è diversa. Chiedo solo di non darle torta, grazie.

Alice voleva afferrare il sacchetto ma Lucia lo nascose sotto il tavolo.

Va bene, niente torta.

Mentre Alice giocava con una casseruola che Lucia aveva estratto senza chiedere dal cassetto, parlammo un po. Poi Lucia riprese:

Andrea come va al lavoro?

Stanco, come sempre.

Dovreste farvi una vacanza, vi prendo Alice in campagna da me. Decidiamo per luglio?

Ci penso.

Decidiamo, su.

Lucia, ci penso.

Più tardi, quando Giulia era al telefono, Lucia diede di nascosto un pezzo di pan di Spagna ad Alice. Rientrando, Giulia vide la bambina con le mani appiccicose.

Lucia

Un morso solo! Se lè cercato lei!

È una bambina. Basta che non glielo diate.

Giulia tolse la torta dalle mani di Alice e le mise in mano una fettina di mela. La piccina tornò tranquilla a giocare.

Vi lascio, disse Lucia, prendendo la borsa.

Sta a voi rispettare le mie regole quando siete a casa mia, replicò Giulia.

Ah, le tue regole borbottò Lucia prima di uscire.

La sera Andrea ribadì Ma lo fa solo perché ama Alice. E Giulia: Lo so.

Poi Andrea chiese: Ma qual è il problema, allora? E Giulia, dopo una pausa: Tu capisci che viene quando vuole, fa quello che vuole, e non si sente nemmeno di dovermi chiedere nulla? Questa è casa nostra. Non dovrei dover lottare per ogni decisione su Alice.

Andrea abbassò gli occhi: Senza laiuto di mia madre per questa casa, sarebbero serviti altri cinque anni di affitto.

Me lo ricordo, disse Giulia.

Dovremmo essere un po

Cosa? Subire?

Andrea non rispose.

Non si tratta di soldi, ma di regole, continuò Giulia. Laiuto non è un biglietto per entrare quando si vuole.

Anche quella sera finirono la discussione senza soluzione.

La settimana successiva Lucia chiamò di nuovo:

Posso venire domenica? chiese.

Siamo occupati.

Ma andrete da qualche parte?

No, abbiamo i nostri programmi. Potrebbe portare il regalo per Alice tramite Andrea.

Si percepiva deluso ma non disse altro.

Quella sera Andrea riferì: Mamma è rimasta male. Dice che non la lasci mai venire. Giulia lo guardò: Io voglio poter decidere chi entra in casa mia e quando. Vogliamo essere noi a decidere.

Parlerò con lei, promise Andrea.

Lennesima promessa.

Due settimane dopo Lucia avvertì Andrea che sarebbe venuta sabato perché venerdì aveva il compleanno del nipote. Giulia non fu avvertita, solo la porta che si aprì e la suocera in corridoio con borse piene. Si sistemò in cucina senza chiedere e iniziò a preparare i panzerotti con le sue mani, mentre Alice ancora dormiva.

Giulia entrò in camera, trovò Andrea al telefono: Potevi chiedere prima se andava bene anche a me. Andrea la guardò: Ma avresti detto di no. Ecco, tutto qui. Non ho chiesto perché avresti detto di no.

Dopo, a cena, i panzerotti erano ottimi. Alice ne mangiò uno intero, Lucia fiera. In quel momento Giulia pensava alle polpette, al pan di Spagna, alla violetta.

Quando Lucia se ne andò, propose ancora: Qui servirebbe una mensola per le scarpe. Giulia la bloccò gentilmente: Decidiamo noi, grazie.

Ad aprile inoltrato, con il vento fresco che spazzava via la città, la routine era tornata: mattina fuori con Alice, poi in casa tra faccende e pochi minuti di lettura. In uno di quei pomeriggi la chiave scattò di nuovo.

Lucia, basta.

Solo un attimo, Giulia! Ho portato tende nuove, quelle sono vecchie.

Giulia la fermò: Non voglio cambiarle, mi piacciono le mie. E glielho già detto: prima di venire, voglio una telefonata. E non accetto che venga a fare cose senza chiedere. Lucia arrotolò le tende nel silenzio e uscì senza bere neanche un caffè: la prima volta che se ne andava così.

Di sera Andrea tornò, riferì che la madre era rimasta male. Vuole solo aiutare. E Giulia di nuovo: Ma aiutare non significa comandare in casa daltri. Chiese ad Andrea di prendere posizione.

Tornarono quelle frasi di sempre: Parlerò con lei. Ma ormai non bastava più.

Alla vigilia del compleanno di Andrea, Giulia decise: era il momento di restituire la quota della casa alla madre di Andrea, anche indebitandosi, per non sentirsi più a credito. Lo annunciò ad Andrea, aggiungendo che voleva anche indietro le chiavi di casa. La discussione fu lunga e dolorosa. Andrea esitò, diceva che la madre si sarebbe sentita tradita, che avrebbe sofferto. Giulia insistette: O le regole valgono per tutti, oppure questa è una casa dove chiunque può fare come vuole.

Pareva lennesimo stallo, ma qualcosa nei giorni successivi cambiò: Lucia smise di presentarsi allimprovviso, Andrea la chiamò e le spiegò tutto. Lucia pianse, si sentì messa da parte, ma alla fine, nel primo sabato di maggio, portò lei stessa le chiavi, dopo aver telefonato il giorno prima per chiedere quando poteva venire. Alice le corse incontro, Lucia la prese in braccio, e dopo una merenda senza veleni posò le chiavi sul tavolo, silenziosa: Come daccordo.

Grazie, mamma, disse Andrea.

Ora chiamatemi quando volete vedermi, va bene così.

Quella sera, finiti ospiti e chiacchiere, sistemai le ultime cose con Giulia. Nessun rancore più, solo la semplicità di uno spazio conquistato, una casa finalmente nostra.

La violetta era ancora sul davanzale, con i suoi tre fiori viola e il quarto pronto a sbocciare, le foglie lucide e ben nutrite dalla luce giusta.

Ecco la lezione di queste settimane: laiuto senza rispetto non è vero aiuto, è solo controllo camuffato. La famiglia, la casa, le nostre scelte, dobbiamo proteggerle noi, con fermezza ma senza rabbia. E così abbiamo ricominciato a vivere davvero nella nostra casa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

15 − 8 =

La nuora sorprende la suocera nella propria cucina e…