La panchina nel cortile: un incontro inatteso tra vicini a gennaio fa rivivere ricordi dimenticati e…

La panchina nel cortile

Ricordo come se fosse ieri quel giorno dinverno, anche se ormai sono passati tanti anni. Era verso le due del pomeriggio quando sono uscito nel cortile, cercando un po daria e un pensiero diverso da quelli che mi pesavano in testa. La notte prima avevo finito lultimo avanzo delle feste e la mattina avevo riposto le decorazioni natalizie nella scatola, come si fa ogni gennaio. In casa regnava un silenzio assordante. Mi sono calcato il berretto sulla fronte, infilato il cellulare in tasca e sceso le scale della palazzina, una mano stretta alla ringhiera, come da abitudine.

Il cortile, in quella luce pallida di gennaio, sembrava dipinto: i vialetti ben spazzati, cumuli di neve intatta, e nessuno in giro. Sulla panchina accanto al secondo ingresso, ho scacciato con la mano la neve che la ricopriva. I fiocchi cadevano lenti dalle assi di legno. Era il posto migliore per lasciar correre i pensieri, soprattutto quando tutto intorno era deserto. Cinque minuti di solitudine e poi, magari, sarei salito di nuovo.

Posso sedermi? una voce di uomo mi scosse.

Mi voltai. Un tipo alto, avrà avuto sui cinquantacinque anni, giubbotto blu scuro. Il viso, vagamente familiare.

Faccia pure, cè posto abbastanza, dissi, spostandomi un po. Lei di che scala è?

Quarantatré, secondo piano. Sono qui da tre settimane. Mi chiamo Michele, rispose lui, allungandomi la mano.

Pietro Bellini, replicai stringendogliela per abitudine. Benvenuto in questo angolo tranquillo.

Michele estrasse dalla tasca un pacchetto di sigarette. Le dà fastidio se fumo?

Faccia pure, ci mancherebbe.

Non fumavo ormai da dieci anni, ma quel profumo di tabacco mi riportò subito ai pomeriggi passati nella redazione del giornale dove avevo lavorato per tutta la vita. Per un attimo sentii il desiderio di respirare quel fumo, ma subito mi distolsi da quellidea.

Abita qui da molto? mi domandò Michele.

Dal87. Allora avevano appena terminato di costruire tutto il quartiere.

Io lavoravo vicino, al Centro Culturale dei Metalmeccanici. Tecnico del suono.

Sobbalzai. Con il signor Valerio Zanetti?

Proprio lui! Ma lei…?

Ho scritto unintervista su di lui. Nell89 facemmo anche un gran concerto per lanniversario. Si ricorda Agosto che suonava?

Potrei raccontare ogni attimo di quel concerto! rise Michele. Avevamo portato una cassa gigantesca, lalimentatore faceva scintille

Da lì la conversazione scivolò da sola. Nomination, aneddoti alcuni amari, altri esilaranti riemersero spontanei. Più volte mi dicevo di dover tornare a casa, ma ogni volta cera un nuovo ricordo, unaltra storia di musicisti, impianti, e piccoli misteri dietro le quinte.

Da tempo non ero abituato alle lunghe chiacchierate. Negli ultimi anni in redazione scrivevo pezzi durgenza e con la pensione mi ero chiuso in me stesso, convincendomi che fosse meglio così, senza dipendere da nessuno, senza legarsi a nessuno. Eppure, a ogni parola, sentivo il petto sciogliersi un po.

Sa, disse Michele, spegnendo la terza sigaretta, io a casa ho tutto: locandine, fotografie. Persino le cassette dei concerti, registrate da me. Se le interessa

A cosa mi serve, pensai. Così poi dovrò andare, parlare ancora magari vuole diventare amico, sconvolgendo la mia solita routine. E poi, cosa mai potrei vedere di nuovo?

Si potrebbe anche dare unocchiata, risposi. Quando?

Anche domani, verso le cinque? Torno da lavoro a quellora.

Va bene, dissi, tirando fuori il cellulare e aprendo i contatti. Segni il numero. Se qualcosa cambia ci sentiamo.

Quella sera non riuscii a dormire. Rivedevo la conversazione, i dettagli delle vecchie storie. Per un attimo pensai di chiamare Michele, trovare una scusa, disdire tutto. Non lo feci.

La mattina dopo mi svegliò il telefono. Sullo schermo lessi: Michele, vicino di casa.

Ha cambiato idea? domandò la sua voce, un po incerta.

No, risposi. Alle cinque passo.Quando arrivai da Michele, trovai la porta già socchiusa. Dentro, la stanza era tappezzata di fotografie di eventi, poster di concerti, e pile di cassette ordinatamente disposte sul tavolo della cucina. Lodore di caffè appena fatto si mescolava a quello dolce della polvere e dei ricordi.

Michele parlava poco, lasciando che fossero le immagini e le voci registrate a raccontare. Mi fece ascoltare la registrazione sbiadita di quellAgosto che suonava e in un attimo mi rividi, giovane e pieno di sogni, a rincorrere una nota che non voleva morire.

Restammo seduti a lungo, in silenzio, ognuno a scorrere la propria memoria sulle scie di quelle melodie. Quando alzai lo sguardo, vidi Michele accennare un sorriso, come se anche per lui la panchina avesse fatto il suo piccolo miracolo.

Dovremmo fare una mostra, suggerì piano. Per il quartiere, per ricordare.

Sul tavolo posai una vecchia foto gomito a gomito con lui, scattata chissà quando, in mezzo a una folla sorridente. Per la prima volta da anni, sentii che le stagioni che avevo temuto il silenzio, la solitudine potevano aprirsi, come una porta lasciata socchiusa su un cortile innevato. Fuori, il vento trasportava promesse nuove, e io pensai che forse la primavera sarebbe arrivata prima, questanno, su quella panchina.

Forse è ora di rispolverare le mie vecchie storie, dissi. Magari qualcuno vorrà ascoltarle.

E tra vinili, locandine e caffè, la sera ci trovò ancora lì, due uomini in ascolto di ciò che il tempo, benevolo, aveva deciso di restituirci.

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