La panchina vuota
Giuseppe Bianchi appoggiò il termos sulle ginocchia e, con gesti rallentati, controllò che il tappo non perdesse. Era tutto a posto, ma la sua abitudine batteva la fiducia: ripeté il gesto ancora una volta. Si sedette allestremità della panchina posta davanti allingresso della scuola elementare, nel punto dove genitori e zaini non si accalcavano. Nella tasca del giubbotto aveva un sacchettino di briciole secche destinate ai passeri, nellaltra una pagina ripiegata con lorario della nipote: quando ha il tempo prolungato, quando il flauto. Ormai sapeva tutto a memoria, ma la carta gli dava un senso di pace.
Accanto, come sempre, sedeva già Antonio Rinaldi. Teneva fra le dita un piccolo sacchetto di semi di girasole e ne faceva scorrere uno dopo laltro, senza mangiarli, come volesse contarli segretamente. Quando Giuseppe arrivava, Antonio assomigliava a una statua, poi si faceva da parte silenziosamente. Non si sono mai salutati ad alta voce, come se la quiete della scuola fosse sacra.
Oggi li interrogheranno in matematica, disse Antonio, gli occhi rivolti alle finestre del secondo piano.
Noi in lettura, rispose Giuseppe; il noi lo sorprese, ma non stonava.
Gli piaceva che Antonio non ridesse di quella parola.
Si erano conosciuti senza cerimonie. Allinizio capitavano lì alla stessa ora, poi si riconoscevano dal cappotto, dalla camminata, dal modo di sistemarsi le mani. Antonio arrivava sempre dieci minuti prima della campanella, sedeva sulla stessa panchina e guardava per prima cosa il cancello, come se volesse assicurarsi che fosse chiuso. Inizialmente, Giuseppe stava in piedi di lato, poi un giorno si stancò e si sedette accanto. Da allora, il posto fu condiviso.
Nel cortile tutto era identico a sé stesso, e questa ripetizione dava sicurezza. Il custode nella sua garitta usciva a fumare e rientrava, lo sguardo fisso sul telefono. La maestra passava rapida con una cartella e rispondeva a qualcuno al cellulare: Sì, sì, dopo le lezioni. I genitori discutevano di corsi e compiti. I bambini si sporgevano alle finestre per salutare chi aspettava in basso. Giuseppe aspettava non solo la nipote, ma anche questa identità dei giorni.
Un giorno Antonio portò un bicchierino in plastica e lo mise accanto al termos di Giuseppe.
Io non ne bevo, disse quasi a giustificarsi. Mi sale la pressione.
A me invece è permesso, sorrise Giuseppe, versando pochissimo nel bicchierino. Vuoi annusare almeno?
Antonio piegò allinsù un angolo della bocca.
Posso annusare.
Così nacque un piccolo rito: Giuseppe versava il tè, Antonio reggeva il bicchierino per evitare che si rovesciasse, restituendolo vuoto. A volte dividevano un biscotto, a volte il silenzio. Giuseppe notò che il silenzio accanto ad Antonio non pesava. Era come una virgola nella conversazione che avrebbe continuato senza fretta.
Dei nipoti parlavano con discrezione, come si commenta il tempo. Antonio raccontava che suo Matteo non sopportava ginnastica e cercava sempre scuse per restare in classe. Giuseppe rideva, dicendo che sua Lucia invece correva talmente veloce che la maestra chiedeva di non sfrecciare così. I discorsi si ampliavano. Antonio confidò che dopo la morte della moglie aveva impiegato mesi prima di uscire di casa, e solo la scuola lo aveva spinto a farlo, per forza. Giuseppe non rispose subito, ma la sera, lavando i piatti, sentì il bisogno di raccontare anche lui.
Viveva con la figlia e la nipote in un bilocale in periferia; la figlia, contabile, tornava esausta, parlando in monosillabi. Lucia era rumorosa, ma con il rumore delle cose leggere, ancora infantili. Giuseppe cercava di aiutare, restando ai margini. Talvolta pensava di essere come una sedia di troppo in cucina: discreta, non dintralcio, ma comunque simbolo di un po di stretta.
In quella panchina, per la prima volta, si sentì atteso non solo per esser utile. Antonio chiedeva: Come va la pressione? o Sei stato dal medico?, senza formalità. Giuseppe rispondeva onestamente.
Un giorno Antonio portò un piccolo sacchetto di mangime per uccelli.
I passeri ormai lo sanno, disse. Guardali come arrivano.
Giuseppe versò una manciata di grani sullasfalto. Gli uccelli si radunarono, zampettando leggeri. Sentì questa semplicità come una sorta di sollievo: un gesto minimo che migliora qualcosa per qualcun altro.
Cominciò a considerare quegli incontri come suoi, non come semplice attesa della nipote o tempo da riempire, ma parte della giornata che non si può cancellare. Iniziò persino ad uscire prima, per assicurarsi di vedere Antonio prendere posto, togliersi i guanti, scrutare le finestre.
Quel lunedì, Giuseppe arrivò come sempre e vide la panchina vuota. Si fermò, quasi avesse sbagliato cortile. La panchina era ancora umida per la pioggia della notte, vi era attaccata una foglia gialla grande come una medaglia. Giuseppe estrasse un fazzoletto, asciugò un angolo e si sedette. Posò il termos accanto, il sacchetto di briciole sulle ginocchia. Guardò verso la garitta del custode. Il custode, col capo chino sul telefono, non guardava nessuno.
Avrà tardato, pensò Giuseppe. Antonio a volte si attardava se cera molta fila in farmacia. Giuseppe versò il tè, sorseggiò e attese. Quando suonò la campanella, Antonio non arrivò.
Il giorno seguente la panchina era ancora sola. Giuseppe non la asciugò, si sedette dove il sole aveva già scaldato il legno, poggiando una copia di La Repubblica. Avvistava tutte le figure di anziani nei cappotti scuri. Nessuno si avvicinava.
Il terzo giorno provò rabbia, non verso Antonio, ma per quel vuoto non spiegato. Pensò persino: Pazienza, forse non serviva davvero. Subito si vergognò. Non aveva diritto di pretendere, eppure lo faceva, almeno dentro di sé.
Antonio aveva un vecchio Nokia con i tasti enormi; Giuseppe aveva visto come frugava, cercando i numeri tra le rughe degli schermi. Il numero lo aveva scritto su un foglio, quando avevano discusso di come far venire il taxi per il nipote a una gara di scacchi. A casa lo cercò, compose. Squilli, poi breve segnale, poi nulla. Provò ancora. Uguale.
Il quarto giorno Giuseppe chiese al custode.
Mi scusi Antonio Rinaldi il nonno di Matteo, sempre qui. Non lha visto?
Il custode sollevò lo sguardo, come per domandargli il codice segreto.
Qui di nonni ce ne sono, fece. Non li distinguo.
Alto, baffi Giuseppe si rese conto di suonare disperato.
Non saprei, e il custode tornò sul suo schermo.
Chiese a una signora che spesso brontolava contro i compiti.
Sa, Antonio Rinaldi
Io non conosco nessuno, tagliò lei. Vengo a prendere la mia figlia.
Si rivolse a una giovane mamma col passeggino che di tanto in tanto gli sorrideva.
Mi scusi, conosce Matteo? Ragazzo della terza B.
Matteo? rifletté lei. Credo di sì. Silenzioso. Perché?
Suo nonno non si vede più.
La mamma scrollò le spalle.
Forse è malato. Ora si ammalano tutti.
Giuseppe tornò sulla panchina, sentendo la preoccupazione risalire dalla pancia al collo. Cercava di dirsi che non erano affari suoi. Ma ogni volta che guardava il posto vuoto, aveva il sospetto di tradire qualcosa di prezioso, semplicemente stando fermo, fingendo che nulla fosse accaduto.
A casa lo disse alla figlia mentre tagliava pomodorini.
Papà, su, sospirò lei, senza alzare la testa. Magari è dai parenti.
Me lavrebbe detto.
Non puoi saperlo, sbuffò. Non ti agitare, occhio alla pressione.
La nipote ascoltava, la penna sospesa fra i compiti.
Nonno Antonio? domandò lei. Era buffo. Mi disse che leggo più veloce di quanto lui pensi.
Giuseppe sorrise, la mandorla dolorante in fondo al sorriso.
Vedi? fece lei. Forse ha soltanto impegni.
Giuseppe assentì, ma nella notte restò sveglio, ascoltando sua figlia che bisbigliava vicino al cellulare nella stanza accanto. Avrebbe voluto alzarsi e provare ancora a chiamare Antonio, ma temeva di sentire una voce straniera, o ancora peggio: il nulla.
Il giorno dopo, in attesa, vide Matteo. Il bambino uscì per ultimo, lo zaino troppo grande. Accanto a lui camminava una donna magra, capelli corti. Giuseppe capì che era la madre.
Non si avvicinò subito. Aspettò che camminassero un po, poi corse pian piano dietro.
Mi scusi, è la mamma di Matteo?
La donna si irrigidì, cauta.
Sì. Lei chi è?
Io aspettavo con suo papà Antonio. Non vedevo più lui, sono in pensiero.
La donna lo fissò, giudicando in un attimo se affidarsi o meno.
È in ospedale, disse finalmente. Ictus. Allinizio niente di grave ma insomma. Sta in reparto. Gli hanno tolto il telefono, non può perderlo.
Giuseppe sentì le gambe fluttuare. Si aggrappò alla cinghia della borsa.
Dove?
In quello cittadino, su via dei Pini, rispose. Ma non si può entrare così facilmente. Capisce?
Capisco, disse Giuseppe, mentre non capiva come si può lasciar solo uno.
Grazie di aver chiesto, aggiunse più dolcemente. Gli farà piacere sapere che qualcuno pensa a lui.
Prese Matteo per mano, andò verso la fermata del bus. Giuseppe rimase fermo al cancello. Sperimentava un sollievo, per aver sciolto la sparizione, e assieme una nuova ansia, perché la spiegazione era dura.
Tornò a casa, ne parlò di nuovo alla figlia. Lei si rabbuiò.
Papà, non andare da nessuna parte, sentenziò. Ti scrivono in portineria. Ma chi è, ai fatti?
Giuseppe non sentì rabbia, ma paura: che il padre potesse ricercare nuove cure e perdere lequilibrio.
Nessuno, disse. E comunque
Il giorno dopo si recò al poliambulatorio dove talvolta faceva analisi. Sapeva che ci lavorava unassistente sociale; aveva letto il loro cartello. In corridoio odore di candeggina e calzari bagnati, la gente con incartamenti e qualcuno che discuteva con la reception. Giuseppe prese il numero, attese.
La signora dietro la scrivania lo ascoltava in silenzio, il viso segnato dalla stanchezza vasta.
È parente?
No, disse Giuseppe, onesto.
Non posso darle informazioni, disse lei, quasi neutra. Sono dati sensibili.
Non chiedo il referto, la voce di Giuseppe diventò più sottile. Vorrei solo mandare una parola. È solo, capisce? Ci vedevamo ogni giorno
Capisco, si ammorbidì un poco. Può mandare un messaggio tramite la famiglia, o tramite il reparto, se autorizzano. Ma senza consenso non posso.
Giuseppe uscì in corridoio e si sedette su una seggiola. Si sentiva ridicolo, come se fosse lì a chiedere lelemosina. Pensò: Ecco qua. Sono un vecchio buffo che si mette in mezzo dove non serve. Avrebbe voluto tornare a casa, chiudersi in camera, non andare più alla scuola.
Ma ricordò come Antonio reggeva il bicchierino per non far versare il tè. Come gli offriva il sacchetto di mangime quando lui si dimenticava il suo. Erano piccoli gesti che alleggerivano il peso delle ore. Giuseppe capì che ora era il suo turno di agire, anche poco.
Chiamò la madre di Matteo. Non aveva il suo numero, ma il giorno dopo la avvicinò a scuola, chiedendo in modo schietto. La donna inizialmente negò, poi vedendo la sua ostinazione glielo dettò.
Niente iniziative personali, eh precisò. Lì è tutto regolato.
Giuseppe telefonò la sera.
Sono Giuseppe Bianchi. Vorrei far arrivare qualche parola ad Antonio. Potrebbe potrebbe lei riferire?
Silenzio. Poi:
Adesso fa fatica a parlare, informò la donna. Ma ascolta. Domani passo da lui. Che devo dire?
Giuseppe guardò il tavolo, il suo bloc-notes. Aveva scritto qualche frase, ora gli sembravano strane.
Dica che la panchina cè, sussurrò. E che lo aspetto. E che il tè lo porterò quando sarà possibile.
Daccordo, disse la donna. Glielo riferirò.
Dopo rimase in cucina a lungo. La figlia lavava i piatti, fingendo di non udire. Poi mise le stoviglie nella griglia e disse:
Papà, se vuoi, ti accompagno. Quando sarà consentito.
Giuseppe annuì. Non gli interessava che lei venisse, ma che avesse semplicemente detto con te, non ma perché.
Passò una settimana. La mamma di Matteo si avvicinò di nuovo a Giuseppe fuori dalla scuola.
Ha sorriso, quando ho parlato della panchina, disse. E con la mano così, come per invitarla. Il medico dice che la riabilitazione sarà lunga. Probabilmente lo portiamo a casa, non può restare da solo.
Giuseppe sentì un vuoto dentro, come quando si toglie un cappotto dal proprio gancio. Capì che non sarebbero più tornati i giorni condivisi. Quella sensazione era la vera assenza.
Posso scrivergli una lettera? chiese.
Certo, rispose la donna. Breve però. Si affatica presto.
La sera Giuseppe prese un foglio bianco. Scrisse grande, per essere leggibile: Antonio Rinaldi, io sono qui. Grazie del tè e dei semi. Ti aspetto, quando potrai uscire. Giuseppe Bianchi. Pensò e aggiunse: Matteo è bravo. Rilesse e lasciò tutto così. Piegò il foglio, scrisse il cognome che conosceva perché Antonio una volta aveva brontolato per la bolletta.
Il giorno dopo portò la lettera a scuola e la consegnò alla mamma di Matteo. Il foglio era asciutto, intonso, lo tenne come fosse fragile.
Quando la campanella suonò e i bambini corsero fuori, Giuseppe si alzò. Lucia corse a stringergli la vita, iniziando subito a raccontargli la lezione. Lui ascoltava, con lo sguardo di lato verso la panchina. Era vuota, ma non cera più rabbia. Era lo spazio dove era stato accolto qualcosa di prezioso, anche se ora invisibile.
Prima di andare, Giuseppe estrasse dalla tasca il sacchetto di briciole e le sparse a terra. I passeri giunsero rapidi, come conoscendo lorario meglio dei bambini. Giuseppe li guardò e capì che poteva venire lì non solo per aspettare, ma anche per restare aperto.
Nonno, a cosa pensi? chiese Lucia.
A niente, disse lui, prendendole la mano. Dai, torniamo. Domani ritorniamo qui.
Lo disse non come promessa per qualcun altro, ma come decisione per sé stesso. E questo rese i suoi passi più saldi.






