La panchina vuota
Giuseppe Romano posò il termos sulle ginocchia e diede unaltra occhiata al tapponon si fidava mai abbastanza. Il tappo teneva, ma ormai il gesto era diventato rituale. Si sedette allestremità più lontana della panchina davanti allingresso della scuola elementare, là dove non passavano genitori né lo urtavano con le borse. In una tasca teneva un sacchetto di briciole secche per i piccioni; nellaltra, un foglietto piegato con lorario della nipote: quando ha il doposcuola, quando la lezione di musica. Ormai lo sapeva a memoria, ma quel foglietto gli dava tranquillità.
Come sempre, accanto era già seduto Carlo Bianchi. Aveva tra le mani un piccolo sacchetto di semi di girasole e, senza guardare, ne sgranocchiava uno dopo laltro. In realtà non li mangiava, li versava da una mano allaltra come contando. Quando Giuseppe arrivò, Carlo annuì e si spostò appena, lasciando lo spazio. Non si salutavano forte, quasi temessero di disturbare lordine della scuola.
Oggi hanno la verifica di matematica, disse Carlo Bianchi, fissando le finestre al secondo piano.
Da noi cè il compito di lettura, rispose Giuseppe Romano, stupendosi nel dire da noi.
Gli piaceva che Carlo non si prendesse gioco di lui per quella frase.
La loro conoscenza nacque senza cerimonie. Prima coincidevano solo per gli orari, poi iniziarono a riconoscersi dalla giacca, dal passo, dal modo di tenere le mani. Carlo arrivava sempre dieci minuti prima della campanella, si sedeva sulla stessa panchina e guardava subito il cancello, come a verificare che fosse chiuso. Giuseppe inizialmente stava in piedi, poi un giorno si stancò e si sedette. Da allora quel posto era diventato di entrambi.
Il cortile della scuola era sempre uguale, e questa monotonia dava sicurezza. Il bidello nella garitta usciva a fumare, poi rientrava senza mai alzare troppo lo sguardo. Linsegnante elementare passava veloce con una cartella piena e parlava al telefono: «Sì, sì, dopo le lezioni». I genitori discutevano di corsi pomeridiani e compiti. I bambini si sporgevano alle finestre per salutare chi era sotto. Giuseppe, ogni volta, si sorprendeva ad aspettare non solo la nipote, ma anche quella routine.
Un giorno Carlo portò un secondo bicchierino e lo mise accanto al termos di Giuseppe.
Io non ne bevo, si giustificò. Ho la pressione alta.
A me invece va bene, replicò Giuseppe e, dopo un istante di pausa, versò un fondo di tè. Lo volete almeno annusare?
Carlo accennò un sorriso.
Annusare si può.
Così nacque il loro piccolo rituale: Giuseppe versava il tè, Carlo teneva il bicchierino perché non si rovesciasse, poi lo restituiva vuoto. A volte condividevano un biscotto, a volte condividevano il silenzio. Giuseppe notava che il silenzio con Carlo non pesava. Era solo una pausa in una conversazione che sarebbe comunque ripresa.
Parlavano dei nipoti con cautela, come si parla del tempo. Carlo raccontava che suo Matteo non amava fare ginnastica e trovava sempre una scusa per restare in classe. Giuseppe invece rideva dicendo che sua Chiara correva così tanto che la maestra le chiedeva: «Non esagerare!». Piano piano, le chiacchierate si fecero più profonde. Carlo gli confidò che dopo la morte della moglie a lungo non era riuscito ad uscire di casa, e che solo la scuola laveva tirato fuori, perché bisognava. Giuseppe non gli disse subito che la sentiva anche lui questa cosa, ma la sera, lavando i piatti, avvertì il desiderio di raccontare.
Viveva con la figlia e la nipotina in un piccolo appartamento alla periferia di Torino. La figlia lavorava in amministrazione, tornava stanca e parlava per frasi brevi. La nipote era vivace, ma il suo frastuono era innocuo. Giuseppe cercava di essere utile senza diventare dintralcio. A volte pensava di essere come una sedia di troppo in cucina: non fastidiosa, ma sempre presente, e ricordo della mancanza di spazio.
Sulla panchina per la prima volta sentiva di essere atteso non solo per convenienza. Carlo chiedeva: «Come va la pressione?» oppure «Siete andati dal dottore?»domande sincere, non di cortesia. Giuseppe rispondeva con onestà, ritrovando sé stesso.
Un giorno Carlo portò un pacchettino di mangime.
I piccioni ci conoscono ormai, disse. Guardate come si avvicinano.
Giuseppe prese il sacchetto e versò una manciata sullasfalto. I piccioni sembravano in attesa e si radunarono subito intorno alle briciole. Il suono delle loro zampette lo rasserenava: ecco, un gesto semplicissimo e qualcuno sta meglio.
Col tempo Giuseppe cominciò a considerare quegli incontri come suoi. Non finché la nipote studia, non finché cè tempo, ma una parte della giornata che non si poteva cancellare. Smise di arrivare allultimo momento; iniziò ad uscire prima per poter scegliere il posto, vedere Carlo sedersi, togliersi i guanti, guardare le finestre.
Quel lunedì Giuseppe arrivò come al solito, ma trovò la panchina vuota. Si fermò, quasi avesse sbagliato cortile. La panchina era umida, rimasta bagnata dalla pioggia notturna, con una foglia gialla attaccata al legno. Giuseppe tirò fuori il fazzoletto, pulì il bordo e si sedette. Il termos accanto, il sacchetto di briciole sulle gambe. Guardò verso la garitta del bidello. Il bidello immerso nel cellulare non badava a nulla.
«Avrà fatto tardi», pensò Giuseppe. Carlo talvolta rimaneva bloccato in farmacia. Giuseppe versò il tè, bevve e si mise in attesa. Quando suonò la campanella, Carlo non arrivò.
Il giorno seguente la panchina era ancora vuota. Giuseppe non la pulì neppure, si sedette sul lato asciutto, piazzando sotto una copia della La Stampa. Ogni uomo anziano che passava con la giacca scura lo faceva sperare. Nessuno si fermava da lui.
Il terzo giorno sentì rabbia. Rabbia non verso Carlo, ma verso quellessere rimasto senza una parola. Pensò perfino: «Pazienza, forse non era così importante». Poi si vergognò. Non aveva diritto di pretendere, ma dentro di sé pretese comunque.
Sapeva che Carlo aveva un telefono vecchio, con i tasti; lo aveva visto cercare il numero, strizzando gli occhi. Giuseppe aveva rubato il numero su unagendina, quando avevano discusso di taxi per la competizione del nipote. A casa lo compose. Risposero solo i toni lunghi, poi un bip, il silenzio. Riprovò. Stessa storia.
Al quarto giorno Giuseppe si avvicinò al bidello.
Mi scusi Carlo Bianchi il nonno di Matteo, stava sempre qui. Lha visto?
Il bidello alzò lo sguardo, come se Giuseppe avesse chiesto una password.
Di nonni ce ne sono tanti, rispose. Non li distinguo.
Lui è alto, porta i baffi si accorse di quanto suonasse triste.
Non saprei, disse il bidello, tornando al suo telefonino.
Provò con una signora che spesso aspettava al cancello criticando la maestra dei compiti.
Scusi, conosce Carlo Bianchi
Non conosco nessuno, tagliò lei secca. Devo solo riprendere mio figlio.
Si avvicinò anche a una giovane mamma col passeggino, che talvolta gli sorrideva.
Mi scusi, lei conosce Matteo? Il bambino della terza B.
Matteo sì, mi pare. È tranquillo. Perché?
Suo nonno non viene più.
La mamma alzò le spalle.
Forse è malato. Adesso si ammalano tutti.
Giuseppe tornò sulla panchina, sentendo crescere lansia fin sulla gola. Cercò di convincersi che non era affare suo, ma ogni volta che guardava lo spazio vuoto, sentiva di tradire qualcosa di importante restando seduto, facendo finta di nulla.
A casa ne parlò con la figlia, mentre lei tagliava linsalata.
Papà, che vuoi farci? disse lei, senza staccare gli occhi dal tagliere. Magari è andato dai parenti.
Avrebbe avvisato, rispose Giuseppe.
Non puoi sapere, sospirò la figlia. Non agitarti. Hai già la pressione alta.
La nipotina ascoltava, seduta coi quaderni.
Il nonno Carlo? domandò. È simpatico. Un giorno mi ha detto che leggevo più veloce di quanto pensasse.
Giuseppe sorrise, sentendo il cuore stringersi.
Vedi, intervenne la nipotina. Forse aveva altro da fare.
Giuseppe annuì, ma quella notte si svegliò e rimase sul letto, ascoltando la figlia sussurrare al telefono nella stanza accanto. Avrebbe voluto alzarsi, provare a chiamare Carlo, ma aveva paura di sentire una voce estranea, o peggio, nessuna risposta.
Il giorno seguente, mentre aspettava la nipote, notò Matteo. Era lultimo ad uscire, uno zaino enorme sulle spalle. Accanto cera una donna sulla quarantina, severa, capelli corti. Giuseppe intuì fosse la madre.
Non la avvicinò subito. Le lasciò fare qualche metro e poi si fece sotto.
Mi scusi, è la mamma di Matteo?
La donna si irrigidì.
Sì. Lei chi è?
Sono Giuseppe Romano. Mio nipote studia con Matteo. Io e suo papà Carlo Bianchi aspettavamo insieme. Non viene più, mi preoccupo.
La donna lo studiò, quasi a valutare se fidarsi.
È in ospedale, disse infine. Ictus. Nulla di drammatico insomma. È ricoverato ora. Il telefono glielhanno tolto, per non perderlo.
Giuseppe sentì le gambe tremare. Si aggrappò alla tracolla.
Ma dove?
AllOspedale Comunale, in via delle Querce, rispose. Ma non fanno entrare chiunque. Sa comè.
Capisco, annuì Giuseppe, anche se non capiva proprio come si potesse lasciare solo così una persona.
Grazie per aver chiesto, aggiunse la donna ormai più gentile. Gli farà piacere sapere che qualcuno si ricorda di lui.
Prese Matteo per mano e andò verso la fermata. Giuseppe rimase al cancello. Provava sollevamentoalmeno ora aveva una spiegazionema anche nuova preoccupazione, la realtà pesava.
Tornò a casa e raccontò di nuovo alla figlia. Lei si rabbuiò.
Papà, non ti mettere in mezzo, disse. Ti scrivono in portineria. E poi, che cosa ti cambia?
Giuseppe sentì che non era rabbia ma paura. La figlia temeva che il padre si appassionasse troppo e ne soffrisse.
Nessuno, disse. Ma mi importa lo stesso.
Il giorno dopo andò al poliambulatorio, dove andava pure lui per le analisi. Sapeva che cera lassistente sociale, il foglietto appeso alla bacheca. Nel corridoio cera odore di disinfettante e di calzari bagnati, la gente era in fila coi documenti, qualcuno brontolava. Prese il numeretto, aspettò il turno.
La donna alla scrivania lo ascoltava stanca, ma senza interromperlo.
È un suo parente? domandò.
No, rispose sinceramente Giuseppe.
Allora non posso darle informazioni, disse lei seria. È privacy.
Non voglio sapere la diagnosi, insistette Giuseppe, la voce incrinata. Vorrei almeno mandare un messaggio Lui è solo. Ci vedevamo tutti i giorni.
Capisco, la donna ammorbidì lo sguardo. Può lasciare un messaggio ai familiari. O, se le danno il permesso, direttamente al reparto. Ma senza consenso non posso proprio.
Giuseppe tornò nel corridoio e si sedette sulla panca. Si sentiva come un mendicante. Pensò: «Ecco, sono solo un vecchio ridicolo che si impiccia». Avrebbe voluto tornare a casa e non passare più dalla scuola.
Ma si ricordò di Carlo che teneva il bicchiere perché il tè non si rovesciasse; di Carlo che allungava il sacchetto del mangime quando lui dimenticava il suo. Erano piccoli gesti, ma rendono la giornata più leggera. Ora era il turno di Giuseppe di fare qualcosa.
Chiamò la mamma di Matteo. Non aveva il numero, ma il giorno dopo tornò da lei alla scuola, lo chiese. Allinizio la donna fu reticente, poi vedendo la sua insistenza, glielo dettò.
Niente improvvisate, disse. Là cè il protocollo.
Giuseppe telefonò quella sera.
Sono Giuseppe Romano. Vorrei lasciare due parole per Carlo Bianchi. Riesce a fargliele avere?
Ci fu una pausa dallaltro capo.
Parla poco, rispose la donna. Ma capisce. Domani vado io. Che messaggio le porto?
Giuseppe guardò il foglietto con le frasi preparate, ma ora sembravano strane.
Dica che la panchina è sempre lì, mormorò. Che sto aspettando. Che il tè lo porterò quando si potrà.
Va bene, rispose lei. Glielo dico.
Dopo la telefonata rimase a lungo in cucina. La figlia lavava i piatti facendo finta di non ascoltare. Poi, sistemando le stoviglie, disse:
Papà, se vuoi quando si potrà ti accompagno. Insieme.
Giuseppe annuì. Gli pareva importante non che venisse davvero ma che avesse detto insieme, non chi te lo fa fare.
Passò una settimana. La mamma di Matteo tornò di nuovo da lui fuori dalla scuola.
Ha sorriso quando gli ho detto della panchina, disse. Ha fatto cenno con la mano, così Chissà, la riabilitazione sarà lunga. Poi forse tornerà a vivere da noi. Non può stare solo.
Giuseppe sentì una stretta dentro. Capì che le loro chiacchierate quotidiane, probabilmente, non sarebbero più tornate. E sentì quel vuoto, come quando si toglie il cappotto dal gancio.
Posso scrivergli una lettera? chiese.
Certo, rispose. Ma breve. Si stanca facilmente.
Quella sera, Giuseppe prese un foglio pulito e scrisse a caratteri grandi: «Caro Carlo Bianchi, sono qui. Grazie per il tè e i semi. Aspetto che lei possa tornare. Giuseppe Romano». Poi aggiunse: «Matteo è un bravo bambino». Rilesse tutto senza correggere. Inserì il foglio in busta, scrisse il cognome, che sapeva perché una volta Carlo gli aveva mostrato la bolletta arrabbiandosi per le cifre.
Il giorno dopo portò la lettera alla scuola e la consegnò alla mamma di Matteo. La tenne come si tiene una cosa fragile e importante.
Allo squillare della campanella, i bambini corsero nel cortile, e Giuseppe si alzò come dabitudine. La nipote lo abbracciò e iniziò subito a raccontare della lezione. Lui ascoltava, ma con la coda dellocchio osservava la panchina. Era vuota, ma ora quel vuoto non lo faceva più arrabbiare. Ora era il posto dove sapeva che cera stato qualcosa di prezioso, anche se ora non cera più.
Prima di andare via, Giuseppe prese dal taschino il sacchetto di briciole e le sparpagliò a terra. I piccioni arrivarono di corsa, quasi sapessero il ritmo della scuola. Giuseppe li guardò e capì che poteva venire lì non solo per aspettare qualcuno, ma anche per non chiudersi dentro i suoi pensieri.
Nonno, a cosa pensi? domandò la nipote.
A niente, rispose lui, stringendole la mano. Dai, torniamo domani.
Questa volta lo disse non come promessa per altri, ma come scelta per sé. E subito i suoi passi si fecero più decisi.
La vita ci insegna che il valore delle nostre giornate lo fanno i piccoli gesti, la presenza, il semplice desiderio di non essere indifferenti. Anche una panchina vuota può custodire la memoria di unamicizia, e ricordarci che non siamo soli finché scegliamo di aspettare, di condividere e di continuare a sperare.






