Parola segreta
Stamattina mi sono ritrovata in fila alla cassa del supermercato, stringendo una busta con yogurt e pane, quando il POS ha emesso un beep e sul display è apparso: Operazione rifiutata. Ho passato la carta di nuovo, un gesto quasi automatico, come se potessi convincere quel pezzo di ferro a cambiare idea, ma la cassiera mi osservava con stanchezza e un filo di sospetto.
Vuole provare con unaltra carta? ha chiesto.
Ho scosso la testa, tirando fuori il telefono. Sullo schermo brillava un SMS della banca: Le operazioni sul conto sono sospese. Contatti lassistenza. Ne è arrivato subito un altro, da un numero sconosciuto: Prestito approvato. Contratto n. Ho sentito il sangue salirmi alle orecchie, mentre alle mie spalle qualcuno sbuffava impaziente.
Per fortuna avevo qualche euro per le emergenze nel portafoglio. Ho pagato in contanti e sono uscita dal supermercato; la busta mi tagliava le dita. Continuavo a ripetermi che si doveva trattare di un errore.
Sulla via di casa ho chiamato la banca. Prima i tasti, poi la musica di attesa, poi finalmente una voce.
Signora Bianchi, risulta un blocco per sospetta frode, ha detto loperatore, in tono piatto. Sono presenti nuovi impegni nella sua storia creditizia. È necessario recarsi in filiale con un documento.
Quali impegni? Ho cercato di restare calma. Io non ho sottoscritto nulla.
Dal sistema risultano due microprestiti e una richiesta per una nuova SIM con i suoi dati, e lui lo diceva come se mi elencasse le bollette. Dobbiamo fare delle verifiche in sede.
Ho terminato la chiamata e sono rimasta ferma alla fermata del bus. Gli SMS sui prestiti erano tre: uno prometteva periodo agevolato, un altro parlava già di interessi. Ho provato a entrare nel mio home banking, ma niente: accesso negato. Quella preoccupazione fredda, come una stanza dattesa di un medico, mi si è infilata dentro.
Sono rientrata a casa col cappotto ancora addosso, buttando la busta sul tavolo. Mario, mio marito, stava lavorando al laptop in salotto.
Che succede? mi ha chiesto, alzando gli occhi.
Carta bloccata. E gli ho mostrato il telefono. Sono usciti dei prestiti a mio nome.
Mario ha aggrottato la fronte.
Sicura di non aver firmato qualcosa per errore? Magari hai messo una spunta
Io? ho sentito salire lirritazione. Non ho mai usato una finanziaria in vita mia.
Ha sospirato, come se si trattasse di una guarnizione che perde in cucina. Vabbè, domani vai in banca e si sistema.
Mi è sembrato quasi parlassimo di una bolletta dimenticata. In cucina ho messo su lacqua per il tè, e mi sono accorta che le mani mi tremavano. Ho ripreso in mano il telefono: chiamate perse dalla Società Recupero Crediti. Non ho richiamato.
Quella notte non ho quasi chiuso occhio. Parole esterne rimbombavano in testa: frode, impegni, SIM card. Immaginavo il bancario che mi accusava: Lei ha fatto tutto. E io che cercavo di difendermi per qualcosa mai fatto.
La mattina, sono uscita prima. Al lavoro ho chiesto un permesso per problemi bancari. La responsabile ha annuito in silenzio; quello sguardo quasi mi pesava più della normale compassione.
In banca c’era una lunga fila alla cassa. Ognuno stringeva cartelle e documenti. Ascoltavo conversazioni: bonifici, rate, solo una domanda. Finalmente il mio turno: la dipendente, camicia bianca immacolata, ha preso il mio documento e ha iniziato a digitare.
Sono risultati due contratti di microcredito, ha detto senza alzare lo sguardo. Uno da duemila euro, laltro da millecinquecento. Poi cè una richiesta di SIM e un tentativo di bonifico verso una carta diversa.
Non sono mai stati fatti da me, ho risposto, la voce piatta come una formula protocollare.
Dovrà fare denuncia per frode e compilare una contestazione, mi ha passato i moduli. Le posso dare anche un estratto conto e la dichiarazione di blocco. Intanto controlli tutto anche allUfficio Informazioni Creditizie.
Sfogliando i moduli, ho notato in piccolo: La banca non garantisce esito positivo. Con mano ferma ho firmato e chiesto:
Come è potuto succedere? Avevo i codici via SMS.
Se la SIM è stata duplicata, i codici vanno sul nuovo numero. Contatti il suo operatore.
Sono uscita dalla filiale carica di fogli: estratto, denuncia, vari attestati. Ogni carta pesava come la prova duna vita altrui.
Dal gestore telefonico, il consulente sorrideva come se dovesse offrirmi una cover.
È stata effettivamente attivata una SIM a suo nome, ha verificato. Circa due giorni fa, in un altro punto vendita.
Non ero io. Comè stato possibile?
Serve il documento. Forse una copia. O, se serve una delega, la richiesta viene tracciata. Facciamo denuncia del rilascio sospetto? Blocchiamo tutto?
Blocchi. E mi dia per cortesia lindirizzo del negozio.
Ha stampato una ricevuta: indirizzo, orario, numero della richiesta. Il numero indicato come contatto era il mio, quello che so a memoria. Accanto, la nota: duplicato SIM. Qualcuno aveva fatto il mio doppione.
Davanti al negozio, telefonai allUfficio Informazioni Creditizie. Anche lì iter: registrati online, identifica, scarica il report. Ogni codice da digitare mi pareva una farsa.
A pranzo hanno richiamato.
Signora Luciana Bianchi? voce decisa. Lei è in mora su un finanziamento. Quando paga?
È una frode, ho risposto. Non ho fatto richieste.
Lo dicono tutti. Noi abbiamo i suoi dati, il contratto. Se non paga, veniamo a casa.
Ho chiuso. Il cuore batteva come dopo una corsa. Provavo vergogna e paura insieme, come fossi stata scoperta sporca, anche essendo innocente.
Nel tardo pomeriggio sono andata dai carabinieri. Lodore era di carta e pavimento vissuto. Brigadiere di mezza età, ascoltava serio e annotava.
Dunque: microcrediti, SIM, tentato bonifico. Il documento lo ha ancora?
Mai perso. Qualche copia, sì per lassicurazione in ufficio. E pure in amministrazione condominiale, per aggiornare i dati
Le copie girano, sospira. Ma il duplicato della SIM è già un dato importante. Scriva tutto, alleghi le ricevute e lindirizzo del negozio. Partiamo da lì.
Ho scritto la denuncia cercando di non sciogliermi in lacrime. Ignoti suonava finto. Sapevo che non erano ignoti: era qualcuno che conosceva la mia vita.
A casa, Mario mi ha aperto la porta.
Allora? ha chiesto.
Ho denunciato. Ho bloccato la SIM. Domani vado al CAF, chiedo i certificati, controllo tutti i dati alla centrale rischi, ho detto in fretta, sperando che la velocità bastasse a proteggermi.
Mario si è morso il labbro.
Ma senti magari ti conviene pagare e chiudere, lasciar perdere. Non vale la pena stare male.
Lho fissato, stranita.
Pagare per quello che non è mio? sussurrai. E poi? Aspettare il prossimo colpo?
Non intendevo solo, la polizia
Ho capito: aveva paura. Preferiva far finta che tutto sparisse, anche a costo di cancellare il mio diritto a essere me stessa.
Il giorno dopo, al CAF, solite code, numeretti, documenti. Ogni sguardo mi sembrava una diagnosi: indebitata. Sensazione assurda, ma non meno dolorosa.
La funzionaria mi ha spiegato quali moduli stampare, come chiedere il blocco dei crediti tramite SPID, come tutelarmi via PEC. Ho preso appunti; la testa non reggeva più niente.
Quando in serata è arrivato il report del SIC (la centrale rischi), mi sono seduta col portatile. Due finanziarie risultavano come creditori, cera anche una domanda rifiutata. Ogni riga portava i miei dati, il mio indirizzo, il mio posto di lavoro. In una frazione, però, nella domanda, compariva il campo parola segreta. Quella che solo i miei sapevano.
Ho letto e riletto. Quella parola lavevo inventata anni fa quando la banca lo consigliò per maggiore sicurezza. Mario e nostro figlio la conoscevano, da quando attivammo la carta familiare. E poi mi ricordai di aver aiutato il nipote di Mario, Davide, pochi mesi fa, per un secondo lavoro. Era seduto in cucina mentre compilavo i suoi documenti, e ricordo di aver pronunciato ad alta voce quella parola, tanto per testarla.
Ho chiuso il pc. Sentivo un vuoto, come dopo una sberla improvvisa. La parola non poteva essere in rete. Solo a voce, tra chi vive accanto.
Dalla cartelletta dei documenti ho ritirato le vecchie fotocopie. Tra le carte cera una copia del mio documento, rifatta per Davide, che mi aveva chiesto aiuto per aprire il conto stipendio. Diceva che aveva problemi con lapp e serviva solo la copia per lufficio. Ma tanto è uno di casa, aveva detto Mario, fallo per lui.
Avevo perfino scritto la nota: solo uso ufficio. Ma era bastato? No.
In cucina, guardando quella carta, ricordai Davide che tempo fa mi aveva chiesto prestami qualcosa fino a quando mi pagano. Mario minimizzava: Luciana, è solo una fase, lasciagli una chance.
Mario entrò.
Come stai? Perché questa faccia?
Gli ho passato il report e la copia del documento.
Qui cè la parola segreta. E la SIM è stata fatta con i miei dati. La copia del documento ce laveva Davide.
Mario ha letto, si è incupito.
Ma non vuoi dire
Voglio solo capire chi la conosceva. E chi aveva la copia.
Si è irrigidito.
Davide non farebbe mai una cosa simile. Solo un momento difficile
Momentaccio? Il freddo rabbioso mi forniva lucidità. Anche per me lo è. Ricevo minacce di recupero e conti bloccati. Dovrei pagare io per stare tranquilla?
Mario è rimasto zitto. Difendeva non Davide, ma un mondo in cui i nostri non fanno certe cose.
Il giorno dopo sono andata nel centro commerciale dove avevano rilasciato la SIM. Punto vendita piccolo, ho chiesto della questione alla responsabile.
Non posso darle dati di terzi, diceva la commessa. Se crede che sia stato un errore, si rivolga ai carabinieri.
Già fatto, ho detto.
La ragazza, meno rigida, ha abbassato la voce.
Da registro: mostrato documento, originale. Foto coincidono, firma apposta.
Così non era solo una copia. Era qualcuno con un documento in mano, forse falso, o qualcuno che ci assomigliava. Ho pensato a Davide, il suo viso spigoloso e lo sguardo sfuggente.
Sono uscita e ho chiamato Laura, lamica che fa lavvocato.
Mi serve aiuto, ho detto, e credo che dovrò fare un nome.
Vieni stasera da me. Porta tutto. E non pagare nessuno.
Da Laura, tra profumo di caffè e carta, ho messo tutti i fogli in ordine.
Hai fatto bene a raccogliere tutto, ha detto. Ora: oltre alla denuncia, contesta subito alle finanziarie, chiedi le copie dei contratti e attiva il blocco prestiti tramite SPID. Non è la panacea ma aiuta.
E se fosse un parente?
Laura mi ha fulminata.
A maggior ragione. Se gliela fai passare, ripeterà. Non è solo una questione di soldi, sono i limiti.
Ho annuito. Quel concetto di limiti mi sembrava nuovo, estraneo.
Sabato Davide si è presentato. Mario lo aveva chiamato per chiarire. Ho sentito la porta aprirsi; Davide entrare, allegro, battutina pronta. Sono rimasta in corridoio, una cartelletta in mano.
Ciao zia, Mario mi ha detto che hai qualche casino.
Non lho invitato in cucina.
Lincubo ce lho io. Prestiti a mio nome e SIM duplicata. Nelle domande cè la parola segreta.
Davide ha sbattuto le palpebre, il sorriso scivolava via.
Ma dai che incubo. Oggi succede a tutti.
A tutti? ho ripetuto. E la copia del documento dovera?
Mario si intromise. Luciana, non insistere
Non sto insistendo, ho ribattuto. Domando.
Davide ha abbassato lo sguardo.
Avevo bisogno, ha confessato, a raffica. Credevo non te ne saresti accorta subito. Volevo solo saldare un altro debito, poi restituivo. Gli interessi sono folli.
Hai firmato prestiti a mio nome. Sapevi che sarebbero venuti a cercare me? Che mi avrebbero bloccato il conto?
Pensavo di farcela Non volevo farti del male. Ma nessuno mi aiutava. Tu invece tu aiuti sempre.
Quelle parole mi hanno trafitta più della confessione. Tu aiuti sempre, come fosse un diritto.
Mario è intervenuto, voce cavernosa.
Davide, lo sai che è reato?
Zio, ti giuro che rimetto tutto. Trovo un lavoro, pago, solo non
Ho aperto la cartelletta e tirato fuori la copia della denuncia.
Ormai è tardi, ho detto. Non la ritiro.
Davide è impallidito.
Siamo famiglia, ha sussurrato.
Ma la famiglia non fa così, ho risposto. Ho sentito le mani tremare, ma questa volta non di fragilità; era la forza di mettere dei limiti a casa mia.
Mario mi ha guardata: in lui cera qualcosa di nuovo, doloroso. Voleva salvare Davide, ma ha compreso che il prezzo sarebbe stato la mia vita.
Vai via, Davide, ha mormorato. Subito.
Davide è rimasto impietrito, poi è uscito. Il silenzio in casa era sordo, non liberatorio.
Mario si è seduto sullo sgabello in corridoio, la faccia fra le mani.
Non lavrei mai detto ha iniziato.
Nemmeno io, ho detto, appoggiandomi al muro. Ma non voglio più vivere come se fidarsi bastasse.
Ha alzato lo sguardo.
E ora?
Ora vado fino in fondo. In casa cambierà tutto. Niente più copie in giro. Password nostre. E niente telefoni lasciati un attimo.
Mario annuiva, con il peso della resa silenziosa.
Le settimane seguenti sono state un susseguirsi di operazioni. Ho mandato raccomandate alle finanziarie, allegando la denuncia, chiedendo copie dei documenti usati. In banca ho chiesto un nuovo conto, la busta paga lho fatta accreditare lì. Tramite SPID ho attivato lautoblocco dei crediti. Dal gestore telefonico ho preso una nuova SIM, ho lasciato quella vecchia bloccata e firmato perché i prossimi duplicati avvengano solo con me presente e previa verifica.
Passo dopo passo, accumulavo ricevute, file scannerizzati, nuove password sul foglietto nel portadocumenti sigillato. E la stanchezza si è fatta pian piano meno opprimente. Stavo finalmente riconquistando il controllo sulla mia vita.
I recuperatori di credito continuavano a chiamare, ma ora sapevo rispondere:
Solo comunicazioni scritte, denuncia depositata, codice della pratica. La chiamata è registrata.
Alcuni riagganciavano, altri insistevano, ma non sentivo più lurgenza di giustificarmi. Mandavo tutto a Laura.
Una sera è arrivata una mail da una finanziaria: Pratica sospesa per verifiche. Non era la vittoria, ma almeno qualcuno ammetteva il dubbio.
Mario in casa si faceva piccolo. Non ha detto nulla quando ho messo i documenti nel mio cassetto col piccolo lucchetto. Non ha chiesto le password. Quando provava a nominarlo, lo fermavo:
Non parlo di Davide. Almeno fino a conclusione.
Non provavo sollievo, solo la cautela dopo un incendio: la casa sta in piedi, ma lodore resta.
A fine mese sono tornata in banca per il certificato di chiusura delle pratiche contestate. Limpiegata mi ha suggerito di cambiare il documento e tenere docchio la centrale rischi.
Seduta sulla panchina davanti al parco, ho comprato un taccuino. Ho scritto: Regole. Niente slogan: solo elenco.
Mai dare copie di documenti. Mai dire la parola segreta. Solo io tocco il telefono. Prestiti solo se davvero posso dire no.
Ho chiuso il taccuino, infilato in borsa. La paura non spariva, ma stava diventando uno strumento.
A casa, messo su il tè, ho trasferito i post-it con le password nel sacchetto ignifugo comprato apposta. Mario è entrato e ha allineato due tazze vicine.
Hai ragione tu, ha detto. Volevo solo che tutto fosse come prima.
Lho guardato.
Non tornerà mai comera. Ma può essere diverso. Se ci proteggiamo davvero, non solo a parole.
Ha annuito. Ho sentito un piccolo clic chiudere il mio cassetto. Un rumore minuscolo, ma giusto: era il mio modo di riprendermi la mia vita, un giorno alla volta.






