La Portinaia: Storia di una Custode di Cuori nel Palazzo di Roma

Il custode del cortile è cambiato poco fa nella nostra palazzina di via Torino, Milano. Adesso cè una signora che spazza la strada con una grazia che sembra un rituale; raccoglie le foglie, lava le scale, segue sempre il suo orario preciso. Non posso lamentarmi, tranne per un piccolo dettaglio

Fino a poco tempo fa la signora si chiamava Grazia Lombardi. Ogni mattina, prima ancora che lalba sfiorasse i tetti, lei apriva il portone dingresso e stendeva un tappeto di lana sopra il marciapiede consumato. Il tappeto, ridicolo nella sua vastità, sembrava unonda bianca che arrestava il tempo. Qualcuno lo strappava sempre, ma lei, con la pazienza di una monaca, ne trovava un altro e lo copriva di nuovo, salvando i piedi dei condomini dalle pietre sporgenti e dalle barre di ferro che spuntavano come spine.

Sui davanzali di tutti e nove i piani, cerano vasi di terracotta, piccole statue di ceramica e tartarughe dal guscio iridescente. Polvere non osava mai posarsi su quelle superfici; erano come altari di un culto silenzioso.

Una notte, dal sesto piano, scese un gruppo di ragazzi che vivevano di sigarette, birra e di qualcosa di più forte, forse leco di una musica underground. I vasi si trasformarono in posacenere, le bottiglie si impilarono in un mosaico di colori economici e le statue di conchiglie furono schiacciate a polvere dai loro stivali. I residenti si allontanarono, timorosi di scatenare la loro furia. Eppure, per qualche magia, Grazia riuscì a stringere amicizia con loro, a salvare i vasi e, più strano ancora, a convincere i giovani a spostare il loro club verso una direzione incerta. Le chiassose feste nel cortile cessarono; al loro posto, tra i vasi rimase un piccolo posacenere, che Grazia puliva e lucidata ogni giorno.

Ciò che più sorprendeva di lei non era la sua laboriosità, ma il suo rituale mattutino: alle prime luci, spazzava il cortile cantando un canto sommesso, mentre strofinava lascensore e i corrimano con una soluzione alcolica, ben prima che la pulizia delle superfici diventasse una norma contro i virus.

E poi cera il suo modo dolce di parlare con gli abitanti. Quando raccoglieva le ceneri e i mozziconi sparsi dietro ledificio (una mansione che nessuno aveva mai definito del custode), chiacchierava con i fumatori sui balconi senza mai rimproverarli per la loro cultura di sprecare tabacco. Discutiva di chiacchiere banali, raccoglieva i segni del loro disordine e, con il tempo, i mozziconi smisero di formare un tappeto sul retro del giardino. Allora, la nostra custode o meglio, la custode del cortile spezzò una aiuola e, sotto le finestre, spuntarono tulipani, margherite e grandi crisantemi.

Il vero spettacolo era Grazia quando non indossava la sua tuta arancione di lavoro. Con trucco impeccabile, capelli acconciati, tacchi a spillo anche sotto la pioggia e abiti pastello, sembrava pronta a partecipare a una sfilata di moda reale, mancante solo del cappello a cilindro. Dopo ogni turno, suo marito, Marco, la aspettava accanto alla sua berlina: le porgeva un piccolo fiore, la baciava sulla fronte e la accompagnava a casa. Sempre così.

Verso la fine di agosto, le nonne del palazzo, sedute sulla panchina del cortile, sussurrarono: Domani è lultimo giorno di lavoro di Grazia, poi andrà in pensione! Che fine farà il nostro cortile? Il giorno dopo, comprai un mazzo di fiori per lei, desiderosa di farle un piccolo gesto di gratitudine. Quando arrivai nella sua piccola stanza delle scure, dove riposavano scope, spazzole e secchi, trovai gli abitanti del palazzo radunati intorno a lei. Alcuni portavano fiori, altri una bottiglia di spumante o un bicchiere di cognac; le nonne cantavano e le offrivano crostate e barattoli di sottaceti.

Allimprovviso, i ragazzi del sesto piano, gli stessi che un tempo avevano trasformato i suoi vasi in posacenere, gli insegnarono a fare selfie eleganti, mostrandogli con attenzione gli schermi dei loro telefoni. Sembrava che lavessero registrato su Instagram e TikTok, trasformandola in una star del quartiere.

Marco, confuso, caricò nel bagagliaio della sua auto fiori, cognac e le provviste delle nonne, mentre Grazia, in un abito di chiffon color mandorla riccato di perline, con un trucco più acceso del solito, ascoltava senza capire, trattenendo le lacrime. Forse capiva che nessun altro collega laveva mai accompagnata verso la pensione. Mai, in nessun luogo.

Forse, in quel sogno sospeso tra realtà e fantasia, Grazia percepì che, senza volerlo, senza un fine preciso, con il suo lavoro umile e quasi invisibile, aveva reso gli abitanti di quel modesto palazzo di nove piani un po più gentili, un po più umani, un po più luminosi.

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