La Portinaia: Storie di Vita e Sogni nel Cuore di un Condominio Italiano

Caro diario,

da poco il palazzo ha cambiato custode. Maria, la nuova portinaia, è puntuale, spazza con cura, lava regolarmente il vialetto. Tutto procede secondo il programma, quindi non ho lamentele da fare. Cè solo un piccolo pensiero che mi torna in mente

Prima di lei, la signora Nadia Ivanovna si occupava del nostro ingresso con una dedizione che sembrava quasi poetica. Davanti al portone, che il tempo ha logorato, ella stendeva sempre un tappeto, quasi fosse una scena comica ma piena di senso. Il tappeto si consumava in continuazione, ma Nadia lo sostituiva con altri nuovi, coprendo il cemento usurato e le sporgenze di ferro, salvando i piedi dei condomini da graffi e scarpi rotti.

Alle finestre di tutti i nove piani erano sistemati vasi di ceramica, piccole statue e strane tartarughe. Mai su quei davanzali si posò polvere. Un giorno, al sesto piano, arrivarono dei ragazzi festaioli, con sigarette, birra e, a quanto pare, qualcosa di più forte. I vasi divennero posacenere, le bottiglie si ammucchiarono in una colorata confusione economica, mentre le statue di conchiglie vennero frantumate e ridotte in polvere sotto i loro stivali. Gli abitanti passarono accanto alla confusione senza intervenire, temendo reazioni imprevedibili dei giovani. Stranamente, Nadia riuscì a fare amicizia con loro, a conservare i propri vasi e, quasi per magia, convincerli a spostare il loro “club” verso un’area sconosciuta. Le rumide feste nel vano dingresso cessarono; al loro posto, un grazioso posacenere che Nadia puliva e lavava con cura ogni giorno.

Ciò che più mi colpiva di Nadia non era solo la sua rara laboriosità. Arrivava allalba, si occupava del portico, canticchiando sottovoce, e puliva con meticolosità ascensori e corrimano con una soluzione alcolica, ben prima che la pulizia delle superfici diventasse obbligatoria per il virus. E lo faceva con un sorriso, chiacchierando con i residenti. Quando la sua routine includeva la rimozione delle mozziconi sparsi per larea verde dietro al palazzo (cosa che non credo fosse parte del suo ruolo), rispondeva gentilmente ai fumatori dei balconi, senza mai rimproverarli. Parlava di cose quotidiane, mentre raccoglieva i segni del loro vizio. Col tempo, le mozziconi smisero a coprire il cortile; i fiori ricomparvero: tulipani, margherite e grandi crisantemi sbocciarono vicino alle finestre.

Il vero spettacolo, però, era Nadia fuori dal suo consueto abito arancione. Con trucco perfetto, acconciatura curata, tacchi eleganti e abiti pastello, sembrava uscita da un giardino reale inglese, solo la tesa mancava. Ogni sera, suo marito la aspettava, le porgeva un piccolo fiore e la baciava sulla fronte: gesto damore che non mancava mai.

A fine agosto, le anziane del vicinato mormonarono: Domani è lultimo giorno di lavoro di Nadia; poi va in pensione! Come faremo senza di lei?. Il giorno successivo, ho portato un bouquet per lei. Con mia sorpresa, davanti al suo armadietto delle scope e dei secchi, gli abitanti del palazzo erano radunati: alcuni con fiori, altri con champagne e cognac, le nonne con torte e scatolette di sottaceti. I ragazzi del sesto piano, quelli che un tempo avevano rovinato i vasi, le hanno insegnato a fare selfie di stile e a mostrarsi su Instagram e TikTok. Il marito, un po confuso, ha caricato in valigia fiori, bottiglie di cognac e le provviste delle nostre nonne.

Nadia, nella sua elegante vestaglia di colore mandorla con perline e un trucco più acceso del solito, ascoltava in silenzio, cercando di non lasciarsi andare alle lacrime. Forse capiva che nessuno laveva mai salutata così alla pensione, né da un collega né da un amico. Forse si rendeva conto, con una dolce e modesta consapevolezza, che il suo lavoro, umile e quasi invisibile, aveva reso la nostra piccola comunità di nove piani un po più pulita, più cordiale e più umana.

Mi chiudo con un pensiero: a volte le mani più silenziose sono quelle che lasciano il segno più profondo.

A domani.

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