La prima volta che successe, nessuno se ne accorse davvero.
Era un martedì mattina alla Scuola Media San Marco, una di quelle giornate lente e grigie dove i corridoi sapevano di detersivo e biscotti secchi. I ragazzi si erano messi in fila nella mensa, zaini pesanti sulle spalle, occhi ancora pieni di sonno, aspettando che i vassoi arrivassero dal bancone.
Vicino alla cassa cera Matteo Rinaldi, undici anni, con le maniche della felpa tirate fin sopra le mani, che faceva finta di controllare il telefono, spento ormai da mesi.
Quando toccò a lui, la signora della mensa guardò il display e si accigliò.
Matteo, sei di nuovo in difetto. Due euro e quindici centesimi.
La fila dietro di lui sospirò.
Matteo deglutì. Va bene lascio stare. Lo rimetto a posto.
Spinse il vassoio avanti, già pronto a spostarsi, con la pancia che bruciava come ogni volta. La fame era diventata unabitudine, qualcosa che si impara a ignorare, come le chiacchiere dei compagni o gli sguardi dei professori che fingono di non vedere.
Prima che potesse allontanarsi, una voce alle sue spalle si fece sentire.
Ci penso io.
Tutti si girarono.
Quelluomo non apparteneva a quel posto.
Spiccava come una nuvola nera in un corridoio di ragazzi: alto, spalle larghe, gilet di pelle nera sopra una maglia termica grigia, stivali pesanti segnati dai chilometri. La barba con qualche filo dargento e le mani che sapevano di fatica vera.
Un motociclista.
La mensa si fece silenziosa.
La signora della mensa lo squadrò. Signore lei è con la scuola?
Luomo prese dal portafoglio la somma precisa e la posò sul bancone.
Solo per il pranzo del ragazzo.
Matteo si immobilizzò.
Luomo lo guardò dallalto, tranquillo, né sorridente né severo.
Mangia, disse. Devi avere energie per crescere.
Poi uscì, senza dire altro.
Niente nome.
Nessuna spiegazione.
Nessun applauso.
A fine pranzo, già si discuteva se fosse successo davvero.
Il giorno dopo, si ripeté.
Un altro ragazzo.
Unaltra fila.
Lo stesso motociclista.
E il giorno dopo ancora.
Sempre la somma esatta.
Sempre silenzioso.
Sempre sparito prima che arrivassero domande.
In una settimana, i ragazzi cominciarono a chiamarlo Il Fantasma della Mensa.
Gli adulti lo trovavano meno divertente.
La preside, la Signora Teresa Galli, non amava i misteri. Soprattutto se si presentano in pelle e senza preavviso.
Si piazzò davanti alle porte della mensa una mattina, braccia conserte, aspettando.
Quando il motociclista arrivò di nuovostavolta per pagare il pranzo di una ragazza, figura con conto sotto di trenta eurola preside lo affrontò.
Signore, devo chiederle di lasciare la scuola.
Il motociclista annuì, sereno. Giusto.
Ma prima, aggiunse girandosi, forse dovrebbe controllare quanti ragazzi saltano i pasti qui dentro.
La preside si irrigidì. Abbiamo dei programmi per questo.
Lui la fissò negli occhi. Allora perché vengono ancora a corto?
Silenzio.
Se ne andò, senza aggiungere altro.
Sembrava fosse finita lì.
Ma non era così.
Perché due mesi dopo, la vita di Matteo Rinaldi cambiò in modo che nessun undicenne dovrebbe affrontare da solo.
Sua madre perse il lavoro alla casa di riposo.
Prima tolsero la corrente.
Poi portarono via la macchina.
Infine, lavviso di sfratto.
Un giovedì freddo, Matteo sedeva sul bordo del letto, mentre sua madre piangeva piano in cucina, sperando che lui non sentisse.
La mattina, Matteo non si presentò a scuola.
Camminò.
Sei chilometri.
Non sapeva nemmeno perchésolo che la scuola sembrava più sicura di casa.
Quando arrivò, le gambe gli facevano male e la testa gli girava. Si sedette sugli scalini fuori, tremando, senza sapere se volesse entrare.
Fu allora che arrivò la moto.
Rombo basso. Sosta lenta.
Il Fantasma della Mensa.
Il motociclista si sfilò i guanti e fissò Matteo a lungo.
Come va, ragazzo?
Matteo provò a mentire. Non ci riuscì.
Mamma dice che staremo bene, rispose in fretta. Le serve solo tempo.
Il motociclista annuì, come se capisse perfettamente.
Come ti chiami?
Matteo.
Io sono Giovanni.
Era la prima volta che qualcuno sapeva il suo nome.
Giovanni prese dalla borsa della moto un panino avvolto e un succo di frutta.
Prima mangia, disse. Parlare viene meglio dopo.
Matteo esitò. Non ho i soldi.
Giovanni rise piano. Non te li ho chiesti.
Matteo divorò il panino come chi non mangiava da giorni.
Giovanni si sedette sul marciapiede accanto a lui, il casco sulle ginocchia.
Torni a casa a piedi oggi? chiese.
Matteo annuì.
Giovanni sospirò piano.
Dimmi una cosa: hai mai pensato alluniversità?
Matteo quasi scoppiò a ridere. Quella è roba da ricchi.
Giovanni scosse la testa. No. È per chi non si arrende.
Si alzò e porse a Matteo un biglietto piegato.
Se ti serve davvero aiutoquello seriochiama questo numero.
Che cosè? chiese Matteo.
Giovanni lo guardò. Una promessa.
Poi partì.
Era lultima volta che chiunque vide Giovanni per tanti anni.
Niente più pranzi pagati.
Niente più motociclista.
Niente più Fantasma della Mensa.
La vita non diventò magicamente più facile.
Matteo e sua madre cambiarono casa tra parenti e alloggi modesti. Matteo lavorava dopo scuola, saltava pasti, imparava a risparmiare e a nascondere la stanchezza dietro le battute.
Ma il biglietto lo tenne sempre.
E studiò.
Con impegno.
Gli anni passarono.
Un pomeriggio, allultimo anno di liceo, la sua professoressa di orientamento lo chiamò.
Matteo, disse piano, hai fatto domanda da qualche parte?
Lui annuì. Ho pensato alluniversità, forse.
Lei gli passò una cartellina.
Questa è una borsa di studio totale. Retta. Libri. Alloggio.
Matteo rimase a bocca aperta. Devessere un errore.
Lei scosse la testa. Donatore anonimo. Dice solo che te la sei meritata.
Dentro la cartellina cera un biglietto.
Tre parole, in stampatello.
Continua a crescere. G
Matteo capì subito.
Luniversità cambiò tutto.
Per la prima volta Matteo non doveva solo sopravviverestava costruendo qualcosa. Studiò assistenza sociale. Si offrì come volontario nei centri daccoglienza. Diede una mano ai ragazzi che gli ricordavano troppo sé stesso.
Un giorno, durante una formazione alla Casa del Sorriso, una collega più anziana accennò a un gruppo motociclistico locale che finanziava mensilmente borse di studio e iniziative per il cibo.
Non vogliono riconoscimenti, disse. Solo risultati.
Il cuore di Matteo cominciò a battere forte.
Scoprì la sede fuori città. Piccola, ordinata. Tricolore appeso con orgoglio.
Quando entrò, le conversazioni si fermarono.
Poi una voce familiare dal fondo.
Ci hai messo un po, ragazzo.
Giovanni.
Più vecchio ormai. Più lento. Stessi occhi.
Matteo non disse nulla. Si avvicinò e lo abbracciò.
Giovanni si schiarì la voce, facendo finta che fosse solo polvere.
Hai fatto bene, disse piano.
Passarono gli anni e Matteo si trovò davanti alla mensa di una scuola medianot più come ragazzo, ma come assistente sociale laureato.
Unalunna alla cassa, in difetto coi soldi.
Matteo si avvicinò.
Ci penso io.
E da qualche parte fuori, una moto aspettava, silenziosa, pronta a partire.






