La quiete di Capodanno Novembre era stato grigio, umido, intriso della consueta malinconia. Le giornate scorrevano lente e monotone. Anna si era accorta dell’arrivo di dicembre solo grazie all’assalto pubblicitario di spumante, panettone e mandarini. Milano ardeva nella frenesia pre-natalizia: le vetrine risplendevano di luminarie. La gente, stretta alle borse coi regali, sembrava impegnata in una corsa ad ostacoli. Tutti avevano fretta, si affannavano, programmavano. Anna non aspettava nulla, né voleva correre da nessuna parte. Sperava solo che quel periodo passasse in fretta. Quarant’anni. Già. Il divorzio, firmato tre mesi prima, aveva lasciato non una ferita, ma una strana e anestetizzante vuotezza. Niente figli, nessun compromesso o scelte dolorose. Solo due vite parallele che finalmente avevano preso strade diverse. «Buon anno, Anna!» – urlavano i colleghi, occhieggiando allegri. Anna rispondeva con un sorriso educato, privo di qualsiasi gioia. Per tutto il giorno si ripeteva: «Niente di speciale. Solo dicembre che diventa gennaio. Un mercoledì che si trasforma in giovedì. Nessuna ragione per festeggiare». I suoi programmi per Capodanno erano semplici come il cristallo: una doccia, il pigiama consumato, una tisana alla camomilla e a letto alle dieci, come in qualunque altra sera. Niente insalata russa, niente cinepanettoni, né bottiglie di spumante abbandonate in frigo fino all’anno dopo. *** Alla fine arrivò la sera fatidica. Il tempo, quasi a beffarsi della gioia collettiva, aveva organizzato la sua personale, poco festosa, “festa”: una pioggia gelida si mescolava alla poltiglia nevosa sulle strade. Il cielo grigio schiacciava la città e le luci sembravano smorte. La serata perfetta per sparire. Alle nove e mezza, Anna era già a letto sotto il piumone. Dai vicini, una musica soffusa. Anna chiuse gli occhi e tentò di dormire. Si svegliò di soprassalto per un rumore deciso: qualcuno bussava, non semplicemente, ma colpiva la porta come se vi fosse in gioco una vita. Anna si sedette imprecando contro i soliti ubriaconi e maleducati. L’orologio segnava: 23.45… Si alzò, ma non andò ad aprire. Sicuramente qualcuno aveva sbagliato piano o porta. Bussavano e se ne sarebbero andati. Si avvicinò invece alla finestra, e rimase senza parole. Fuori era candido: niente pioggia, niente sporco, niente asfalto grigio. Fiocchi grossi e soffici, come quelli dell’infanzia, volteggiavano sotto i lampioni, coprendo la città con una coperta di neve. Nel giro di poche ore, il mondo si era trasformato in una fiaba. *** Il bussare si ripeté. Più sommesso, ma costante. Anna, ancora frastornata dalla magia fuori dalla finestra, andò ad aprire. Non pensò a chi fosse. Era catturata dal momento. Girò la chiave e spalancò la porta. E lì… *** C’era il vicino. Arturo, dell’appartamento di fronte. Un uomo non più giovane, coi capelli sempre spettinati e quegli occhi vivaci e pieni di piccole scintille. Indossava una giacca in tweed consunta, con un vecchio sciarpone di lana avvolto alla buona. Nella mano teneva una valigetta d’altri tempi, in pelle marrone, e nell’altra un barattolo di vetro pieno fino all’orlo di qualcosa di rosso e invitante. – Mi scusi se disturbo, – disse con voce roca, – ho sentito… cioè, mi è sembrato che da lei ci fosse… la quiete di Capodanno. È la più rara di tutte le quieti, e non potevo fare a meno di notarla. Anna lo fissava, poi guardò fuori, dove la neve danzava nel fascio del lampione. – Arturo… che cosa desidera? – chiese, stranita. – Ho portato un dono, – porgendo il barattolo. – È succo di mirtillo rosso. Mia moglie diceva che cura ogni malinconia. E poi… – sollevò la valigetta, – voglio mostrarle una cosa. Posso entrare per quindici minuti? Giusto fino al brindisi. Anna esitò. Tutta la sua apatia, la corazza “niente di speciale” si era incrinata. Prima la neve, ora il vicino eccentrico con la valigetta e il succo. Una curiosità sopita sotto strati di pragmatismo e delusioni tornava a galla. – Entri pure, – disse, incerta. Arturo entrò, battendo via la neve dalle scarpe. Non si tolse il cappotto, posò la valigetta al centro della stanza immersa nella penombra. La sola luce era quella del lampione oltre il vetro. – Qui… è parecchio essenziale, – notò, senza giudicare. – Non avevo intenzione di festeggiare, – replicò lei. – Capisco, – annuì Arturo. – Dopo… certe svolte come la sua, le feste sembrano offensive. Tutti gioiscono, e tu no. E pensi sia sbagliato. Anna lo guardò, colpita dalla precisione delle sue parole. Non si erano mai confidati. Solo qualche scambio superficiale su posta o meteo. – Davvero? – Sono vecchio, Anna. Ho visto tanti inverni e tante vite. So che l’inverno non è la fine, ma il tempo in cui la terra si riposa. Anche una persona ha bisogno di riposare. Ma non per sempre. Arturo aprì la valigetta: dentro, su un fondo di velluto, c’erano… sfere di vetro. Decine. Una blu con polvere argentata come la Via Lattea, una rossa con una minuscola rosa dorata scolpita a mano, una trasparente in cui, se la si osservava da una certa angolazione, appariva una minuscola arcobaleno di luce. – Cos’è? – bisbigliò Anna. – La mia collezione, – disse Arturo. – Non colleziono francobolli, né monete. Colleziono ricordi. Ogni sfera contiene un attimo felice della mia vita. Questa, – prese quella blu, – è il viaggio in montagna con mia moglie a guardare le stelle. Questa rossa… la sua rosa, per il nostro anniversario. Diceva che l’amore è come una rosa che non appassisce. Anna guardava quei piccoli mondi di vetro, e il suo cuore, ghiacciato da mesi, cominciava a sciogliersi. Non vedeva solo decorazioni: percepiva una vita piena, calda, ricca d’affetto. – Perché me li mostra? – Perché da lei è vuoto, – rispose Arturo. – E voglio che capisca che la vuotezza non è una sentenza, ma uno spazio. Un posto dove mettere qualcosa di nuovo. Guardi. Prese dal taschino una sfera trasparente, semplice, liscia. – Questa è per lei, – disse, porgendola. Simbolo di questa serata, del suo coraggio di aprire la porta, della neve, del fatto che anche nel silenzio più grigio può accadere un miracolo. Anna prese la sfera. Era fresca e liscia. Fuori scoccò la mezzanotte, si levò il primo «Buon Anno!» Anna guardò Arturo. Gli occhi di lui brillavano: ora le sembravano non solo vivaci, ma incredibilmente saggi. – Grazie, – disse lei, e per la prima volta dopo tanto tempo le tremò sulle labbra un sorriso vero, seppur timido. – Non c’è di che, – sorrise Arturo. – Ora può cominciare. Sta a lei decidere quale ricordo metterà in questa sfera. Forse la tazza di caffè di domattina, forse un libro finito, forse qualcosa di più grande. Chi può dirlo? Il nuovo anno è appena iniziato. Richiuse la valigetta, augurò la buonanotte e se ne andò, lasciandola sola con la quiete. Ma era una quiete diversa: non soffocante e vuota, ma colma di una sottile gioia e di speranza. Anna si mise alla finestra con la sfera trasparente in mano. Ancora nevicava, coprendo tutto di bianco. E, per la prima volta da mesi, pensò non al passato, ma a ciò che sarebbe potuto accadere… Ed era davvero un piccolo miracolo di Capodanno.

Il silenzio di Capodanno

Novembre si era inchinato al grigiore: pioggia sottile, fredda, un umido che penetrava le ossa e rendeva ogni giornata interminabile. Il tempo sembrava fermo, senza gioia. Sabrina si accorse dellarrivo di dicembre soltanto per via delle pubblicità sempre più sfacciate di spumante, panettone, e arance.

Milano bruciava nella febbre natalizia: le vetrine scintillavano di luci, fili di lampadine avvolgevano ogni negozio con una promessa dolce e brillante. La gente si lanciava tra un acquisto e laltro, stringendo sacchetti che sembravano scudi in una corsa ad ostacoli. Tutti correvano, tutti avevano un piano; la frenesia diventava il ritmo stesso della città.

Ma Sabrina si sentiva estranea. Nulla aspettava, niente la faceva correre. Solo desiderava che tutto ciò finisse presto.

Aveva già compiuto quarantanni. Il divorzio, concluso da appena tre mesi, non era stata una ferita, piuttosto una strana anestesia. Non cerano figli da contendere né scelte difficili: due vite parallele si erano semplicemente scisse, ognuna per la sua strada.

«Buon anno, Sabrina!» le urlavano i colleghi, occhi brillanti di allegria.

Sabrina rispondeva col sorriso educato di chi non sente davvero niente. Dallalba al tramonto si ripeteva: «Non è niente. Solo dicembre che diventa gennaio. Mercoledì che cede il passo al giovedì. Nessun motivo per festeggiare.»

I suoi piani per la notte di San Silvestro erano cristallini: doccia calda, pigiama vecchio, una tisana di camomilla, e a letto alle dieci, come sempre.

Niente insalata russa, niente cinepanettoni o bottiglie di prosecco in frigo da dimenticare per un altro anno.

***

E quella notte finalmente arrivò.

Il tempo, in vena di sarcasmo, si era presentato con una pioggia gelida, mischiata a fanghiglia nevosa: proprio nulla di natalizio. Il cielo opprimente schiacciava la città; le luci sembravano stanche, smorte. Era la serata perfetta per nascondersi dal mondo.

Alle nove e mezzo, Sabrina stava già sotto il piumone. La musica dall’appartamento accanto si udiva appena, come una carezza distante. Sabrina chiuse gli occhi e cercò il sonno.

Fu svegliata da un suono duro, netto, impossibile da ignorare.

Qualcuno bussava, ma non era un bussare: era un picchiare deciso, urgente, come se da lì dipendesse la salvezza di qualcuno. Sabrina si sollevò nel letto, brontolando qualcosa riguardo gente ubriaca e maleducata. Guardò lorologio:

23:45

Si alzò, ma non andò subito alla porta. Sicuro qualcuno aveva sbagliato piano. Aspettò che smettessero, ma poi si fece prendere dalla curiosità e andò alla finestra per scrutare la strada.

Lì rimase senza fiato.

Fuori, la città era bianca, immacolata; nessuna traccia di pioggia, né fango, né asfalto scuro.

Fiocchi larghi, soffici, come quelli dei Natali bambini, danzavano sotto la luce dei lampioni, coprendo ogni cosa di un soffice plaid.

In pochi minuti, il mondo era diventato favola.

***

Il rumore alla porta si ripeté, più debole, ma ancora deciso.

Sabrina, ancora ipnotizzata da ciò che vedeva, andò ad aprire. In quel momento non le importava chi fosse. Era prigioniera dellincanto. Girò il chiave ed aprì.

E si trovò davanti il suo vicino.

Era Riccardo, luomo di qualche anno più grande che abitava sullo stesso pianerottolo. Capelli bianchi spettinati e occhi pieni di una vivacità rara. Indossava una giacca di tweed consunta, sopra cui era avvolta una sciarpa di lana.

Aveva nella mano sinistra una vecchia valigetta di pelle marrone, nellaltra un barattolo pieno di qualcosa di rosso e invitante.

Mi perdoni per lora, disse con voce roca, ho pensato che qui ci fosse il silenzio di Capodanno. È il più raro che esista; non potevo fare a meno di notarlo.

Sabrina rimase in silenzio, seguendo lo sguardo di Riccardo verso il miracolo della neve.

Riccardo cosa vuole? mormorò, un po frastornata.

Ho portato un piccolo dono, spiegò porgendole il barattolo. È una composta di ribes rosso. Mia moglie diceva che cura qualsiasi malinconia. E poi sollevando la valigetta vorrei mostrarle qualcosa. Mi permette di entrare solo per quindici minuti? Niente di più. Giusto fino alla mezzanotte.

La donna esitò. Il suo muro di indifferenza sembrava crollato, incrinato da quella nevicata incredibile e dal suo vicino strano e gentile. La curiosità, morta sotto le cataste di delusioni, aveva rialzato la testa.

Va bene, disse, indietreggiando per lasciarlo entrare.

Riccardo scosse la neve dagli scarponi e appoggiò la valigia al centro del soggiorno poco illuminato. Lunica luce era quella che filtrava dal lampione, oltre la finestra.

Ha gusti minimalisti, constatò, senza critica e senza pena nella voce.

Non intendevo festeggiare, rispose lei, quasi di rimando.

Lo capisco, annuì Riccardo. Dopo certe tempeste, le feste sembrano un insulto. Tutti felici per niente, e tu niente. Ti domandi cosa ti manchi.

Sabrina lo fissò sorpresa dalla precisione di quelle parole.

Non si erano mai aperti davvero, a volte si scambiavano due frasi il meteo, la posta nullaltro.

Sul serio?

Ho vissuto tanto, Sabrina. Ho attraversato molti inverni a Milano. E so una cosa: linverno non è una fine. È quando la terra riposa per tornare a vivere. E ogni persona merita riposo, ma non oblio.

Aprì la sua valigetta, facendo scattare i lucchetti. Dentro, su velluto blu, brillavano delle sfere di vetro. Decine, tutte diverse. Una azzurra, con polvere dargento a ricordare la Via Lattea. Una rosso fuoco, con una minuscola rosa dorata al suo interno. Una trasparente, che rifrangeva mille luci e creava una piccola arcobaleno se la osservavi bene.

Cosa sono? sussurrò Sabrina, avvicinandosi.

La mia collezione, spiegò Riccardo, fiero. Io non raccolgo monete, francobolli. Raccolgo ricordi. Ogni sfera è un attimo di felicità. Questa sollevò quella blu è il primo viaggio in montagna con mia moglie. Guardavamo le stelle, promettendoci che mai ci saremmo lasciati. E promessa mantenuta. Quella indicò la rossa me la regalò per il nostro primo anniversario. Diceva che lamore vero è come una rosa che non avvizzisce mai.

Sabrina osservava quelle piccole galassie racchiuse nel vetro, e il suo cuore, gelato da mesi, cominciava a sciogliersi. Non erano solo decorazioni: era la vita, piena di senso e amore.

Perché mostrare tutto questo a me?

Perché dentro di lei cè il vuoto, rispose Riccardo, senza girarci attorno. Ma il vuoto non è condanna. È uno spazio: dove può scegliere di mettere qualcosa di nuovo. Guardi qui.

Estrasse dal taschino una sfera semplice, di vetro pulito, senza decori.

Questa è per lei, disse, porgendogliela. Il primo ricordo. Simbolo di questa sera. Simbolo della porta che ha aperto, invece di chiudersi al mondo. Simbolo della prima nevicata, della magia che arriva quando meno ce lo aspetti.

Sabrina la prese. Era fresca, liscia tra le dita.

Fuori, i rintocchi del Duomo annunciavano la mezzanotte; le prime voci si spargevano in strada: «Buon anno!»

Sabrina guardò Riccardo. Nei suoi occhi, le scintille di sempre, ma ora le vedeva sagge, profonde.

Grazie, bisbigliò, e per la prima volta dopo mesi, sulle sue labbra comparve un sorriso timido, ma vero.

Non cè di che, rispose Riccardo, sorridendo. Ora ha un inizio. Il resto dipende da lei. Potrebbe essere la tazza di caffè di domattina, una pagina di un libro, o magari qualcosa di sorprendente. Chissà? Il nuovo anno è appena cominciato.

Riccardo chiuse la valigia, le augurò buonanotte e se ne andò, lasciandola insieme al suo nuovo silenzio.

Ma era un silenzio diverso. Non più freddo e pesante, ma carico di una dolce speranza.

Sabrina si avvicinò alla finestra, stringendo la sfera trasparente. La neve copriva il mondo di bianco, nascondendo le tracce vecchie. E, per la prima volta da tanto, pensò non a ciò che aveva perso, ma a ciò che poteva ancora trovare

E fu il suo vero, piccolo miracolo di Capodanno.

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La quiete di Capodanno Novembre era stato grigio, umido, intriso della consueta malinconia. Le giornate scorrevano lente e monotone. Anna si era accorta dell’arrivo di dicembre solo grazie all’assalto pubblicitario di spumante, panettone e mandarini. Milano ardeva nella frenesia pre-natalizia: le vetrine risplendevano di luminarie. La gente, stretta alle borse coi regali, sembrava impegnata in una corsa ad ostacoli. Tutti avevano fretta, si affannavano, programmavano. Anna non aspettava nulla, né voleva correre da nessuna parte. Sperava solo che quel periodo passasse in fretta. Quarant’anni. Già. Il divorzio, firmato tre mesi prima, aveva lasciato non una ferita, ma una strana e anestetizzante vuotezza. Niente figli, nessun compromesso o scelte dolorose. Solo due vite parallele che finalmente avevano preso strade diverse. «Buon anno, Anna!» – urlavano i colleghi, occhieggiando allegri. Anna rispondeva con un sorriso educato, privo di qualsiasi gioia. Per tutto il giorno si ripeteva: «Niente di speciale. Solo dicembre che diventa gennaio. Un mercoledì che si trasforma in giovedì. Nessuna ragione per festeggiare». I suoi programmi per Capodanno erano semplici come il cristallo: una doccia, il pigiama consumato, una tisana alla camomilla e a letto alle dieci, come in qualunque altra sera. Niente insalata russa, niente cinepanettoni, né bottiglie di spumante abbandonate in frigo fino all’anno dopo. *** Alla fine arrivò la sera fatidica. Il tempo, quasi a beffarsi della gioia collettiva, aveva organizzato la sua personale, poco festosa, “festa”: una pioggia gelida si mescolava alla poltiglia nevosa sulle strade. Il cielo grigio schiacciava la città e le luci sembravano smorte. La serata perfetta per sparire. Alle nove e mezza, Anna era già a letto sotto il piumone. Dai vicini, una musica soffusa. Anna chiuse gli occhi e tentò di dormire. Si svegliò di soprassalto per un rumore deciso: qualcuno bussava, non semplicemente, ma colpiva la porta come se vi fosse in gioco una vita. Anna si sedette imprecando contro i soliti ubriaconi e maleducati. L’orologio segnava: 23.45… Si alzò, ma non andò ad aprire. Sicuramente qualcuno aveva sbagliato piano o porta. Bussavano e se ne sarebbero andati. Si avvicinò invece alla finestra, e rimase senza parole. Fuori era candido: niente pioggia, niente sporco, niente asfalto grigio. Fiocchi grossi e soffici, come quelli dell’infanzia, volteggiavano sotto i lampioni, coprendo la città con una coperta di neve. Nel giro di poche ore, il mondo si era trasformato in una fiaba. *** Il bussare si ripeté. Più sommesso, ma costante. Anna, ancora frastornata dalla magia fuori dalla finestra, andò ad aprire. Non pensò a chi fosse. Era catturata dal momento. Girò la chiave e spalancò la porta. E lì… *** C’era il vicino. Arturo, dell’appartamento di fronte. Un uomo non più giovane, coi capelli sempre spettinati e quegli occhi vivaci e pieni di piccole scintille. Indossava una giacca in tweed consunta, con un vecchio sciarpone di lana avvolto alla buona. Nella mano teneva una valigetta d’altri tempi, in pelle marrone, e nell’altra un barattolo di vetro pieno fino all’orlo di qualcosa di rosso e invitante. – Mi scusi se disturbo, – disse con voce roca, – ho sentito… cioè, mi è sembrato che da lei ci fosse… la quiete di Capodanno. È la più rara di tutte le quieti, e non potevo fare a meno di notarla. Anna lo fissava, poi guardò fuori, dove la neve danzava nel fascio del lampione. – Arturo… che cosa desidera? – chiese, stranita. – Ho portato un dono, – porgendo il barattolo. – È succo di mirtillo rosso. Mia moglie diceva che cura ogni malinconia. E poi… – sollevò la valigetta, – voglio mostrarle una cosa. Posso entrare per quindici minuti? Giusto fino al brindisi. Anna esitò. Tutta la sua apatia, la corazza “niente di speciale” si era incrinata. Prima la neve, ora il vicino eccentrico con la valigetta e il succo. Una curiosità sopita sotto strati di pragmatismo e delusioni tornava a galla. – Entri pure, – disse, incerta. Arturo entrò, battendo via la neve dalle scarpe. Non si tolse il cappotto, posò la valigetta al centro della stanza immersa nella penombra. La sola luce era quella del lampione oltre il vetro. – Qui… è parecchio essenziale, – notò, senza giudicare. – Non avevo intenzione di festeggiare, – replicò lei. – Capisco, – annuì Arturo. – Dopo… certe svolte come la sua, le feste sembrano offensive. Tutti gioiscono, e tu no. E pensi sia sbagliato. Anna lo guardò, colpita dalla precisione delle sue parole. Non si erano mai confidati. Solo qualche scambio superficiale su posta o meteo. – Davvero? – Sono vecchio, Anna. Ho visto tanti inverni e tante vite. So che l’inverno non è la fine, ma il tempo in cui la terra si riposa. Anche una persona ha bisogno di riposare. Ma non per sempre. Arturo aprì la valigetta: dentro, su un fondo di velluto, c’erano… sfere di vetro. Decine. Una blu con polvere argentata come la Via Lattea, una rossa con una minuscola rosa dorata scolpita a mano, una trasparente in cui, se la si osservava da una certa angolazione, appariva una minuscola arcobaleno di luce. – Cos’è? – bisbigliò Anna. – La mia collezione, – disse Arturo. – Non colleziono francobolli, né monete. Colleziono ricordi. Ogni sfera contiene un attimo felice della mia vita. Questa, – prese quella blu, – è il viaggio in montagna con mia moglie a guardare le stelle. Questa rossa… la sua rosa, per il nostro anniversario. Diceva che l’amore è come una rosa che non appassisce. Anna guardava quei piccoli mondi di vetro, e il suo cuore, ghiacciato da mesi, cominciava a sciogliersi. Non vedeva solo decorazioni: percepiva una vita piena, calda, ricca d’affetto. – Perché me li mostra? – Perché da lei è vuoto, – rispose Arturo. – E voglio che capisca che la vuotezza non è una sentenza, ma uno spazio. Un posto dove mettere qualcosa di nuovo. Guardi. Prese dal taschino una sfera trasparente, semplice, liscia. – Questa è per lei, – disse, porgendola. Simbolo di questa serata, del suo coraggio di aprire la porta, della neve, del fatto che anche nel silenzio più grigio può accadere un miracolo. Anna prese la sfera. Era fresca e liscia. Fuori scoccò la mezzanotte, si levò il primo «Buon Anno!» Anna guardò Arturo. Gli occhi di lui brillavano: ora le sembravano non solo vivaci, ma incredibilmente saggi. – Grazie, – disse lei, e per la prima volta dopo tanto tempo le tremò sulle labbra un sorriso vero, seppur timido. – Non c’è di che, – sorrise Arturo. – Ora può cominciare. Sta a lei decidere quale ricordo metterà in questa sfera. Forse la tazza di caffè di domattina, forse un libro finito, forse qualcosa di più grande. Chi può dirlo? Il nuovo anno è appena iniziato. Richiuse la valigetta, augurò la buonanotte e se ne andò, lasciandola sola con la quiete. Ma era una quiete diversa: non soffocante e vuota, ma colma di una sottile gioia e di speranza. Anna si mise alla finestra con la sfera trasparente in mano. Ancora nevicava, coprendo tutto di bianco. E, per la prima volta da mesi, pensò non al passato, ma a ciò che sarebbe potuto accadere… Ed era davvero un piccolo miracolo di Capodanno.