La ragazza era seduta sul letto, con le gambe incrociate, e ripeteva con irritazione:

Oggi mi sono svegliata con il ricordo di quella giornata in cui Ginevra, la giovane madre, si è sistemata sul letto della nostra stanza di neonatologia, le ginocchia raccolte al petto, e ha iniziato a ripetere, con voce rotta dallira: «Non voglio più di lui. Lo rifiuto. Lunico che mi interessa è Andrea, ma lui ha detto che non vuole un figlio. Allora anchio non lo voglio. Fate quello che volete con lui, a me non importa».

La responsabile del reparto, la signora Bianchi, ha provato a calmarla: «Cara, è una barbarie rinunciare al proprio bambino. Nemmeno gli animali lo fanno». Ginevra, però, ha replicato con amarezza: «Che se ne freghino gli animali. Dimettetemi subito, altrimenti vi faccio vedere che non mi prendete alla leggera». La signora Bianchi ha sospirato: «Povera bambina, perdonaci, Signore!» Il suo vissuto le diceva che in questi casi la medicina è impotente.

Una settimana prima avevamo spostato Ginevra dal reparto ostetrico a quello pediatrico. Una ragazza turbolenta e litigiosa, che si rifiutava categoricamente di allattare, per quanto la implorassimo. Ha accettato solo di estrarre il latte, ma poi si è trovata senza via duscita. La giovane dottoressa Mara, assegnata al piccolo, ha cercato invano di farla ragionare, ma Ginevra lanciava crisi isteriche senza fine. Quando Mara ha suggerito che quel rifiuto era pericoloso, la madre ha minacciato di fuggire. Disperata, Mara ha chiamato la signora Bianchi, la quale ha passato unora a tentare di convincere la madre irrazionale, ma la ragazza insisteva: doveva andare da Andrea, e se non lo facesse lui lavrebbe lasciata.

La signora Bianchi, che da trentanni vedeva simili situazioni, ha deciso di guadagnare tempo: «Posso tenerla qui ancora tre giorni, così forse riflette». Appena ha sentito il termine di tre giorni, Ginevra è scoppiata: «Siete tutti pazzi! Andrea è già arrabbiato con me per questo fottuto bambino, e voi mi gettate unaltra pietra. Se non vado col sud o con il sud, lui prenderà Katia». Ha pianto e urlato che tutti erano stupidi, che Katia solo aspettava di portare via il suo ragazzo. Il bambino le serviva soltanto per sperare di sposarsi.

La signora Bianchi ha ordinato una dose di valeriana e si è avviata verso la porta, seguita dallordinatrice silenziosa, la dottoressa Ferrara. Nella corsia ha chiesto a bassa voce: «Credete davvero che un bambino possa crescere bene con una madre così?». La signora Bianchi ha risposto, «Tesoro, cosa possiamo fare? Altrimenti lo mandano in una casa per neonati, poi in un orfanotrofio. Sono famiglie rispettabili, la tua e quella del ragazzo. Forse dovremmo parlare con i genitori, è il loro primo nipote, e il ragazzo è un bel giovanotto. Trova i contatti dei genitori, devo parlarci».

Il giorno stesso Ginevra è fuggita. La signora Bianchi ha telefonato ai genitori, ma il ragazzo non ha voluto nemmeno rispondere. Due giorni dopo è arrivato il padre: un uomo brutto, dal volto severo. La signora Bianchi ha provato a convincerlo a vedere il bambino, ma luomo ha risposto che non gli interessava nulla e che la figlia avrebbe scritto una dichiarazione di rifiuto, da far recapitare tramite il suo autista. «Non è accettabile», ha replicato la signora Bianchi. «La ragazza deve venire di persona, altrimenti non rispettiamo le regole». Luomo, intimorito, ha promesso di mandare la moglie a gestire la questione.

Il giorno dopo è arrivata una piccola donna pallida, si è seduta sul bordo della sedia e ha iniziato a piangere, singhiozzando che fosse una tragedia. I genitori del bambino lavevano portato allestero in fretta; sono benestanti e avevano grandi progetti. La madre del piccolo piangeva per giorni interi, urlava parole dodio verso il figlio, e ora annunciava che sarebbe volata allestero per prenderlo, anche se il mondo si infrange. La signora Bianchi ha suggerito di far vedere il bambino alla nonna, sperando di risvegliare qualche sentimento. Il sentimento è apparso, ma ha solo peggiorato le cose: la donna piangeva, stringeva un fazzoletto nuovo e gemeva ancora più forte.

Ho ordinato unaltra dose di valeriana e ho detto allinfermiera di somministrarla, sussurrando che le scorte di calmanti stavano per finire a causa di queste pazzie. Poi ho parlato con il direttore del reparto, il dottor Conti, che un tempo era un pediatra stimato. Guardando il piccolo, lha chiamato Ciambellino, perché era paffuto e rotondo come un dolcetto.

Ciambellino è rimasto con noi per mesi. Inizialmente abbiamo cercato di convincere la madre a restare, è venuta più volte, giocava con lui, diceva di risparmiare per un biglietto e di localizzare Andrea. Sembrava che si fosse affezionata al bambino. Il piccolo sorrideva, crebbe, ma a un certo punto la madre ha scoperto che il suo ragazzo si era sposato con unaltra. In preda alla furia ha urlato che tutti cospiravano per separarli, che odia il bambino perché senza di lui sarebbe con Andrea. Ha scritto una dichiarazione di rifiuto, lha portata al dottor Conti, lha lasciata sul tavolo e se nè andata.

Il direttore, furioso, ha chiamato me: «Tutto! La dichiarazione è pronta, la porteremo alla casa dei piccoli». Lordinatrice Mara ha pianto. Io, seduta al tavolo, ho strofinato gli occhiali, mormorando dentro di me. Si sa che quando la responsabile strofinala gli occhiali, è segno di nervi tesi.

Nel frattempo Ciambellino giocava felice nella sua culla. Uninfermiera è entrata, lui ha cantato, ha agitato braccia e gambe. Poi, improvvisamente, si è fermato, ha fissato linfermiera, le ha pianto negli occhi e lha commossa fino alle lacrime. Ho capito che il suo pianto era legato alla dichiarazione della madre. Linfermiera ha iniziato a raccontare, ma la signora Bianchi lha interrotta: «Basta con le fesserie, non servono a nulla».

I bambini abbandonati percepiscono il rifiuto, anche se non sanno se sono angelini a sussurrare loro il dolore. Si nascondono, cercano di non disturbare, come se fossero invisibili in un mondo che non li vede. Non importa se hanno fame o caldo, nessuno legge loro una fiaba, nessuno li avvolge in una coperta. Il mondo è indifferente, ma i piccoli sanno che cè ancora qualche bontà: un gesto, uno sguardo, una speranza.

Ciambellino ha smesso di sorridere, guardava fisso, senza rispondere ai tentativi di Mara di farlo ridere: «Ciambellino, vuoi una mano? Vieni a giocare con i miei braccialetti rosa!» Lei allungava le mani, ma lui rimaneva distante, immobile, le lacrime gli rigavano gli occhi. Un giorno, sconvolta, ha alzato la voce: «Lo tradiamo! È colpa di questi bastardi! Non è colpa sua, è colpa dei furbi che lo hanno messo qui!»

Mi sono seduta accanto a lei sul divano, le ho accarezzato la spalla e ho detto: «Tesoro, non so più cosa fare. Mi dispiace per Ciambellino, è una disgrazia immensa». Lei ha replicato: «Io non starò qui ad attendere, agirò». Io le ho risposto: «Allora smettila di stare, altrimenti il tuo cappotto si bagnerà. Non pensare di adottarlo, non ti daranno nulla. Vivi in una stanza condivisa, senza marito, sei sola». Le ho chiesto di cercare dei genitori per Ciambellino, dei genitori buoni.

Così ho iniziato a cercare una coppia adatta. Dopo settimane ho trovato Lana e Leone, una coppia trentennale senza figli, desiderosi di adottare. Lana è una donna delicata, con un sorriso morbido e una voce melodia; Leone è un uomo robusto, quasi militare, che adora la moglie. Hanno una casa accogliente, luminosa, piena di affetto. Ho organizzato una visita al reparto, dove Lana ha chiesto: «Scusi, qual è il peso alla nascita?», e il dottor Conti ha risposto scherzandosi: «Non è importante, è più un ciambellino, non un peso da catalogo».

Lana ha aperto la porta della culla, e il piccolo si è sussultato, gli occhi piccoli hanno brillato. Ha allungato il piccolo dito, e Ciambellino, con una presa ferma, lha afferrato. Il silenzio è stato interrotto da una risata collettiva. Lana ha sorriso, il bambino ha emesso un flebile gorgoglio, e tutti abbiamo capito che qualcosa di significativo era accaduto. La signora Bianchi ha, con voce stanca, detto: «Concludiamo il primo incontro, tornate a casa a riflettere». Lana ha risposto senza voltarsi: «Non dobbiamo riflettere, è già deciso». Il dottor Conti ha alzato le sopracciglia, Leone ha annuito.

Lana ha tenuto il dito di Ciambellino, lui non lo ha lasciato andare, il piccolo ha serrato la presa con tutta la forza dei suoi minuscoli palmi. Dopo un attimo di tensione, la signora Bianchi ha consigliato: «Forse è il riflesso di presa, è normale a quelletà». Lana ha risposto serenamente: «Teme di non tornare, ma prometto di tornare». Il bambino ha ascoltato la sua voce, ha rilasciato il dito e ha scattato un sorriso pieno di denti da latte, emettendo un gioioso squittio.

Ora, con il cuore più leggero, continuo a cercare una famiglia adatta per Ciambellino. Il mondo può sembrare freddo, ma alcune mani gentili lo scaldano. Spero che il futuro riservi a questo piccolo un posto dove non sentirsi più dimenticato.

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