La sindrome della vita rimandata per sempre… Confessioni di una donna di 60 anni Elena: Quest’a…

Sindrome della vita perpetuamente rimandata
Confessione di una donna di 60 anni

Giuseppina:
Questanno ho compiuto sessantanni. Nessuno dei miei familiari mi ha fatto gli auguri di compleanno, nemmeno con una telefonata.
Ho una figlia e un figlio, un nipote e una nipotina, esiste anche un ex marito, sempre presente nei ricordi.
La figlia si chiama Margherita, ha quarantanni, il figlio Tommaso ne ha trentacinque.
Entrambi vivono a Milano, hanno frequentato università rinomate del nord. Sono intelligenti, lavorano tanto e hanno successo. Margherita è sposata con un dirigente pubblico, Tommaso con la figlia di un imprenditore lombardo. Hanno entrambi una carriera solida, proprietà sparse tra Milano e il Lago di Como, hobby costosi, attività proprie a fianco della professione pubblica. Nulla li turba.
Il mio ex marito mi ha lasciata quando Tommaso si è laureato. Diceva di essere stanco di questa corsa perpetua. Usciva a lavorare tranquillo, sempre la stessa azienda, passava i fine settimana al bar con gli amici o sprofondato sul divano. In vacanza se ne andava per settimane dai parenti in Calabria. Io invece non ho mai preso ferie: lavoravo come ingegnere in una fabbrica di Piacenza, ripulivo gli uffici la sera, e nei week-end confezionavo alimentari in un supermercato dalle otto alle venti, più pulizie nei retrobottega.
La paga, quel poco che racimolavo, finiva ai figli: Milano è costosa, i corsi decadenti delle facoltà impongono vestiti freschi, pranzi allultimo grido, qualche cinema e aperitivo.
Mi sono abituata a indossare abiti passati, rivisti, rattoppati dal tempo e dai miei punti di cucito. Le scarpe le facevo sistemare dal ciabattino della via; sembravo sempre curata, pulita. Non mi serviva altro. Il mio unico svago erano i sogni: lì mi vedevo giovane e felice, ridere mi veniva naturale.
Non appena se ne andò, il mio ex si regalò subito unAlfa Romeo nuova, lucida, da vero signore. Doveva avere ben nascosto qualche risparmio. In famiglia, infatti, tutte le spese erano solo su di me, a parte il canone dellappartamento. Quella era lunica cosa che pagava. Leducazione ai figli la diedi soltanto io.
Lappartamento dove abitavamo me lo lasciò nonna Lina, una casa vecchio stile, dagli alti soffitti, nel cuore di Parma. Due stanze diventate tre: la dispensa, otto metri e mezzo col suo finestrino, la ristrutturai e divenne una piccola stanza con letto, scrivania, armadio, scaffali: un regno per Margherita. Io e Tommaso dividevamo laltra stanza ci stavo solo la notte mentre mio marito dormiva nel soggiorno. Quando Margherita si trasferì a Milano, presi la sua piccola stanza; Tommaso restò dove stava.
La separazione fu calma, nessun insulto né divisione di mobili, nessun rimprovero reciproco. Lui voleva VIVERE, non vegetare. Io ero così provata da tirare quasi un sospiro di sollievo. Non serviva più portare in tavola il primo, il secondo, il dolce, il caffè, preparare lenzuola, stirare quelle camicie, piegare, sistemare, organizzare. Mi bastava riposare.
Nel frattempo accumulai disturbi: schiena, articolazioni, diabete, tiroide, nervi demoliti. Per la prima volta presi ferie nel lavoro principale e mi curai sul serio. Non smisi le mansioni extra, ma migliorarono i sintomi.
Un giorno detti fiducia a un bravissimo artigiano che, insieme al suo aiutante, in due settimane mi rinnovò il bagno: era la mia gioia! Un piccolo trionfo tutto mio! Per me.
Da anni ai miei figli mandavo soldi invece di regali per compleanni, Natale, festa della mamma e del papà, festività varie. Col tempo anchio ho aggiunto nipoti alla lista. Perciò non ho smesso di lavorare nel weekend. Non restava nulla per me. Loro, nei giorni di festa, se mai si ricordavano, ricambiavano solo ai miei auguri. Niente regali.
La ferita più profonda sono state le nozze: non mi hanno invitata, né Margherita né Tommaso.
Margherita mi ha detto chiaro e tondo: Mamma, non ti troveresti bene con la nostra gente. Ci saranno persone che lavorano in Palazzo Chigi.
Il matrimonio di Tommaso lho saputo da Margherita solo qualche giorno dopo
Almeno non mi han chiesto soldi per sposarsi
Nessuno dei figli viene mai a trovarmi, anche se li invito sempre. Margherita dice che non trova nulla da fare nel nostro paesone (Parma, centro regionale con quasi mezzo milione di abitanti). Tommaso replica: Mamma, non ho tempo!
Il treno per Milano parte ogni ora! Bastano due ore per arrivare
Come posso definire quel periodo della mia vita? Probabilmente lo chiamerei lepoca delle emozioni soffocate
Vivevo come Rossella OHara: Ci penserò domani.
Schiacciavo lacrime e dolore, tutta una gamma di emozioni dal dubbio alla disperazione. Vivevo come automatizzata, un robot programmato a produrre, non a sentire.
Poi la mia fabbrica venne comprata da una società milanese e iniziò la ristrutturazione. Noi, quasi in pensione, fummo licenziati: perso subito due lavori. Ma almeno riuscii ad andare in pensione anticipata. Mi assegnarono una pensione di 700 euro provate a vivere con questa cifra.
Fortuna volle che nel mio condominio di cinque piani, quattro scale, si liberò il posto da donna delle pulizie Ho iniziato a lavare landrone, altri 700 euro al mese. Ho tenuto la confezione e il turno di pulizia nel supermercato: pagano bene, 50 euro a turno, solo è dura stare sempre in piedi.
A poco a poco mi sono messa a rimettere a nuovo la cucina. Ho comprato mobili dal signor Renato, il vicino: economico, rapido, di qualità.
E di nuovo ho cominciato a mettere da parte qualche soldo. Mi sarebbe piaciuto cambiare e rinnovare le camere, qualche mobile da rimpiazzare. I progetti cerano solo che in quei progetti non cero mai io! Cosa ho speso per me? Solo per la spesa, la più semplice, e non ho mai mangiato tanto. E per le medicine, quelle pesavano. Il costo del condominio non sorride mai: sale ogni anno. Lex marito spesso mi diceva: Vendi questa casa, ora vale molto. Ti compri un piccolo bilocale in centro e stai meglio.
Ma non ce la faccio. È la memoria di nonna Lina. I miei genitori non li ho mai conosciuti. Lei mi ha cresciuto. E quellappartamento è tutto ciò che resta della mia storia.
Con mio ex abbiamo rapporti civili. Ci si sente qualche volta, come vecchi amici. Lui sta bene. Non accenna mai alla sua vita privata. Una volta al mese passa, porta patate, verdure fresche, riso, acqua potabile. Quello che pesa. Non accetta soldi. Dice che se ordino la spesa online, mi rifilano solo prodotti scadenti, muffosi. Accetto di buon grado.
Ormai dentro di me sembra che sia tutto fermo: un nodo. Vivo e basta. Lavoro tanto. Non sogno più nulla. Non desidero niente. Margherita e i nipoti li vedo solo tramite i post del suo Instagram. Di Tommaso so qualcosa da sua moglie, sulle storie di Instagram. Mi rallegro che stiano bene. Sono sani, vanno in vacanza in posti da cartolina, cenano in ristoranti esclusivi.
Forse ho dato loro troppo poca tenerezza, per questo non ne ricevo. Margherita ogni tanto chiede come sto. Sorrido: tutto bene, sempre. Non mi lamento mai. Tommaso ogni tanto manda un vocale: Ciao mamma, spero tu stia bene.
Una volta mi disse: non voglio sentire i problemi tra te e papà, mi butta giù il negativo. Da allora non dico più niente, rispondo soltanto: Sì, figliolo, va tutto bene.
Vorrei abbracciare i nipoti, ma sospetto che non sappiano nemmeno che hanno una nonna in carne e ossa una pensionata, donna delle pulizie! Probabilmente nella loro leggenda la nonna è morta da tempo
Non ricordo nemmeno lultima cosa comprata per me, a parte qualche volta biancheria e calzini, sempre i più economici. Mai stata in un centro estetico, mai fatta mani o piedi. Ogni mese vado dal parrucchiere sotto casa per una sforbiciata. I capelli li tingo da sola. Mi consola che, giovane o anziana, ho sempre lo stesso fisico: 46/48. Il guardaroba non serve rinnovarlo.
La mia paura più grande: che un mattino non riesca più a scendere dal letto i dolori alla schiena non mi danno tregua. Ho paura di restare immobilizzata.
Forse non dovevo vivere così, senza riposo, niente piccoli piaceri, a lavorare sempre, sempre pensando poi. Ma dovè questo poi? Non esiste più. Nel mio animo cè il vuoto nel cuore indifferenza fuori intorno a me solo silenzio
Non attribuisco colpe a nessuno. Ma neanche io posso prendermene carico. Ho lavorato una vita, lavoro ancora adesso. Metto da parte qualche risparmio, una mini-bozza di sicurezza nel caso non possa lavorare. Piccola, certo Ma se dovessi adagiarmi sul letto, so già che non vivrei. Non voglio essere un peso per nessuno.
Sapete cosa fa più sorridere? Nessuno mi ha mai regalato un fiore MAI Sarebbe grottesco se qualcuno mi portasse dei fiori veri sulla tomba davvero, si potrebbe morir dal ridereLa sera, quando tutto tace, mi ritrovo a sedere sulla poltrona vicino alla finestra. Sento il brusio della città che piano piano svanisce, mentre le luci si abbassano e resta solo il lampione sulla strada a rischiarare il muro di fronte. E allora mi viene da ridere, sì, perché in fondo, dopo anni di rinunce, la vita mi ha consegnato una libertà che non avevo mai conosciuto. Nessuno mi chiede più nulla, nessuno si aspetta qualcosa, finalmente posso ascoltare me stessa.

Spesso, in questi silenzi, ripenso a tutte le volte in cui ho detto poi, e mi domando se domani potrei provare a dire adesso. Magari comprarmi un vaso di fiori, andare al mercato solo per gustare il profumo del pane, prendere un treno a caso e perdermi tra sconosciuti. Forse domani, o chissà, questa domenica, metterò il mio vestito migliore quello che non ho mai indossato e farò una passeggiata senza meta. Qualcuno mi vedrà, forse penserà che abbia una storia da raccontare; magari, per una volta, sarò io a raccontarla.

La verità è che, dopo sessantanni, ho capito che non serve aspettare che il mondo si ricordi di te. Bisogna essere la propria festa, il proprio regalo, il proprio inizio e il proprio finale. E se non cè nessuno a brindare, si può lo stesso stappare una bottiglia per sé, assaporando il gusto dolce e amaro della vita vissuta. Quel sorriso non è malinconia, ma fierezza: sono ancora qui, e da oggi, mentre la notte scende dolce, so che ogni giorno non sarà più rimandato. Sarà mio.

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