La stanza in più
Ricordo ancora quando Giovanni posò sul pavimento dellingresso due rotoli di carta da parati e, senza togliersi le scarpe, spinse con la spalla la porta della stanza in più. La porta si bloccò contro qualcosa di morbido e non si aprì del tutto. Sospirò, sentendo che lirritazione che lo inghiottiva da tutta la giornata di lavoro rimaneva stretta in gola.
Ecco disse, anche se nessuno era ancora uscito dalla cucina oltre a lui. Di nuovo.
Nella stanza cerano sacchi di vestiti, scatoloni di elettrodomestici, un vecchio materasso appoggiato al muro e una scaffalatura dove si intrecciavano barattoli, libri e fili dimenticati. Un passaggio stretto portava alla finestra, dove sul davanzale se ne stava coperta di polvere una scatola di decorazioni natalizie.
Francesca apparve alle sue spalle, asciugandosi le mani su uno strofinaccio.
Hai già comprato la carta da parati? chiese, guardando non tanto i rotoli, quanto dentro la stanza, come per assicurarsi che non fosse cresciuto nulla di nuovo.
Sì. E anche la vernice. E lo stucco. Giovanni poggiò i rotoli vicino alla parete del corridoio, per non intralciare. Ma almeno dovremmo riuscire ad aprire la porta.
Francesca si chinò senza far parola, tirò uno dei sacchi e lo spostò di mezzo metro. La porta si arrese.
Facciamo le cose come si deve disse lei. Oggi sistemiamo. Domani pitturiamo. E basta. Niente poi.
Giovanni annuì, anche se dentro sentiva salire la solita resistenza. Il poi era sempre stato il loro modo di non litigare. Finché quella stanza rimaneva di nessuno, non dovevano decidere a chi appartenesse.
Dalla cucina arrivò la voce di Lucia:
Vi do una mano, ditemi solo cosa posso toccare.
Lucia viveva con loro da due anni, da quando era mancata sua madre e avevano venduto la camera nellappartamento condiviso. Era ordinata, silenziosa, la sua presenza in casa sembrava uno strato daria in più: non dava fastidio, ma cambiava il modo di stare dentro quelle mura.
Puoi muovere tutto rispose Francesca troppo in fretta, poi correggendosi: Quasi tutto.
Giovanni entrò, scavalcando una scatola etichettata cavi elettrici. Afferrò il materasso, poggiato di taglio, e cercò di spostarlo, ma questo era incastrato con la maniglia di una vecchia valigia.
Tienilo fermo disse a Francesca.
Lei prese il materasso e Giovanni estrasse la valigia, pesante, con gli angoli consumati, il lucchetto chiuso con un fil di ferro.
Di chi è questa? chiese.
Francesca sbirciò e poi abbassò lo sguardo.
Della mamma lo disse come se potesse sentirlo anche la valigia.
Lucia entrò con una pila di vecchi giornali, legati con uno spago.
Questi li butto? domandò.
Sì disse Giovanni. Mettili nel sacco, così non si sparpagliano.
Appoggiò la valigia ai piedi della porta. Il fil di ferro era arrotolato stretto e Giovanni, distinto, ci passò un dito sopra, per vedere se era facile da slacciare. Francesca se ne accorse.
Non adesso disse. Dopo.
Giovanni la fissò.
Franci, ci siamo detti che oggi…
Lei strinse le labbra, prese la scatola degli addobbi dal davanzale e la portò in corridoio, come se fosse più urgente del loro scambio.
Lucia, senza dire niente, aprì il sacco grande per la spazzatura e cominciò a gettarvi i giornali, il fruscio della carta irritava Giovanni più del disordine stesso.
Prese la prima scatola che gli capitò. Cera scritto Marco. Scuola. Era tutta sgangherata, il nastro adesivo ormai non teneva più. Giovanni sollevò il coperchio: quaderni, pagelle, diplomi, un righello di plastica, e in cima una maglietta piccola con un numero stampato dietro.
Restò fermo. Era una maglia da calcio da bambino, ma di quelle che si mettono quando non si è più piccoli, ma nemmeno grandi.
Questa cominciò a dire.
Francesca si avvicinò, guardò.
Lasciala stare mormorò.
Perché? chiese Giovanni. Tanto
Non finì la frase. Tanto non tornerà gli parve un pensiero troppo duro da pronunciare, anche se lo ripeteva spesso a sé.
Lucia alzò la testa dal sacco.
Ieri ha telefonato Marco disse, piano. Sentivo che parlavi con lui.
Francesca si girò di scatto.
Hai ascoltato?
No Lucia sollevò le mani. Solo si sentiva, chiedevi come stava.
Giovanni avvertì qualcosa scombinarsi dentro. Marco, loro figlio, viveva in unaltra città, lavorava, pagava laffitto. Raramente veniva a casa e quando accadeva tutto si trasformava in una preparazione ansiosa, come un esame per Francesca. Quella stanza, per lei, era ancora la sua stanza, anche se il letto non cera più da anni.
E allora? chiese Giovanni. Vuole venire?
Francesca alzò le spalle.
Ha detto: Magari in primavera lo disse piatta, come una frase ripassata mille volte.
Giovanni rimise a terra la scatola senza richiuderla. La maglietta era rimasta sopra, come un rimprovero.
Diventa il mio studio affermò. Non ne posso più di lavorare in cucina. Ho bisogno di una porta da chiudere.
Francesca lo guardò come se le avesse proposto di buttare via qualcosa di vivo.
Uno studio ripeté. E se Marco torna? Dove dorme?
Sul divano in soggiorno, come tutti rispose Giovanni. È grande ormai.
Lucia tossicchiò sottovoce.
Si potrebbe mettere una poltrona-letto suggerì. Oppure un divanetto, ci sono di quelli stretti.
Giovanni avrebbe voluto dire che la faccenda era ben oltre il divano: Francesca teneva quella stanza coma una promessa, che lui non aveva mai fatto.
Prende quindi il sacco seguente, dove cerano giacche vecchie, sciarpe, coperte. Slegò il nodo, e sul fondo trovò la busta degli attrezzi: martello, cacciaviti, metro, una scatola di viti.
Questo è mio disse, contento di qualcosa di certo.
Francesca annuì.
Questo lo teniamo lo disse come una concessione.
Lucia, intanto, trovò un tavolino pieghevole nascosto in un angolo, cercando di aprirlo.
Traballa troppo osservò.
Da buttare decretò Giovanni.
Francesca protestò allistante:
Aspetta. Serve ancora
Serve per cosa? Giovanni si voltò. Sta solo lì a raccogliere polvere. Franci, non siamo un museo.
Le parole gli sfuggirono e se ne pentì subito. Francesca abbassò gli occhi e cominciò a mettere i libri in uno scatolone, senza guardare i titoli.
Non sono un museo disse piano. Solo che
Si interruppe. Giovanni notò come le tremavano le mani mentre chiudeva la scatola. Avrebbe voluto avvicinarsi, ma proprio in quel momento Lucia tirò fuori da dietro la scaffalatura una cartelletta di cartone.
Qui ci sono delle carte disse. Non so dove vanno.
Era legata con due cordini. Giovanni la prese, slacciò i nodi. Dentro cerano lettere impilate e qualche fotografia. Sulla prima busta si riconosceva la calligrafia di Francesca, indirizzata però a qualcun altro.
Sentì il freddo scorrergli nelle mani.
Cosè questa? domandò.
Francesca alzò lo sguardo. Sul suo volto sfilò qualcosa vicina alla stanchezza prima di tornare di pietra.
È roba vecchia rispose lei.
A chi? Giovanni stringeva la lettera come se potesse bruciargli la pelle.
Lucia, capendo, indietreggiò sulla porta.
Vado a mettere su il tè disse, poi sparì.
Rimasero soli tra scatoloni e polvere e Giovanni si rese conto che il vero cambiamento era già iniziato, ma non sui muri.
Era di Andrea ammise Francesca, senza aspettare la domanda. Te lo ricordi.
Giovanni si ricordava. Andrea era stato un compagno di università, un amore antico, prima di lui. Poi loro si erano sposati, era nato Marco, avevano vissuto come tutti. Andrea restava come un nome sparso nelle chiacchiere, senza peso.
Perché tenerla qui? chiese Giovanni.
Francesca alzò le spalle.
Non riuscivo a buttarle. È una parte di me.
E le lasci nella stanza che non tocchiamo disse Giovanni. Come tutto il resto.
Francesca si avvicinò e gli prese la cartelletta dalle mani.
Non fare il superiore rispose. Anche tu hai la domanda di trasferimento in quella scatola, quella per Milano, e non lhai mai spedita. Lho vista.
Giovanni rimase di sasso.
La domanda?
Sì. Stampata, firmata e nascosta. Francesca parlava con calma, ma in quella calma cera qualcosa di tagliente. Anche quella, poi.
Giovanni si sentì salire una rabbia mescolata a vergogna. Era vero, aveva voluto cambiare città quando il lavoro andava male. Poi era passato tutto. O era soltanto subentrata la paura di cambiare?
Non è la stessa cosa.
Lo è invece. Qui dentro ci mettiamo quello che non vogliamo affrontare: io le mie paure, tu i tuoi rimpianti.
Giovanni guardò la scatola dei quaderni di Marco.
Ci mettiamo anche lui disse.
Francesca trattenne il respiro.
Non permetterlo.
Non dicevo lui, davvero. Parlo di noi. Continuiamo a riservargli un posto come se fosse ancora un ragazzino. E invece la sua vita la vive lui.
Francesca si sedette sul bordo del materasso che avrebbero dovuto portare via. Il materasso scricchiolò.
Credo che tu non sappia quanto lo capisco disse Francesca. Lo so. Ma se smetto di aspettarlo mi rimane il vuoto.
Giovanni si sedette su una scatola davanti a lei. Era dura e scomoda.
Lo sento anche io, quel vuoto mormorò. Ma io non tengo lettere per riempirlo.
Francesca guardò la cartelletta sulle ginocchia.
Tu pensi che sia per Andrea? lo chiese piano. È che, a volte, ho paura di aver vissuto tutta la vita dalla parte sbagliata. Non perché tu sia sbagliato. Ma perché la vita scorre, e basta.
Giovanni restò in silenzio. In quellistante vide Francesca non come sua moglie abbiamo testardamente protetto la stanza di Marco, ma come una donna che non voleva ammettere che certe cose non sarebbero tornate.
Dal corridoio tornarono i passi. Lucia portò dentro tazze di tè, le poggiò sul davanzale.
Non so dove mettere questa cartelletta disse, indicando il faldone. Sta meglio nellarmadio?
Francesca alzò lo sguardo.
Lucia disse con decisione non dobbiamo essere salvati per forza.
Lucia esitò, poi annuì.
Non ci provo nemmeno. È solo che… vivo qui. E mi piacerebbe capire anchio che ne sarà di questa stanza.
Giovanni la guardò: stava sulla soglia dritta, ma le dita erano intrecciate così forte che le nocche erano bianche. Capì allimprovviso che anche per Lucia quella stanza era una sospensione: forse la paura di essere costretta a sloggiare, un giorno che la loro vera vita sarebbe tornata.
La sistemiamo disse Giovanni, scegliendo ogni parola. Non per far fuori qualcuno, ma per… vivere.
Francesca si alzò.
Facciamo così: oggi lo decidiamo. Cosa resta e cosa no.
Giovanni annuì.
Studio ripeté, ma senza durezza. E uno spazio ospiti. Così Marco può tornare. E Lucia può chiudersi se le serve.
Lucia alzò gli occhi.
Non ho bisogno di chiudermi disse, e poi aggiunse: Però, ogni tanto, sedersi qui in silenzio non mi dispiacerebbe.
Francesca prese il metro dalla busta degli attrezzi.
Si misura disse. Un tavolo alla finestra, il divanetto lungo la parete
Giovanni si stupì di quanto svelta fosse a buttarsi nel pratico. Ma sapeva che Francesca trovava salvezza solo nelle azioni concrete.
Cominciarono. Giovanni trascinò i sacchi dei vestiti nel corridoio. Francesca sistemava i libri: alcuni in una scatola da donare, altri nella libreria del salotto. Lucia infilava barattoli e coperchi in una busta: Possono sempre servire.
Basta barattoli sbottò Giovanni.
Servono! controbatté Francesca. Faccio la marmellata lì dentro.
Francesca, la marmellata lhai fatta due anni fa la punzecchiò Giovanni.
Francesca lo fissò.
Magari questanno la rifaccio. Se cè posto dove tenerla.
Giovanni la lasciò perdere, ormai aveva capito che non si discuteva realmente di barattoli.
A sera era finalmente visibile il pavimento. Il linoleum vecchio era gonfio qua e là. In un angolo trovarono una scatola di fotografie. Francesca si sedette a terra a sfogliare.
Giovanni si chinò accanto.
Questo lo lasciamo? chiese.
Sì rispose Francesca. Ma non qui. Voglio che siano a portata, non un segreto.
Scelse alcune foto e le mise in disparte: Marco piccolino, col cappello e le guance rosse; loro due sorridenti davanti alla casa allora ancora da finire, piena di futuro.
Giovanni prese una foto tra le dita, losservò.
Allora pensavamo che tutto sarebbe stato chiaro disse.
Francesca abbozzò un sorriso.
Allora pensavamo che avremmo avuto delle scorte rispose. Scorte di coraggio, di tempo e di stanze.
Lucia arrivò colla valigia.
Ingombra il passaggio disse. Lasciamo?
Francesca la fissò, poi guardò Giovanni.
Apriamola disse.
Giovanni prese le pinze dalla scatola degli attrezzi e svolse il fil di ferro. Il lucchetto cedette con un clic. La valigia si aprì, rigida per la lunga attesa.
Dentro cerano le cose della mamma: fazzoletti, un album vecchio, lettere, e in fondo una copertina da neonato, piegata bene.
Francesca la prese, la strinse tra le braccia e chiuse gli occhi.
Era la mia coperta sussurrò. Mi portarono a casa dallospedale così.
Giovanni sentì svanire la tensione. Si aspettava chissà cosa, e trovò solo semplicità.
La teniamo? domandò.
Francesca annuì.
Ma non tutta la valigia. Si guardò intorno. Facciamo una scatola piccola. E la mettiamo in alto, così la memoria resta, ma non ci si vive dentro.
Lucia, cauta:
Meglio scrivere sopra cosa cè. Così nessuno avrà dubbi dopo.
Giovanni guardò Francesca. Lei assentì.
Sì, scriviamo Cose di mamma. E basta.
Sistemarono nella scatola la copertina, lalbum, qualche lettera. Il resto Francesca lo selezionò e parte finì nel sacco della spazzatura. Giovanni vedeva quanto le costasse, ma lei lo faceva senza lacrime, solo con lentezza.
Quando la scatola fu pronta, la sistemò su uno sgabello nella parte alta della scaffalatura, che avevano deciso di tenere: langolo della memoria lo chiamò Francesca. Sotto, ci sarebbero andati i faldoni e poche scatole di cose stagionali, non di più.
Una regola disse Francesca, quando si sedettero per riprendere fiato. Ogni cosa qui va etichettata con nome e data. E tra un anno la ricontrolliamo.
Giovanni la guardò, sorpreso.
Una scadenza?
Sì. Niente palude. E se uno vuol tenere qualcosa per sicurezza lo dice ad alta voce, lo spiega. Basta nascondere.
Lucia aggiunse piano:
E chiede agli altri se va bene.
Giovanni annuì.
Daccordo.
Il giorno dopo Giovanni tolse il linoleum vecchio, lo arrotolò e lo portò via. Aveva le mani indolenzite, la schiena stanca, ma sentiva una pace nuova. Francesca stuccava le pareti, col naso impolverato. Lucia lavava i vetri e il davanzale, sfregando via la sporcizia con la spugna.
A sera montarono il nuovo lampadario. Giovanni in bilico sulla scala con i fili, Francesca a passargli il nastro isolante, Lucia a reggere la torcia perché mancava ancora la luce.
Prova, disse Francesca.
Giovanni azionò linterruttore nel quadro. La luce si accese uniforme, senza tremolii. La stanza ora era diversa: non più di riserva, ma semplicemente una stanza.
Portarono il tavolo alla finestra. Giovanni posò lì il portatile che prima vagava per la cucina. Francesca fece arrivare un divanetto stretto, trasformabile. Lucia mise una piccola lampada sullo scaffale, accanto alla scatola Cose di mamma.
Giovanni portò via lultimo sacco della spazzatura. Sulla scala si fermò ad ascoltare: in casa era silenzio, ma non vuoto. Tornò, chiuse la porta e vide Francesca nella stanza nuova. Lei stava alla finestra, osservando il tavolo.
Allora? chiese Giovanni.
Francesca si voltò.
Sembra vita vera rispose.
Lucia, passando, si fermò sulla porta.
Se Marco viene, io mi sposto disse.
Francesca scosse il capo.
Non serve che ti sposti. Non è più la sua o la nostra. Ora è di tutti guardò Giovanni. E se qualcuno vorrà andare o restare, lo diremo. Non lo metteremo via in una stanza.
Giovanni andò a spegnere la luce in corridoio lasciando accesa quella della stanza. Guardò la chiazza di luminosità a terra, il tavolo sotto la finestra, il divanetto, la scatola in alto ben chiusa.
Va bene così disse.
Francesca annuì, e, prima di uscire, rimise dritta la lampada sullo scaffale. Un gesto piccolo, ma nuovo: non più difesa del passato, ma cura per ciò che verrà domani.




