Diario di Marco Strada verso lUmanità
Seduto al volante della mia nuovissima Fiat, quella che sognavo da almeno due anni, sentivo ancora lo stupore addosso. Ho messo da parte ogni spicciolo, rinunciando a uscite, vestiti e piccoli piaceri, pur di arrivare a questa macchina. Ora potevo finalmente assaporare lattimo: la plancia illuminata da una luce calda, il volante freddo sotto le dita, il motore quasi un prolungamento silenzioso della mia volontà.
Accarezzare quel volante era come stringere tra le mani il risultato della mia fatica. Non era solo una macchina: era la prova della mia determinazione. Ho acceso la radio, subito le note leggere di un successo italiano di qualche estate fa hanno riempito labitacolo. Senza rendermene conto, ho iniziato a canticchiare, battendo le dita sul cruscotto. In quel momento, ero semplicemente felice.
Guidavo verso casa, dove gli amici mi aspettavano per festeggiare lacquisto. Pensavo già a come avrei raccontato loro ogni sacrificio: le pizze saltate, i turni extra al supermercato nei fine settimana, i fine mese tirati. Ma, in realtà, tutto questo mi sembrava distante. Ora volevo solo godermi la città dal sedile della mia macchina, con la sicurezza e la gioia che solo una conquista tanto desiderata sa dare.
Attraversavo un tranquillo quartiere residenziale di Torino. Le case allineate, finestre accese che promettevano calore domestico, i lampioni disegnavano strani giochi dombra sul selciato. Qualche passante in giacca pesante abbassava la testa contro il vento fresco della sera. Ho rallentato per attraversare un incrocio, lo sguardo vigile.
E allimprovviso come dal nulla un ragazzino ha attraversato la strada davanti a me. Non ho avuto tempo di pensare. Ho frenato di colpo, lauto ha sbandato per un attimo, le gomme hanno gridato sullasfalto. Tutto si è fermato a pochi centimetri dal bambino.
Il cuore mi batteva in gola come un tamburo impazzito. Sudore freddo mi annebbiava la vista, nelle orecchie solo un ronzio assordante. Cercavo di riprendere fiato, le mani ancora tremanti. Solo ora capivo quanto ci ero andato vicino: per poco non succedeva una tragedia.
Ho quasi investito un bambino…
Per alcuni istanti sono rimasto immobile, riprendendo fiato. Poi la rabbia, infuocata e improvvisa, mi è salita dal petto. Sono sceso dalla macchina quasi di colpo, le gambe un po molli, e mi sono avvicinato al ragazzino che, tutto rannicchiato, teneva la testa bassa. Gli ho messo le mani sulle spalle, magari troppo forte, nemmeno me ne accorgevo.
Ma cosa ti è saltato in mente?! ho sibilato, la voce spezzata nonostante lo sforzo di controllarmi. Volevi farti investire? Ci sono modi più facili!
Il ragazzo non si muoveva. Tenendo ancora la testa bassa, ha risposto sottovoce:
Non volevo solo che
Solo che cosa?! lho stretto ancora, poi subito allentato la presa vedendo che tremava. Pensa almeno a tua madre! Lo sai che stavo per investirti? Come avrebbe fatto lei se ti fossi fatto male, eh?
Nella mia voce ormai cera più paura che rimprovero. Improvvisamente mi sono sentito in colpa, per quella reazione. Il ragazzino ha singhiozzato, gli occhi lucidi di lacrime che colavano sulle guance. Unespressione di panico e smarrimento che ha fatto sciogliere la mia rabbia.
Aiutami, per favore… ha sussurrato, la voce rotta. Mio fratello sta male, nessuno si è fermato. Sono dovuto correre in strada.
Sono rimasto senza fiato. Pochi istanti prima avrei gridato ancora, ora ero solo spiazzato e, in un modo nuovo, preoccupato. Guardavo quel ragazzino esile, con la giacca troppo leggera e le lacrime agli occhi e mi sono reso conto che non aveva fatto una bravata, stava cercando disperatamente aiuto per suo fratello.
Tuo fratello sta male? ho chiesto, cercando di mantenere la calma. Dentro sentivo solo ansia. Dove si trova?
Là, ha indicato con la mano tremante il piccolo parco oltre la strada. È caduto mentre giocavamo. Sta malissimo!
Non ho pensato più alla macchina nuova. Ho solo chiuso a chiave, premuto il telecomando e seguito il ragazzino. Ogni passo era un brivido, la mente affollata da domande: E se fosse una cosa grave? E se davvero serve portarlo subito al pronto soccorso?. Ho accelerato il passo per non perderlo.
E i tuoi genitori? ho chiesto, la voce più tranquilla che potevo. Non dovreste stare in giro da soli.
Sono al lavoro ha farfugliato lui, alzando le spalle senza rallentare. Devono lavorare, servono soldi.
Ho annuito, e dentro di me si è stretto qualcosa: capivo cosa volesse dire lavorare senza sosta, ma lasciare due bambini soli mi lasciava inquieto.
E tu come ti chiami? ho aggiunto, mentre raggiungevamo il piccolo viale del parco.
Mi chiamo Lorenzo ha risposto lui dandomi uno sguardo pieno dorgoglio, tra una lacrima e laltra. Ci tiene compagnia la nonna, ma è anziana e si stanca in fretta. Noi siamo grandi, sappiamo badare a noi stessi!
Siamo entrati nel parco. Lorenzo ha imboccato un sentierino, io dietro, sempre più agitato. Poco più avanti, sotto un platano, cera un bambino disteso sullerba.
Mi sono inginocchiato a fianco della panchina, la stoffa dei pantaloni bagnata dalla rugiada, totale indifferenza per il freddo. Il piccolo, di circa sei anni, era pallido, tremava e si stringeva la pancia con le mani.
Eccolo! Dario, come stai? Lorenzo si è subito avvicinato al fratello, sfiorandolo con delicatezza.
Mi chinai vicino al bambino.
Dove ti fa male? chiesi il più dolcemente possibile.
La pancia ha sibilato Dario. Il filo di voce mi ha spinto ad avvicinarmi ancora di più per sentirlo.
A quel punto mi è stato subito chiaro che serviva un medico. Non era questione di un graffio, qui ci voleva il pronto soccorso. Ho pensato che a Torino, nel traffico di sera, magari lambulanza avrebbe tardato. Dovevo portarli io.
Ok, ti porto in ospedale ho detto con più fermezza possibile. Ho sollevato delicatamente Dario: non ha protestato, segno evidente che le sue forze erano davvero poche.
Lorenzo, riesci a chiamare tua mamma o tuo papà? chiesi avviandomi verso la macchina.
Ho lasciato il telefono a casa borbottò lui imbarazzato. Ma allospedale lavora la zia, può chiamare lei i miei!
Meglio di niente! ho risposto, tentando di mascherare il sollievo.
Sistemai Dario sul sedile posteriore, allacciai la cintura, mentre Lorenzo si fiondava accanto a lui, tenendogli stretta la mano. Lho visto rilassarsi un poco, abbandonandosi a quel gesto familiare.
Ho acceso gli interni caldi, avviato il motore e lasciato che la musica di una radio locale accompagnasse il silenzio teso del viaggio verso le Molinette. Ogni tanto sbirciavo lo specchietto: Lorenzo parlava a Dario a voce bassissima, accarezzandogli la mano. Il piccolo sembrava leggermente più tranquillo.
Come vai, Dario? ho domandato, senza voltarmi.
Un po meglio la voce flebile, ma ormai senza quel dolore acuto di poco prima.
Bravo, resisti ancora, siamo quasi arrivati.
Mi sono chinato verso Lorenzo, mentre la facciata dellospedale si faceva sempre più vicina, le luci della città che si spegnevano nei neon dellingresso pronto soccorso.
Hai fatto una cosa grandissima oggi gli ho detto mentre parcheggiavo accanto allingresso. Hai aiutato tuo fratello. Ma promettimi una cosa Non attraversare mai più la strada così. Non ci voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe potuto succedere!
Lui ha annuito, il silenzio pieno di lacrime.
Va bene ha sussurrato, stringendosi nel piumino.
Gli ho fatto una carezza veloce sulla spalla, rincuorandolo. Adesso pensiamo a Dario, okay?
Insieme abbiamo accompagnato il piccolo al triage. Davanti allinfermiera, descrissi in breve cosa era successo. Lhanno portato via subito, Lorenzo mi è rimasto accanto, seduto rigido su una sedia di plastica, occhi sbarrati sulle porte che si sono chiuse dopo suo fratello.
Io camminavo nervosamente nel corridoio, gettando occhiate allorologio, aspettando. Dopo mezzora, una donna col cappotto e i capelli scompigliati si è precipitata dentro.
Lorenzo!
Il ragazzo si è gettato tra le sue braccia, tremando: la madre lo strinse forte, quasi fino a soffocarlo.
Mamma Dario sta male non sapevo che fare, ho bloccato una macchina…
Hai fatto bene, tesoro hai fatto benissimo. Lei lo accarezzava, la voce ancora carica di ansia e sollievo. E tu? mi ha chiesto guardandomi con riconoscenza mista a paura.
Li ho trovati per strada ho spiegato Lorenzo attraversava di corsa, mi sono fermato. Poi mi ha spiegato, e li ho portati qui.
Grazie, davvero mi ha detto, stringendomi la mano con forza. Non tutti avrebbero aiutato, ormai la gente tira dritto
Limportante è che sia tutto a posto ho sorriso, sentendomi scaldare dalle sue parole. Speriamo solo che per Dario vada tutto bene.
La signora ha annuito, trattenendo le lacrime: è corsa subito a chiedere notizie ai medici. Ho visto la tensione sciogliersi quando i dottori le hanno rivolto qualche parola rassicurante. In quel sorriso stanco e finalmente sereno, mi sono sentito anchio più leggero.
Senza far rumore sono uscito. Laria fredda della sera torinese mi ha allontanato i residui dansia. Ho pensato di avvertire gli amici che la festa era rimandata, ma il cellulare è rimasto in mano senza premere alcun tasto.
Sono rimasto lì, sotto un cielo pieno di stelle, a respirare laria pungente e ad ascoltare il battito ormai regolare del cuore. Rivedevo la scena: Lorenzo in strada, la paura sua e mia, Dario sdraiato sulla panchina, la madre che li abbracciava entrambi in corridoio. Oggi avevo potuto aiutare davvero qualcuno. Un gesto spontaneo, piccolo, ma che forse un altro giorno potrebbe tornare anche a me.
Ho rimesso il telefono in tasca, sono salito in macchina. Il motore ha riempito labitacolo di un calore familiare. Tornando verso casa guardavo i lampioni, la gente, le vetrine dei negozi. Sapevo che la gioia di aver comprato la macchina non sarebbe bastata a riempire il cuore come questa sensazione: oggi ho fatto qualcosa di importante, utile a qualcuno. E quella soddisfazione, sottile e vera, era molto più di una festa.
La vita va avanti e sempre ci sarà spazio per gesti semplici, ma carichi di valore. Oggi lo so meglio che mai.




