LA VITA MERAVIGLIOSA
Al matrimonio della nostra amica Gemma abbiamo festeggiato per due giorni: con buon vino, cibo abbondante e una gioiosa confusione. Lo sposo era bello come Marcello Mastroianni, ma sorprendentemente modesto, considerando la sua incantevole bellezza. Tutta la combriccola degli invitati lo osservava con curiosità: occhi azzurri come il cielo sopra il Lago di Garda, ciglia nerissime e lunghe che neanche una donna potrebbe vantare (insomma, ma che ci fa un uomo con simili tesori? Natura, su, spiegaci!), un mento determinato, naso da scultura greca e un incarnato vellutato, appena dorato come se lestate di Sicilia si fosse posata sulla sua pelle. Ultimo colpo di scena: quasi due metri di altezza e spalle larghe. Se non avessimo voluto bene a Gemma, ci saremmo azzuffate lì per lì per accaparrarci quellesemplare, proprio durante il banchetto. Massimo era davvero di una bellezza disperata.
Ma come hai fatto a trovare uno così bello! assalivamo Gemma, ognuna di noi sforzandosi di modellare il volto nella più triste e sola delle espressioni per ricevere, magari, in dono, una parente altrettanto bella da Massimo.
Ragazze, ma dai! Io ho scelto Massimo per la sua semplicità. È cresciuto in campagna, con la nonna, è molto abile con le mani, tiene la casa. Ci siamo conosciuti quando i miei hanno comprato una villetta nel suo paese. È sensibile, buono e affidabile. Si è preso cura della fattoria come nessun altro, davvero. Un uomo vero, ragazze! Mi ha convinto a trasferirmi in città, ci ho messo dieci notti di insistenze, ahah.
Massimo diventò subito brillante con i nuovi parenti e si adattò velocemente: negli anni imparò a distinguere vini pregiati, profumi firmati, parlare di politica, arte, viaggi, leggere lindice di Piazza Affari, e seguire lo sport; perse lo spiccato accento contadino locale. Guidava una macchina confortevole prestata dal suocero, lavorava al suo fianco in una posizione rispettata. Chi regalò lappartamento ai giovani sposi non si dice, indovinate voi.
Al secondo anno di matrimonio Massimo mostrò una debolezza: i calzini bianchi. Li indossava ovunque in casa, negli ospiti senza ciabatte, persino sotto gli stivali di gomma, e stava orgogliosamente scalzo sul pavimento sporco dei negozi.
Gemma non condivideva quella passione, ma puliva i pavimenti due volte al giorno e comprava candeggina. Così Massimo si guadagnò il soprannome Calzino.
Che Massimo avesse unamante, Gemma lo scoprì allottavo mese di gravidanza. Anche lamante aspettava un bambino e la data del parto era identica.
Calzino fu cacciato da casa, licenziato, maledetto e pianto nellarco di una giornata. Poi arrivarono i giorni densi e appiccicosi dellautunno grigia. Gemma giaceva sempre sulla sua ormai enorme letto, fissando il soffitto con occhi secchi:
Piangerò dopo. Ora è meglio non farlo, fa male al bambino.
Gemma, come una statua, restava immobile sul suo letto assurdo, e noi, come sentinelle, ci alternavamo accanto a lei sostenendola con il nostro silenzio.
Era forte il desiderio di piangere a dirotto, strappare le pagine del libro del destino e maledire i traditori. Ma bisognava tacere e aspettare.
Al giorno di dimissione, facemmo baccano con i palloncini, supplicammo le infermiere di concederci un bicchiere di tè e di seguirci nel tramonto verso orsi e zingari, augurando salute e felicità a tutti. Il neonato nonno si impegnava più di tutti: la sera prima, commosso, promise alle signore delle pulizie di sistemare le conseguenze, scrivendo con il gesso una gigantesca e storta scritta sotto la finestra della stanza: Grazie per il nipote!; poi tentò di cantare, ma fu fermato dalla guardia, che cortesemente lo invitò nel suo gabbiotto per una degustazione di grappa, senza nuocere allordine pubblico.
Il giorno della dimissione il nonno era vigoroso, fresco e mi pare persino lucente. Piangeva di felicità e orgoglio. Piangeva con misura e cuore.
Anche noi piangevamo tutta la delegazione, ridevamo, baciavamo Gemma, sbirciavamo timidamente nella culla azzurra e evitavamo di parlare del naso greco del padre che spuntava, piccolo, nel viso di Antonio. Solo Gemma non piangeva nemmeno per la gioia:
Poi, se succede che il latte va via?
Gemma tacque con noi altri due mesi, poi decise di andare a visitare Massimo. Senza fiammiferi, senza acido, ma con un enorme desiderio di distruggere e urlare; rimproverare, battere sui muri con le nocche magre, vergognare e liberarsi dal dolore che la incatenava al letto, scaricando quella sofferenza inutilizzata sul traditore. Sulluomo che aveva spezzato le speranze e la loro piccola famiglia con Antonio, in cui lei Gemma si era immaginata, intenta a cucire calzini per i suoi uomini nelle serate tranquille, con Antonio che rideva e loro tutti, lei e Massimo, mano nella mano in una passeggiata, Massimo necessario, amatissimo.
E voleva tanto vedere gli occhi di quella svergognata, dormiente con un marito altrui. Sicuramente saranno occhi sfrontati, forse bellissimi. In quegli occhi Gemma voleva sputare. Deciso, sputare. E se necessario, graffiare.
Scoprì dove andare a fare scandalo proprio grazie alle volenterose nonnine del cortile, durante una passeggiata col bambino. Le vecchie la fermarono, ricordando che Massimo era, insomma, uno scellerato, descrissero il percorso fino al nido degli amanti e possibili idee di vendetta. Gemma si impietrì, piangendo dentro, quasi voleva scappare senza ascoltare il numero civico, ma non scappò.
Ora eccola, Gemma, davanti al portone della vecchia palazzina, bastava salire al quinto piano, lì poteva urlare o sputare.
Al primo piano Gemma pensò che nel suo periodo sfortunato, probabilmente non avrebbe trovato nessuno in casa e avrebbe perso tempo. Al secondo piano che forse sarebbe stato meglio così. Al terzo piano sentì un pianto infantile disperato provenire dal quinto.
Le aprì la porta una ragazza magra e occhi rossi, il suo aspetto non corrispondeva per niente allimmagine della seduttrice che aveva rapito lagnello.
Mentre Gemma osservava incredula i quarantatré chili della rivale, il bambino continuava a piangere nella stanza.
Buongiorno, Gemma. Massimo non cè, se nè andato due settimane fa. Non so dovè, sussurrò la ragazza e si accasciò sul pavimento, piangendo.
A Gemma passò la voglia di fare uno scandalo. Sentì il bisogno di correre nella stanza e calmare il bambino di quella madre spaesata. Poi avrebbe tagliato la conversazione, dicendo: Se ti piace giocare, porta anche la slitta, stronza!. Sì, bisognava dire stronza, e guardare con disprezzo, umiliazione. Ne aveva diritto, in fondo era stata tradita.
Il piccolo era asciutto. Palpebre gonfie, vena sulla fronte, voce rauca. Chiaramente, aveva fame. Il bimbo urlava dalla fame, superando i limiti della sua piccola forza, mentre la mamma strana e irresponsabile giaceva a terra e singhiozzava.
Gemma la vide aprire armadietti vuoti in cerca di latte, rovistando inutilmente nel frigo. Sul tavolo trovò un foglietto con una frase incompleta e terribile: Per favore nel mio sm…, con orrore.
La ragazza singhiozzava sfinita, raccontando a Gemma come a unamica, che presto avrebbe dovuto lasciare quell’appartamento in affitto, che il latte era finito, Massimo sparito, e non aveva soldi, né ne aveva mai avuti. Che le dispiaceva, che si vergognava, che ormai era tardi. Ma non sapeva. E chiedeva scusa, invitando Gemma a picchiarla, anzi, raccomandandolo. Il bambino si chiamava Paolo e prega Gemma di ricordarlo, per ogni evenienza. Paolo era più grande di Antonio di soli nove giorni.
Gemma corse a casa decisa tra venti minuti Antonio avrebbe chiesto il latte. Non fu facile: due enormi borse di Valentina le pesavano sulle braccia, la stessa Valentina arrancava accanto, portando Paolo sazio che piagnucolava piano. Gemma correva e pensava a dove sistemare altre due letti.
Tre anni dopo festeggiamo la prima nozze di Valentina, quattro anni dopo quella di Gemma. Il marito di Gemma detesta i calzini bianchi, sostiene che la vita va vissuta a colori, adora moglie, figlio e due figlie. Valentina è mamma di quattro maschietti, suo marito non perde la speranza di avere una bambinaAlla festa, tra fiori freschi e bambini che rincorrevano salti daria, si capì che la vita aveva un modo tutto suo di restituire ciò che toglie. Gemma, Valentina e la loro piccola tribù ridevano a crepapelle mentre Antonio e Paolo si mescolavano, indifferenti al passato, felici di essere fratelli senza regole scritte. Era facile credere che il dolore fosse stato solo una delle tappe, e che la felicità, come il buon vino, richiedesse tempo, improvvisazione, e la capacità di accogliere inattesi doni.
Gemma si alzò per un brindisi, guardò la tavolata, i volti amici e i figli incantati dalla torta. Si accorse quasi divertita che nessuno dei presenti indossava calzini bianchi. Scosse la testa, sorridendo: la vita meravigliosa, a volte, ci lascia quello che ci serve e non quello che abbiamo chiesto.
Alla nostra famiglia, disse, sollevando il bicchiere. Che sia il luogo in cui nessuno va perduto, e tutti imparano a sorridere ancora, anche quando sembra impossibile.
Lo sposo applaudì, Antonio e Paolo si scambiarono la prima occhiata complice; Valentina sbuffò, felice, sistemando una margherita tra i capelli. Le invitate si passarono il piatto, raccontando storie e sogni.
Gemma pensò che avrebbe cucito mille calzini colorati. Ma non per uomini perfetti bensì per chi resta, chi sceglie ogni giorno la gioia, chi trasforma il dolore in libertà. Poi, allimprovviso, tutte risero insieme, forti e vere, mentre il tramonto dipingeva doro la stanza.
E la vita, davvero, era meravigliosa.



