SUOCERA
Anna Rosati è seduta in cucina e osserva il latte che sobbolle piano sul fornello. Per la terza volta si dimentica di mescolarlo, ricordandosene solo quando ormai la schiuma si alza e trabocca, e lei, infastidita, ripulisce subito il piano cottura con uno strofinaccio. In quei momenti, sente chiaramente che il problema non è il latte.
Da quando è nato il secondo nipotino, tutto in famiglia sembra essere andato fuori controllo. La figlia, consumata dalla fatica, è dimagrita e parla sempre meno. Il genero rincasa tardi, mangia in silenzio e spesso si rifugia subito in camera. Anna osserva tutto questo e si chiede: come si può lasciare una donna a sbrigarsela da sola?
All’inizio cerca il dialogo, con cautela, poi in modo più deciso. Prima con la figlia, poi direttamente con il genero. Ma presto si accorge di una cosa strana: dopo le sue parole, l’aria in casa diventa ancora più pesante. La figlia difende il marito, il genero si fa cupo e lei se ne va a casa con la sensazione di non aver fatto altro che peggiorare le cose.
Quel giorno entra in chiesa, non tanto per avere un consiglio, quanto perché non sa più dove sfogare questa oppressione.
Forse sono io quella sbagliata, si confessa davanti al parroco, evitando il suo sguardo. Sbaglio tutto.
Don Giuseppe è seduto dietro la scrivania; mette da parte la penna.
Perché lo pensi?
Anna alza le spalle, sconsolata.
Voglio aiutare. Ma sembra che riesca solo a far arrabbiare tutti.
Il parroco la osserva con attenzione, ma senza giudizio.
Non sei sbagliata. Sei solo molto stanca. E immensamente in ansia.
Anna sospira. Sente che è la verità.
Ho paura per mia figlia, ammette a voce bassa. Dopo il parto è cambiata. E lui fa un gesto della mano. Fa finta di niente.
Ma noti anche cosa fa lui? chiede con calma Don Giuseppe.
Anna ci pensa. Si ricorda di averlo visto, la settimana prima, lavare i piatti tardi la sera, pensando di non essere visto. Di quella domenica mattina in cui era uscito al parco con il passeggino, anche se si vedeva benissimo che aveva soltanto voglia di dormire.
Fa qualcosa, sì, ammette incerta. Ma non come dovrebbe.
E come dovrebbe? le domanda benevolo il parroco.
Anna vorrebbe rispondere subito, poi si rende conto che non sa spiegare. Solo: di più, più spesso, con più attenzione; ma cosa, di preciso, non riesce a dirlo.
Voglio solo che per lei sia più facile, sussurra.
Ecco, è quello che dovresti ripetere, dice Don Giuseppe pacato. Ma non a lui. Dillo a te stessa.
Lei lo guarda perplessa.
Che vuoi dire?
Dico che ora tu non stai aiutando tua figlia, ma lotti contro suo marito. E lottare significa essere in tensione continua. Si stancano tutti, anche tu.
Anna resta in silenzio a lungo. Poi chiede sommessa:
E allora che faccio? Fingo che sia tutto normale?
No, sorride il parroco. Fai solo quello che davvero aiuta. Non con le parole, ma con i fatti. Non contro qualcuno, ma per qualcuno.
Rientrando a casa, Anna riflette su queste parole. Ricorda che quando la figlia era piccola non la rimproverava se piangeva: le sedeva vicino, in silenzio. Quando tutto era più semplice?
Il giorno dopo si presenta a casa loro senza preavviso. Porta una pentola di minestrone. La figlia è sorpresa, il genero si imbarazza.
Resto poco, dice Anna. Voglio solo dare una mano.
Gioca con i bambini mentre la figlia riposa. Se ne va in punta di piedi, senza proferire parola su quanto sia difficile la situazione o su quello che si dovrebbe fare.
Torna la settimana dopo. E poi di nuovo, ancora una settimana più tardi.
Nota sempre che il genero non è perfetto, ma anche altro: lo vede prendere in braccio il piccolo con delicatezza, coprire la figlia col plaid la sera, credendo che nessuno lo noti.
Un giorno non resiste e gli chiede in cucina:
È duro per te, vero?
Lui si volta stupito, come se nessuno glielo avesse mai chiesto.
Sì, molto, ammette dopo una pausa.
Non aggiunge altro. Ma da quel momento, tra loro, quel velo di tensione si dissolve.
Anna si rende conto di aver sempre aspettato che lui cambiasse. Invece doveva cominciare da sé stessa.
Smette di parlarne male con la figlia. Quando la figlia si lamenta, non dice più: te lavevo detto. Ascolta e basta. Ogni tanto porta via i bambini per lasciarla riposare. Talvolta telefona al genero e gli chiede come va. Non le viene facile: sarebbe molto più facile arrabbiarsi.
Ma pian piano, la casa si fa più quieta. Non migliore, non perfetta: solo più serena, senza quella tensione persistente.
Un giorno la figlia le dice:
Mamma, grazie perché ora sei con noi, non contro di noi.
Anna rimugina a lungo su queste parole.
Capisce una cosa semplice: la pace non arriva quando qualcuno ammette di avere torto. Arriva quando qualcuno, il primo, smette di combattere.
Vorrebbe ancora un genero più attento. Questo desiderio non passa.
Ma adesso, accanto a esso, ce nè uno più prezioso: che la serenità torni nella loro casa.
Ogni volta che affiorano vecchi sentimenti rabbia, rancore, voglia di dire qualcosa di pungente si domanda:
Desidero avere ragione o desidero che loro stiano meglio?
E quasi sempre, la risposta la guida su come comportarsi.






