Ma che succede qui?! La chiave non entra! Vi siete barricate dentro? Martina! Davide! Lo so che siete in casa, il contatore gira! Aprite subito, che ho le borse pesanti e mi cascano le braccia!
La voce di Assunta Mariani, squillante e imperiosa come una sirena nellora di punta in Corso Porta Romana a Milano, si diffondeva in tutto il pianerottolo, rimbalzando sulle pareti appena tinteggiate e finendo persino oltre la doppia porta dei vicini. Era davanti alla porta dellappartamento del figlio, tirando furiosamente la maniglia e cercando di forzare la serratura nuova con lantica chiave ormai consumata. Ai suoi piedi sul pavimento, due grandi borse di tela sformate da cui spuntava una pianta di basilico appassito e il collo di un barattolo di vetro pieno di un liquido biancastro.
Martina, che saliva lentamente le scale verso il terzo piano, rallentò ancora. Si fermò un piano sotto, appoggiando la schiena al muro fresco di vernice e cercando di placare il battito del cuore. Ogni visita della suocera era una prova di resistenza, ma questa volta era diverso. Questa era la volta decisiva, il giorno in cui la pazienza accumulata in cinque anni si era esaurita e il piano di autodifesa entrava in azione.
Fece un respiro profondo, sistemò la tracolla sulla spalla e, indossando una faccia di cortese fermezza, iniziò a salire.
Signora Assunta, buonasera, disse uscendo sul pianerottolo. Meglio non urlare così, i vicini potrebbero chiamare i carabinieri. E non cè bisogno di rompere la porta, costa.
La suocera si girò di scatto. Il suo volto, incorniciato da una permanente che sembrava fatta con una ferraglia, ardeva di indignazione e gli occhi piccoli lanciavano scintille.
Ah, sei arrivata! gridò appoggiando le mani sui fianchi. Guarda un po! Sto qui da unora, arrovellandomi, bussando, chiamando! Perché la chiave non va? Avete cambiato la serratura?
Sì, labbiamo cambiata ieri sera. È venuto il fabbro, rispose Martina con calma, estraendo il mazzo di chiavi dalla borsa.
E a me, la madre, neanche una parola? Assunta ansimava per la rabbia. Sono venuta fin qui con tutto il bendidio che vi porto, mi occupo di voi ingrati e questa è la riconoscenza? Dammi subito la nuova chiave! Il prosciutto sta sudando, lo devo mettere in freezer!
Martina si avvicinò alla porta senza fretta, coprendo laccesso con il corpo. Prima sarebbe corsa a cercare una soluzione, a rassicurare la “mamma”. Ma quello che era successo due giorni prima aveva cancellato ogni desiderio di compiacere.
Non ci sarà nessuna chiave per lei, signora Assunta.
Seguì un silenzio pesante, quasi da teatro. La suocera fissava la nuora come se avesse iniziato a parlare greco o avesse spuntato una seconda testa.
Ma che stai dicendo? sibilò, abbassando la voce in modo sinistro. Hai battuto la testa al lavoro? Io sono la madre di tuo marito! Io sono la nonna dei vostri futuri figli! Questo è lappartamento di mio figlio!
È lappartamento comprato insieme col mutuo, che paghiamo ogni mese, e ricordo che la caparra veniva dalla vendita dellappartamento della mia nonna, replicò Martina. Ma non si tratta dei metri quadri. Si tratta di rispetto. Lei, signora Assunta, ha superato ogni limite.
La suocera spalancò le braccia, quasi rovesciando il barattolo.
Limite?! Ma io vi voglio solo bene! Vi aiuto! Voi giovani non sapete far nulla! Mangiate schifezze, buttate via i soldi! Sono venuta per vedere come state, mettere ordine! E questa sarebbe una mancanza di rispetto?
Appunto, venire a fare “controlli”, la voce di Martina era fredda. Ricordiamo due giorni fa. Io e Davide eravamo al lavoro. Lei è venuta, è entrata con la sua chiave. E cosa ha fatto?
Ho sistemato il frigorifero! ribatté orgogliosa Assunta. Era un disastro! Cerano barattoli ammuffiti, formaggi puzzolenti stranieri, puah! Ho buttato tutto, pulito gli scaffali, messo roba a modo: passato di verdura, polpette fatte da me…
Ha buttato il gorgonzola che costava cento euro, enumerò Martina, piegando le dita. Ha rovesciato nel gabinetto il pesto fatto in casa, solo perché lo trova una “poltiglia verde”. Ha gettato la carne di manzo che avevamo comprato apposta per una cena importante. E ha spostato tutte le mie creme dal frigo al bagno, dove con il caldo si sono rovinate. Il danno, signora Assunta, è di oltre cinquecento euro. Ma non è questione di soldi, è una questione di invadere il mio spazio.
Ti ho salvata da una tossinfezione! strillò la suocera. Quel formaggio è veleno! E la carne? La carne buona è rossa, non con nervature! Ho portato le fettine di pollo per la dieta! E il passato, buono e leggero!
Il passato che ha fatto con le ossa avanzate da una settimana? non si trattenne Martina.
Quello dà gusto! si offese Assunta. Tu, Martinuccia, sei diventata schizzinosa. Una volta si mangiava di tutto. E tu nemmeno una vera padrona di casa. Il tuo frigo è un casino. Yogurtini, erbette Dovè la roba vera? Dovè il salame, le confetture fatte in casa? Io vi ho portato i cetrioli sottaceto, la verza fermentata. Prendili, fan bene!
Martina diede unocchiata alle conserve nelle sacche. Lacqua torbida dei cetrioli non ispirava fiducia e lodore di verza fermentata si sentiva anche attraverso il sacchetto.
Non mangiamo cose così salate, Davide non può, ha problemi ai reni, sospirò Martina. Signora Assunta, glielho detto mille volte: non venga senza avvisare. Non tocchi le mie cose. Niente più “ispezioni”. Ma lei non ascolta. Perché ha una chiave pensa che questa sia la sua dispensa. Per questo abbiamo cambiato le serrature.
Ma come ti permetti! gridò la suocera, avanzando massiccia. Ora chiamo Davide! Vedrai cosa ti dice! Lui la madre la fa entrare!
Chiami pure, annuì Martina. Sta per arrivare.
Assunta, borbottando insulti, prese il vecchio cellulare dal cappotto e iniziò a digitare, fissando Martina come fosse un traditore.
Pronto! Davide! urlò nel telefono tanto che Martina fece una smorfia. Tua moglie non mi fa entrare! Ha cambiato le serrature! Sono qui fuori con le borse, mi fanno male le gambe, il cuore Vuole farmi morire qui! Vieni subito a metterla a posto!
Ascoltava il figlio al telefono e il suo viso passò dalla soddisfazione alla sorpresa.
Come “lo sapevi”? Tu lo sapevi delle serrature? Davide! Ma come, glielhai permesso? Fai quello che dice lei? Tua madre la lasci fuori? Cosa? Sei stanco? Stanco di che? Della cura della mamma? Ma io vi ho dato la vita!
Rimase interdetta e fissò Martina piena dodio.
Vi siete messi daccordo, eh Vedrai. Lui arriva, poi parliamo. Non può cacciarmi fuori.
Martina, senza aggiungere altro, si voltò verso la porta, infilò la chiave e spostò il chiavistello.
Entro, disse. Lei aspetti qui Davide. In casa non può entrare.
Staremo a vedere! tuonò la suocera, cercando di mettere il piede nellapertura come una venditrice insistente.
Ma Martina era pronta. Scivolò dentro e chiuse la pesante porta dacciaio in faccia alla suocera. Un click. Poi un altro. Infine la catenella notturna.
Martina si accasciò contro il metallo freddo, chiuse gli occhi. Dallaltra parte scoppiò la tempesta: pugni sulla porta, calci allo stipite e accuse che avrebbero rattristato anche una statua.
Ingrata! Serpente! Ti denuncio, dici che fai morire Davide di fame! Chiamo i carabinieri! Apri subito, che la verza sta fermentando!
Martina si spostò in cucina, cercando di non ascoltare quel baccano. Tutto, dopo lincursione della suocera, era pulito quasi in modo inquietante. Nel frigo, solo la pentola col “passato” che Assunta aveva cucinato. Lodore acido di verza cotta e grasso vecchio aggrediva le narici. Martina non ci pensò due volte: svuotò la pentola nel water e tirò lacqua due volte. Mise la pentola sul balcone, sapeva che ora non avrebbe avuto la forza di lavarla.
Si versò un bicchiere dacqua, le mani tremavano appena. In tutti quegli anni aveva sopportato. Le visite a sorpresa alle sette del sabato “per spolverare sopra gli armadi”, i panni rilavati col detersivo più economico e ruvido che le faceva venire lorticaria, i consigli mai richiesti su come accontentare il marito.
Ma il frigorifero era lultima frontiera. Il proprio frigorifero, proprio territorio. Quando vide i suoi ingredienti preferiti nella spazzatura, sostituiti da pentoloni e conserve che causavano solo acidità a Davide, capì: o difendeva i suoi confini adesso, o sarebbe finito tutto. Perché vivere in una succursale della suocera, non era più possibile.
Fuori, finalmente, la confusione cessò. Forse Assunta aveva deciso di riservare le sue energie per la resa dei conti col figlio.
Dopo venti minuti si sentì girare una chiave. Martina si irrigidì. La porta si aprì ed entrò Davide. Era stanco, con la cravatta storta e le occhiaie profonde.
Dietro di lui, Assunta, meno bellicosa ma ancora determinata.
Vedi, Davide? cominciò a lamentarsi cercando di infilarsi dentro Tua moglie ha perso il rispetto! Mi chiude fuori! Dai, porta dentro le borse, ho fatto persino le polpette, mi sono impegnata…
Davide si fermò nellingresso, bloccando laccesso. Appoggiò la valigetta e guardò la madre.
Mamma, lascia qui le borse sullo zerbino. In casa non entri.
Assunta rimase a bocca aperta. Il sacchetto con la verza scivolò e finì a terra.
Cosa? sussurrò Davide, che dici? Mi cacci per colpa di quella lì?
Basta insultare Martina, la voce di Davide era bassa, ma ferma. Solo la sera prima, guardando la moglie piangere davanti al frigo vuoto e ai prodotti rovinati, aveva aperto gli occhi. Aveva sempre pensato mamma è fatta così, vuole aiutare. Ma i conti dei prodotti buttati lo avevano svegliato: non era più controllo, era distruzione della sua serenità, del suo bilancio, della salute mentale di Martina.
Non ti caccio, continuò lui. Ti chiedo di andartene. Avevamo un patto: avvisare prima di venire. Non lhai fatto. Hai usato la chiave per entrare senza permesso e fare a modo tuo. Hai buttato via la nostra spesa. Mamma, questa è mancanza di rispetto e di fiducia.
Io vi salvavo la pelle! urlò Assunta Mangiate male! Vi penso io!
La tua premura ci fa solo soffrire, tagliò corto Davide. La tua minestra non la mangio, mi fa male. Le polpette sono solo pane e cipolla. Siamo grandi, ci pensiamo da soli.
COSA?! Assunta stringeva le labbra Quindi la vostra mamma non conta più? Tho cresciuto io di notte! Tho mandato alluniversità!
Mamma, basta. È manipolazione. La chiave era solo per emergenze. Hai passato il limite. E la chiave non lavrai più.
Che ve la teniate, la chiave! urlò così forte che il cane dei vicini abbaiò. Non metterò più piede qui! Vi maledico! Vivete col vostro sporco e con la muffa! Quando starai male, a me non venire!
Afferrò i suoi sacchi. Uno si ruppe e le carote secche rotolarono sul pianerottolo.
Tutto per voi! li prese a calci. E voi bah!
Sputò sullo zerbino e, pesante e rumorosa, scese le scale. Le sue lamentele continuarono finché la porta dingresso si chiuse dietro di lei.
Davide chiuse la porta, mise la catenella. Poi guardò Martina.
E tu? chiese, sedendosi esausto sulla panca dellingresso.
Martina gli si avvicinò, abbracciandolo. Profumava di città e tensione.
Sopravvissuta, disse. Grazie. Temevo cedessi.
Avevo paura pure io, ammise lui. Ma se non dicevo no adesso, ci saremmo lasciati. E non voglio perderti per colpa della verza.
Martina rise. Ridere le fece bene.
Senti, cè una carota in terra. Meglio togliere, sennò i vicini pensano che siamo diventati fruttivendoli.
Ci penso io. Tu riposati. Sei stata grandiosa oggi.
Quella sera restarono in cucina. Il frigorifero era vuoto, ma non faceva paura. Anzi, era libertà. Libertà di riempirlo solo di ciò che amavano. Ordinarono una pizza familiare, con tanto formaggio, quella che Assunta chiamava “la rovina dello stomaco”.
Lo sai, disse Davide assaggiando lei adesso non tornerà più davvero. Orgogliosa comè, ci rimarrà secca.
Un mese resiste. Poi chiamerà, lamentando problemi di pressione.
Che chiami pure. Ma la chiave non la rivedrà.
Mai più, dichiarò Martina.
Suonarono al citofono. Martina e Davide si guardarono di scatto. Di nuovo lei?
Davide andò allo spioncino.
Chi è?
Spesa a domicilio! squillò una giovane voce di corriere.
Martina sospirò. Aveva dimenticato che unora prima, mentre Davide raccoglieva le carote sul pianerottolo, aveva fatto la spesa online.
In dieci minuti spacchettavano i sacchetti: insalata fresca, pomodorini, tranci di salmone, yogurt magri e il nuovo gorgonzola.
Martina metteva i prodotti in frigo, sentendo una soddisfazione fisica. Era il suo frigorifero. Il suo posto. Le sue regole.
Davide, lo chiamò.
Sì?
Che ne dici se domani mettiamo pure una serratura aggiuntiva, là sotto?
Davide rise e la abbracciò.
E pure uno spioncino elettronico. Così siamo sicuri.
Stettero così, avvolti dalla luce bianca del frigorifero, e si sentirono felici come non mai. Perché la felicità non è solo essere capiti: è anche riuscire a difendere la propria libertà, la propria cucina, la propria serenità. E a volte, per conquistare questo diritto, bisogna cambiare non solo le serrature, ma anche le regole con chi ci sta più vicino. Anche se fa male, poi arriva la pace. Una pace dolce, familiare, che profuma di casa veramente tua.
Perché il rispetto delle proprie regole è la più grande forma damore verso sé stessi e chi si ama davvero.



