La suocera ha bruciato il mio abito da sposa il giorno prima del matrimonio e ha detto che non sono degna di suo figlio…

Laria nel giardino sembrava essersi fermata nel tempo. Era densa, pesante, carica non solo dei profumi dellestate limoni, gelsomino, rosmarino ma anche di qualcosa di amaro e pungente: lodore di plastica bruciata mescolato a un fumo dolce e marcio, un ricordo nauseante di ricordi sepolti che improvvisamente si era risvegliato dalle porte chiuse della memoria. Il silenzio era talmente profondo che nemmeno le foglie sugli alberi osavano muoversi, quasi temendo di infrangere quelliniquo quieto.

Luca continuava a non rispondere. Il suo cellulare, come stregato, rifiutava la chiamata dopo il primo squillo, come se volesse negare il collegamento. Eppure aveva promesso di essere qui mezzora fa. Dovevamo ritirare gli ultimi ritocchi per il giorno di domani il giorno del nostro matrimonio, quello per cui mi ero preparata da anni, che avevo sognato, pianto e su cui avevo costruito piani. Invece, di fronte al mio sguardo, lo schermo mostrava solo: Chiamata terminata.

Uscìi nel cortile, sentendo lansia annodarsi lentamente al cuore. Dietro la casa, in un angolo remoto sotto una vecchia pergola, la mia torta nuziale riposava in un grande sacco, appesa con cura a una trave di ferro. Accanto, accanto a un barile nero arrugginito dal quale si levava un fumo grigio, stava la Signora Carmela Bianchi. Tagliava le rose con calma, i suoi gesti erano misurati, quasi meccanici, come se lo facesse da tutta la vita, come se nulla di straordinario accadesse intorno a lei.

Signora Bianchi? chiamai, cercando di mantenere la voce ferma, nonostante il tremore dentro di me. Sta accendendo qualcosa? Cè un odore strano, pungente.

Non si voltò. Solo per un attimo rimase immobile, le forbici sospese sopra un bocciolo, prima di tagliare delicatamente leccesso.

Sto bruciando leccesso, cara Fiammetta disse con voce dolce, quasi carezza. Tutto ciò che può rovinare una nuova vita. Bisogna sradicare le cose inutili prima che prendano radici nella tua casa.

Il mio cuore si strinse. Feci qualche passo avanti, e lodore divenne insopportabile. Una nausea mi salì alla gola quando vidi, tra i frammenti carbonizzati del tessuto, ciò che non poteva far parte di quel tormento.

Il bordo di un pizzo fuso lo stesso che io e mia madre avevamo scelto in una piccola sartoria sul lungomare di Viareggio. Perle sparpagliate sulla cenere, simili a denti morti. Il mio matrimonio. Il mio vestito. Il mio sogno.

Il sangue si fermò al viso. Tutto si offuscò, intorno regnava un silenzio muto. Guardavo i resti del mio futuro, quel simbolo di felicità di un giorno prima.

È le parole non uscivano, rimanevano incastrate nella gola come spilli.

Sì finalmente si voltò. Il suo volto era sereno, disteso, come se avesse appena compiuto un gesto di benevolenza.

Nessuna traccia di rimorso. Nessuna goccia di paura o colpa. Solo una certezza fredda, austera, quella di una donna che si considerava giudice.

Ho bruciato il tuo abito da sposa.

Il suo sguardo mi inchiodò al suolo. Si avvicinò, io indietreggiai istintivamente. Ogni mio movimento, ogni emozione sul viso, per lei era un libro aperto.

Perché? bisbigliai, incapace di proseguire.

Non sei passata la prova, ragazza. Ti ho dato una chance. Ti ho lasciata nella nostra casa, accanto al tesoro della sposa al suo vestito e tu non lhai presa subito. Lhai lasciato sospeso, inutile.

Ho confidato in voi! scoppiò la mia voce. Siamo una famiglia! Domani è il matrimonio!

Proprio così. Domani. Ho ancora un po di tempo per rimettere a posto le cose.

Ne parlava con la stessa nonchalance con cui si discute del tempo o della spesa. Poi aggiunse una frase che mi trasformò in una statua di ghiaccio:

Lho fatto perché non sei degna di mio figlio. E non gli permetterò di commettere un errore di cui si pentirà per tutta la vita.

Le sue parole riecheggiavano nella mia testa. Guardai quella donna, che una volta avevo chiamato seconda madre, e compresi: mi aveva dichiarato guerra. E io non sapevo nemmeno che la guerra fosse già iniziata.

Luca apparve allimprovviso. La porta cigolò e lui entrò nel giardino, con un sorriso colpevole e uno sguardo smarrito. Non capiva cosa stesse succedendo.

Scusa, sono in ritardo. Papà mi ha chiesto di aiutarlo con i documenti. Sei pronta? Fiammetta? Che ti succede?

Notò il mio stato, vide la madre accanto al barile. Il suo sorriso svanì, sostituito da preoccupazione.

Mamma? Che sta succedendo?

Carmela Bianchi posò le forbici nel cestino, si raddrizzò e guardò il figlio con tristezza e saggezza.

Figlio mio, ti ho salvato da un grande disastro. Il matrimonio non avrà luogo.

In che senso non avrà luogo? Luca guardava alternando lei e me. È uno scherzo? Fiammetta, dimmi qualcosa!

Indicai silenziosa il barile. Lui si avvicinò, sbirciò dentro e vidi le sue spalle irrigidirsi. Si girò, e nei suoi occhi cera un dolore profondo, reale.

Mamma. Che hai fatto?

Quello che dovevo fare. La tua sposa ha lasciato il suo vestito incustodito. È un segno. Non rispetta ciò che dovrebbe essere sacro. Non rispetterà né te né la nostra famiglia.

Era il vestito di Fiammetta! Il nostro abito da sposa! Sei impazzita!?

Al contrario, figlio. Non sono mai stata più lucida di così.

Allungò la mano, ma lui la ritrasse come se fosse stata bruciata.

Sto salvando la tua vita. Quella ragazza non è per te.

In quel momento il rumore nella mia testa si spense. Guardai Luca dritto negli occhi.

Tua madre ha bruciato il mio vestito. Ha detto che non sono degna di te. E poi ha mentito, dicendo che non mi sentivo bene

Luca fissava sua madre, e vedevo dentro di lui il conflitto tra lamore per la donna che lo aveva cresciuto e lo shock per il suo gesto orribile. Sembrava perso, a pezzi.

Mamma come hai potuto

Non preoccuparti, ho sistemato tutto rispose lei con calma. Ho già chiamato tutti gli invitati, ho detto che il matrimonio è annullato per mutuo accordo, così evitiamo pettegolezzi.

Il mondo girava. Non solo aveva distrutto il vestito. Aveva cancellato il nostro futuro, barrato un incontro che non doveva più accadere.

Luca si prese la testa tra le mani.

Hai avvisato gli invitati? Hai detto loro che non ci sarà il matrimonio? Senza di noi?

Era una decisione necessaria replicò. Me ne renderai conto più tardi, quando capirai da che catastrofe ti ho salvato.

Guardai Luca. Era il momento cruciale, la scena decisiva che avrebbe definito tutto. Doveva scegliere.

Lui alzò lo sguardo verso di me, pieno di disperazione. Nei suoi occhi cerano paura, dolore, confusione. Ma non vi era alcuna determinazione. Era figlio della sua madre, suo prodotto, la sua volontà.

Allora compresi: aveva vinto. Non per aver bruciato il vestito, ma perché aveva cresciuto un uomo che, al momento decisivo, mi vedeva come un problema da risolvere, non come una donna da proteggere.

Lo sguardo impotente di Luca fu lultima goccia. Il dolore e lo shock svanirono, lasciando solo una fredda consapevolezza cristallina.

Inspirai a fondo. Poi, sorrisi.

Luca sobbalzò. Anche Carmela Bianchi, finora imperturbabile, alzò un sopracciglio sorpreso. Il mio sorriso era una sfida.

Sa, Signora Bianchi dissi con tono calmo, quasi amichevole sembra che avesse ragione, dopotutto.

Lei sembrò smarrita. Luca mi guardò come se avessi parlato una lingua sconosciuta.

Di che parli? balbettò.

Rivolsi lo sguardo a lui.

Tua madre ha ragione. Non sono la tua compagna. Merito un uomo che, vedendo le ceneri del mio vestito, non resterà a guardare, ma mi prenderà per mano e mi condurrà via per sempre.

E tu aspetti. Aspetti che pianga, mentre tua madre trionfa.

Guardai di nuovo Carmela Bianchi.

Grazie a lei dissi sinceramente non ha idea di quanto mi abbia salvato. Ha bruciato solo un pezzo di stoffa. Io quasi ho bruciato tutta la vita legandomi a suo figlio.

Sul suo volto comparve per la prima volta confusione. Era abituata a lacrime e litigi. Il mio silenzio, la mia calma, la mia gratitudine la destabilizzarono.

Che cosa canti? gracchiò.

La verità scrollai le spalle. E unaltra cosa. Se il matrimonio è annullato, i regali vanno restituiti.

Tolsi lanello di fidanzamento dal dito, quello con un piccolo diamante che Luca mi aveva messo al dito sei mesi prima, sul tetto di una terrazza con vista sulla notte di Roma.

Non lo restituii a Luca. Mi avvicinai al barile col fuoco.

Fiammetta, non farlo! gridò Luca, finalmente capendo cosa stavo per fare.

Era ormai tardi. Allargai le dita, e lanello, scintillando unultima volta, scomparve nella massa grigia di cenere e tessuto bruciato.

Cercatelo. Forse è un segno anche questo, una prova della solidità dei vostri legami sorrisi di nuovo. Io me ne vado.

Mi voltai e corsi verso il cancello, senza voltarmi indietro. Sentii Luca chiamarmi, la voce arrabbiata sua madre. Ma le loro voci divennero per me solo un sottofondo.

Uscita fuori, afferrai il cellulare. Le mani tremavano, non per tristezza ma per adrenalina.

Sfummai il contatto di una vecchia amica, la mia migliore amica, la cui presenza doveva essere la mia compagna di festa.

Giulia? Ciao. Ho un piccolo cambiamento di piani dissi al ricevitore, sentendo tornare il sorriso.

Vero. Felice.

Il matrimonio di domani non ci sarà. Ma la festa sarà. Raduna le ragazze. Abbiamo un motivo più serio. Festeggiamo la mia liberazione.

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