Ricordo ancora quella sera, come se fosse dipinta su un quadro di unepoca lontana, quando la suocera mi costrinse a chiamarla madre e io le spiegai la differenza.
Ginevra, ma perché continui a chiamarmi Signora Bianchi ogni volta? Sembra una riunione di partito, non una cena di famiglia. Mi fa venire il denti dal rumore, lo dico sul serio sbottò la suocera, stringendo tra le labbra i resti di una fetta di torta di nozze, e sistemò la tazza di caffè con fare teatrale.
Sul tavolo calò un silenzio teso. Gli invitati la zia di Andrea, venuta da Bologna, la cugina con il bambino capriccioso e la vicina di casa, chiamata per fare compagnia rimasero immobili, attendendo levolversi della scena. Andrea, marito di Ginevra, affondò il forchettone nella sua insalata russa, fingendo di studiarne la composizione. Era il suo solito trucco quando si avvicinava una tempesta: seppellire la testa nella sabbia e lasciare che le donne si occupassero dei loro affari da casalinga.
Ginevra posò lentamente la forchetta, asciugò le labbra con il tovagliolo e fissò la suocera. Nun Nunzia Bianchi sedeva in capo al tavolo, eretta come una colonna, indossando il suo miglior abito di raso, e con il suo sguardo emanava lattesa della sottomissione.
Signora Bianchi, la chiamerò per nome e cognome per rispetto. È educato e rispecchia il nostro ruolo rispose Ginevra con voce calma, cercando di mantenere un tono uniforme.
Che ruolo? sbuffò la suocera. Siamo una sola famiglia! Ti ho dato mio figlio, il mio sangue. Ora sono per te unaltra madre. Tu mi tratti come una sconosciuta, con il lei. Non è modo che si faccia nella nostra famiglia. Guarda Valeria, la cognata di mia sorella, che mi ha chiamata mamma già al matrimonio. E vivono come una cosa sola. Tu però mantieni le distanze. Non è cortese, Ginevra, è superbia.
La mia unica madre è Vera affermò Ginevra con decisione. Si chiama Vera. Non può esserci unaltra madre, biologicamente né moralmente. Voi siete la madre di mio marito. Vi rispetto, vi voglio bene, ma non vi chiamerò madre. Scusate se vi offendo, ma non so recitare il falso.
Nunzia Bianchi, con un gesto drammatico, afferrò il cuore, rotolò gli occhi e scrutò gli ospiti in cerca di sostegno.
Avete sentito? Falsità! È davvero io che ti accuso di ipocrisia? Io le preparo i dolci, le do consigli, e tu mi respingi! Andrea, dille a tua moglie! Non si può offendere una madre nella propria casa!
Andrea, rosso in viso, balbettò:
Cara, davvero… la mamma sarebbe felice. È solo una parola. È una tradizione.
Ginevra fissò Andrea a lungo. Nei suoi occhi cerano la stanchezza per le continue pretese della madre, la delusione per la sua codardia e lavvertimento che, quella volta, non avrebbe ceduto.
Per me non è solo una parola, Andrea. È un concetto sacro. Mamma è chi ti ha partorita, ti ha curata quando eri malata, chi ti ama incondizionatamente. Nunzia Bianchi è una donna gentile, ma non è la mia mamma. Chiudiamo largomento e non rovinamo la festa. Chi vuole ancora della torta?
La cena fu rovinata. Gli ospiti se ne andarono in fretta, sentendo laria carica di tensione. Nunzia Bianchi, al saluto, sussurrò alla vicina: Le nuore di oggi non hanno più coscienza, nessuna gratitudine.
Ginevra lavava i piatti in cucina, strofinando i piatti con rabbia. Aveva trentanni, era un architetto affermato, una donna autonoma, ma in presenza della suocera si sentiva talvolta una scolara colpevole. Nunzia Bianchi era maestra di aggressività passiva: non alzava la voce, ma le sue attenzioni pugnali erano una pugnalata al cuore.
Il giorno seguente Ginevra sperava che lincidente fosse ormai superato, ma conosceva poco sua suocera. Era solo linizio dellassedio.
Sabato mattina, mentre Ginevra e Andrea cercavano di dormire dopo una settimana di lavoro pesante, bussò alla porta, insistentemente, senza togliere il dito dal campanello.
Allingresso apparve Nunzia Bianchi, con una grossa valigia a rotelle.
Dormite? chiese con tono allegro, rotolando dentro il corridoio senza attendere inviti. Sono appena tornata dal mercato, ho comprato ricotta fresca, di campagna. Penso di fare i ricottini per i bambini. Ginevra, sei troppo occupata, lavori sempre, non trovi tempo per la famiglia.
Ginevra, in pigiama, con i capelli scompigliati, soffiò un lungo sospiro.
Buongiorno, Signora Bianchi. Non abbiamo fame e avevamo già programmato la mattina.
Che programma può superare una colazione preparata da una madre? rispose la suocera, già ai fornelli, sbattendo le pentole. Andrea! Alzati, figliolo! È arrivata la mamma!
Durante la colazione, i ricottini erano davvero squisiti (non se ne poteva togliere). Andrea sorrideva beato, mentre Nunzia Bianchi iniziava il secondo round.
Vedi, Ginevra, quanto mi prendo cura di voi. Mi sono alzata alle sei, sono andata al mercato, ho trascinato la borsa. Il dorso mi pesa, le gambe bruciano, ma vengo lo stesso. Solo una mamma farebbe così. Allora perché ti è difficile chiamarmi madre? Ti stai strozzando?
Ginevra posò la forchetta.
Signora Bianchi, grazie per la colazione. Ma la cura non si compra con i ricottini. Il titolo di madre non si conquista con la consegna di ricotta.
E con cosa allora? increspò la suocera. Con il fatto che ti ho preso in braccio alla nascita? Io ho preso Andrea. Siamo ora parenti. Voglio che regni larmonia. Tu sei fredda come il mare. Ieri ho chiamato Vera, tua madre, per lamentarmi.
Ginevra si irrigidì.
Avete telefonato a mia madre? Perché?
Per raccontarle come ti comporti. Pensavo che potesse influenzarti. Ma lei mi ha risposto: Ginevra è una donna adulta, decide da sé. Ecco la educazione: lasciar fare.
La prego, non disturbare più mia madre con le sue lamentele disse Ginevra, la voce gelida. Ha la pressione, non deve preoccuparsi.
E io, allora, non ho pressione? Il cuore non mi fa male? la voce di Nunzia tremò. Ti voglio bene, faccio di tutto per te!
Andrea intervenne di fretta:
Mamma, basta. Ginevra è riconoscente, ma ha bisogno di tempo.
Tre anni! sbottò la suocera. Se non vi piace, non è un problema. Verrò, aiuterò, finché non capirai chi ti vuole bene.
Da quel giorno le visite di Nunzia Bianchi divennero una costante. Venne in stile materno a controllare se il figlio aveva camicie pulite, a spostare le pentole negli armadi perché così è più comodo, a criticare tende, colori delle pareti e persino il marchio del detersivo, aggiungendo sempre: Una madre non dà cattivi consigli.
Ginevra manteneva le distanze. Era cortese, ma tracciava i confini come poteva: non consegnò le chiavi dellappartamento (anche se la suocera ne chiedeva un duplicato per ogni evenienza), non permise interferenze finanziarie. Però la tensione crebbe.
Il culmine arrivò un novembre freddo. Una grave influenza la costrinse a letto: febbre quasi quarantanni, dolori muscolari, debolezza estrema. Andrea, per sfortuna, era in trasferta a Firenze e non tornò prima di venerdì.
Ginevra, tra sogni febbrili, chiamò sua madre, Vera, ma la madre era al pronto soccorso per una crisi ipertensiva; Ginevra non volse spaventarla, dicendo che era solo un raffreddore.
Mercoledì pomeriggio il campanello suonò. Andrea aveva lasciato una chiave di riserva a sua madre, affinché in caso di ritardo potesse innaffiare le piante. Ginevra se ne era dimenticata.
Nel corridoio si sentì il fruscio di sacchetti e la voce alta di Nunzia Bianchi:
Cè qualcuno vivo? Andrea ha detto che sei tutta sfasata. Sono qui a salvare.
Ginevra, a malapena riuscì a sollevare la testa.
Signora Bianchi non avvicinatevi è contagioso
La suocera entrò in camera da letto senza togliere il cappotto. Guardò attorno con sguardo critico: tazze di tè mezzo vuote, confezioni di pillole, tovaglioli stropicciati. Laria era soffocante.
Che atmosfera! Se vuoi, metti un’ascia esclamò. E che disordine! Anche malata bisogna star bene, Ginevra.
Aprì la finestra con un gesto brusco; laria gelida di novembre colpì il volto accaldato di Ginevra.
Chiudete, per favore mi dà i brividi mormorò, avvolgendosi nella coperta.
Bisogna arieggiare, scacciare i germi. Resisti, è solo un po di caldo. Ho anche portato il brodo. Alzati, vai in cucina. Non è il posto per stare a letto, è una stalla.
Non riesco a stare in piedi, la testa gira.
Non mentire. Muoversi è vita. Alzati, dico io. Ho attraversato la città per te.
Nunzia Bianchi uscì, facendo rumore con le pentole. Ginevra, traballante, si diresse verso il bagno e poi la cucina, sperando che la suocera almeno le preparasse una tazza di tè.
In cucina la suocera svuotò le sue borse, ma invece di servire il tè iniziò a ispezionare il frigorifero.
Madre di Dio, che topi! Salsicce scadute, yogurt marcio Cosa hai dato a tuo marito prima di partire? Povero Andrea, con il suo gastrite…
Signora Bianchi, sto male sussurrò Ginevra, sedendosi sulla sedia, poggiando la testa sulle mani. Solo un po dacqua?
Acqua? Versala tu, le mani sono sane. Guardi la tua fornelli, cè grasso sui manici. Mentre sei malata, faccio una pulizia generale, altrimenti sarebbe una vergogna davanti agli ospiti.
E iniziò a sbattere pentole, a spostare sedie, a strofinare armadi con detergenti pungenti. Lodore di candeggina si mescolò al profumo di febbre, facendo venire la nausea a Ginevra.
Per favore, non fate più pulizie ho bisogno di riposo Andate via, per favore
Ecco, ti dico! incrociò le braccia. Sono una madre! Vengo ad assisterti, ad aiutarti! E tu mi scacci? Io non ho nemmeno misurato la pressione, ma già ho impugnato il panno. Dovresti ringraziarmi.
Grazie rispose Ginevra a bocca ferma. Ma non ho bisogno di pulizie. Ho bisogno di medicina, che non riesco a prendere perché non ho forze per andare in farmacia. Hai comprato quello che chiedeva Andrea?
Oh, la lista la suocera si colpì la fronte. Lho dimenticata. Però ho comprato le barbabietole! Farò il borsch. Tu pulisci le verdure, io preparo il brodo. Così andiamo più veloce.
Ginevra la fissò con occhi febbrili.
Vuoi che, con la febbre a trentanove gradi, tagli le barbabietole?
E allora? Se resto seduta, le mani lavorano. Il lavoro purifica e guarisce. Quando ero malata, lavoravo in giardino, e andavo bene. Non si può arrendersi.
In quel momento il cellulare della camicia di Ginevra suonò. Era sua madre, Vera.
Ginevra, tesoro, come stai? La tua voce è così debole. Sono appena uscita dallospedale, non posso restare qui. Sono già davanti al tuo ingresso, arrivo subito.
Cinque minuti dopo Vera entrò, pallida ma determinata.
Mamma Ginevra scoppiò in singhiozzo, per la prima volta quella notte sentì un vero sollievo.
Vera, ignorando Nunzia Bianchi, corse al letto, le prese la fronte, rimase scioccata.
Dio mio, sei in fiamme! Vai a letto subito! Chiamo lambulanza se non si calma.
Con gesti rapidi, la aiutò a tornare a letto, le mise una salvietta umida sulla fronte, tirò fuori da una borsa le medicine prescritte, una borraccia di succo di mirtillo e una lattina di brodo di pollo.
Nunzia Bianchi rimase sulla porta, le labbra serrate.
Io anchio aiuto, lo dico! Ho iniziato la pulizia, volevo fare il borsch. Voi, Vera, siete solo venute a spargere germi dopo lospedale.
La voce di Vera, dolce ma ferma come acciaio, rispose:
Signora Bianchi, vede lo stato di Ginevra? Ha bisogno di tranquillità, di silenzio. Nessuna pulizia, nessun borsch. Solo riposo e liquidi. Perché la costringe a muoversi?
Volevo il meglio! Da madre! Farla riprendere! Ma lei è qui a letto, come un formaggio stagionato.
Ginevra, dopo aver preso la medicina, si rialzò su un gomito. La rabbia accumulata per un mese trovò finalmente la via duscita.
Signora Bianchi, avvicinatevi, per favore.
Nunzia Bianchi alzò un sopracciglio, sorpresa, ma si avvicinò.
Ascoltate bene. Da sei mesi mi chiedete di chiamarvi madre. Vi offendete, manipolate, vi lamentate a tutti. Oggi avete mostrato perché non vi chiamerò mai così.
Perché? sbuffòCosì Ginevra, libera dal peso di quel titolo, poté finalmente godersi la serenità di una vita costruita sul rispetto reciproco, senza più pretese di matrimoni di cuori.






