Perché hai le federe dei cuscini spaiate sul letto? la voce di Giovanna Conti era dolce, avvolta in quella falsa premura che faceva vibrare la palpebra di Francesca ogni volta che la sentiva. Non si fa. Una è cotone, laltra raso e poi, dormire con tessuti diversi irrita la pelle. Da noi non si è mai vista una cosa simile.
Francesca, in piedi davanti ai fornelli mentre mescolava il ragù, inspirò profondamente, contando mentalmente fino a dieci per placare il cuore martellante. Il pranzo della domenica con la suocera era ormai una consuetudine da incubo che si ripeteva a cadenza settimanale. Giovanna sedeva al tavolo, schiena diritta come un palo, lo sguardo acuminato che scandagliava ogni angolo della cucina come una radiografia. Nessuna briciola, nessuna piastrella scheggiata sembrava sfuggirle.
A me e Matteo va bene così, ci troviamo bene rispose Francesca con voce neutra, cercando di non incrinare la calma apparente. Limportante è che le lenzuola siano pulite.
Piccolezze, sospirò la suocera, spezzando con cura un pezzo di pane. Ma ti ricordo, Francesca mia, siamo fatti di piccolezze. Oggi le federe, domani la tazzina in lavello di notte, dopodomani la famiglia si sfalda senza accorgersene. La casa tiene insieme tutto, o sfascia, se la padrona ehm non bada ai dettagli.
Matteo, seduto di fronte a sua madre, si perse nel piatto come se il gambo di carota fosse la cosa più interessante del mondo. Affidabile, affettuoso ma appena la madre entrava in scena, diventava un merlo con la testa sotto la sabbia. Francesca lo sapeva: da lui non avrebbe avuto alcun aiuto. Li amava entrambe e fuggiva i conflitti come la peste.
A proposito, Giovanna sorseggiò il tè, quando sono andata in bagno a lavarmi le mani, ho notato un disastro sulla mensola dellarmadietto: creme, tubetti, tutto in disordine. Franceschina, dovresti prendere dei divisori allemporio. Fanno anche lo sconto. Ordine negli armadietti, ordine nella testa!
Col mestolo sospeso, Francesca si pietrificò. Bagno. Mensola. Era irraggiungibile senza una sedia. La suocera non aveva “solo lavato le mani”. Aveva perlustrato con metodo.
Hai guardato nellarmadietto chiuso? domandò Francesca, voltandosi verso di lei.
Ma dài, non essere scortese, fece una smorfia Giovanna. Ho solo cercato il cotone. Volevo sistemarmi il trucco, lanta era già socchiusa. Non è colpa mia se hai tutto in disordine. È per aiutarti. Trovi tutto più facilmente, poi.
Il pranzo si concluse in un silenzio teso. Come la porta si fu chiusa dietro di lei, Francesca si accasciò esausta sul divano, svuotata e incolpevole. Quella sensazione viscida di invasione la perseguitava da mesi. Da quando avevano dato a Giovanna la copia delle chiavi “per le emergenze” il gatto malato, un tubo rotto cose strane succedevano in casa.
A volte ritrovava gli abiti sistemati secondo il colore, non la lunghezza come piaceva a lei; la moka compariva in un altro armadietto; la lingerie era arrotolata con una precisione sospetta, mai fatta da Francesca.
Matteo, tua madre ha ancora messo mano tra le mie cose, sbottò Francesca, incrociando lo sguardo del marito mentre stava sparecchiando.
Francesca, ti prego non cominciare, rispose stanco Matteo. Magari ha solo aggiustato qualcosa. È vecchia scuola, per lei lordine è tutto. È sola, vuole essere utile. Non lo fa per cattiveria.
Laiuto si offre, non si impone ribatté Francesca. Spostare i miei slip senza avvisare è invadente, umiliante. Sembra che io sia lospite, qui.
Le parlo io, promise Matteo. Ma lei lo conosceva: avrebbe farfugliato qualcosa di vago, la madre avrebbe pianto dicendosi “buttata fuori” e lui avrebbe ceduto.
Passò una settimana. Francesca tentò di scacciare i dubbi dedicandosi al lavoro. Era responsabile alla logistica in una grande azienda milanese; rincasava la sera, stanca ma soddisfatta. Quel martedì tornò prima, saltata una riunione. Sullo zerbino, impronte lievi di scarpe. E nellaria, la scia inconfondibile di un profumo pesante, dolciastro, Acqua di Gioiaquello di Giovanna.
Entrò in camera da letto, inquieta. Il primo cassetto del comò quello con i documenti e i risparmi per le vacanze era leggermente aperto. Lei chiudeva sempre bene, fino al click.
Lo aprì. La cartella del mutuo era sopra i passaporti: lei ricordava bene, la metteva sempre sotto. La busta dei risparmi era sgualcita.
Una rabbia sorda le montò dentro. Non era più una questione di ordine. Era una perquisizione vera e propria. La suocera veniva in casa quando non cerano, usando la chiave demergenza, e frugava tra i loro soldi.
Non fece scenate. Senza prove, Giovanna avrebbe negato tutto. Avrebbe detto che aveva sentito odore di gas, o che era entrata ad annaffiare le piante e per sbaglio aveva urtato il mobile. Matteo, ancora, lavrebbe difesa. Francesca doveva essere certa, servivano le prove.
Il giorno dopo, allora di pranzo, si incontrò con lamica, Giulia, donna pratica e navigata, passata per due divorzi e ripartizioni di beni. Unesperta in battaglie domestiche.
Francesca, questa ormai non ha più limiti, decretò Giulia, soffiando sulla schiuma del cappuccino. Conta i vostri soldi? Classico. Teme che tu sperperi lo stipendio del figliolo. E se invece cerca altre prove? Il tuo diario? Scontrini di boutique?
Ma io non ho niente da nascondere replicò Francesca.
Non importa. Le madri italiane collezionano dossier. Magari per dirgli: Tua moglie compra le pellicce di nascosto!. Senti a me: le serve uno shock.
A Francesca si accese una lampadina.
Allora la becco con le mani nel sacco. Voglio che Matteo veda tutto.
Videocamera, suggerì Giulia. Ne vendono microscopiche col wifi, da mettere su una mensola. Poi lasci una esca.
Quella sera, dopo un rapido passaggio al negozio di elettronica, installò una microcamera sulla libreria, nascosta tra due volumi di Svevo. Campo visivo perfetto su comò e armadio. La camera inviava notifiche in tempo reale.
Ma ci voleva anche la trappola. Francesca si ricordò del consiglio di Giulia: la tentazione!
Nellarmadio, liberò uno spazio sulla mensola delle lenzuola (la preferita di Giovanna). Prese una scatola da scarpe colorata, lincartò con carta rossa brillante. In nero: PRIVATO! NON APRIRE! SEGRETO!.
Dentro, mise: uno scontrino finto di una boutique da ottocento euro (fatto al computer), una maschera da Carnevale veneziano e un foglio, in cima agli altri oggetti.
Sul foglio scrisse:
Gentile Signora Giovanna Conti, se sta leggendo questa lettera, significa che ha ficcato ancora una volta il naso dove non dovrebbe. Sorrida pure: una telecamera la sta riprendendo! Il video sarà recapitato a Matteo tra cinque minuti. Buona visione!
Per finire: una piccola molla con coriandoli colorati, pronti a volare quando il coperchio fosse sollevato.
La trappola era pronta. Bisognava solo aspettare il momento giusto.
Giovedì mattina, mentre si preparavano per andare al lavoro, Francesca, ben attenta che Matteo sentisse e quindi, giro di telefonate, sentisse anche la suocera si lasciò scappare:
Oggi saremo fuori tutto il giorno, amore. Arriveremo dopo le dieci stasera, riunione lunga.
Matteo, ignaro, rispose:
Ho sentito mamma ieri, le ho detto che non abbiamo tempo nemmeno per le piante Ma la conosci, magari passa lo stesso.
Lascia pure, se le fa piacere, scrollò le spalle Francesca celando un sorriso sardonico. Basta che non si annoi.
Usciti, lei controllò dal telefono: la videocamera funzionava, la scatola-roja strizzava locchio dalla mensola.
La giornata sembrava infinita. Ogni dieci minuti, controllava lo schermo. Niente. Forse Giovanna non si sarebbe fatta vedere.
Alle 14:30 la notifica: Movimento in camera da letto.
Francesca infilò le cuffie, uscì dallufficio e aprì lapp.
Sul display, nella scala di grigi, entrò la figura inconfondibile della suocera. In vestaglia, non in abiti da strada. Francesca sospirò: aveva addirittura la vestaglia infilata nella loro credenza. Unulteriore prova.
Giovanna si guardò intorno, poi si avvicinò al comodino di Matteo, ci frugò ma senza trovare nulla. Passò al comò di Francesca: tirò fuori la biancheria, la soppesò, disapprovando i colori, la ripiegò a modo suo.
Francesca sentiva il sangue pulsare alle tempie. Premette registra.
Infine, latteso momento: Giovanna notò la scatola rossa. Si irrigidì, guardò la porta, esitò. Poi la prese, la posò sul letto.
Sollevò cauta il coperchio.
PUM!
Anche senza audio, sullo schermo si vedeva chiaramente il sobbalzo della suocera: una nuvola di coriandoli che le si abbatté addosso, incastrandosi nei capelli e sul vestaglia, spargendosi ovunque. Portandosi la mano al cuore, sconcertata, guardò nella scatola e trovò il foglio.
Si avvicinò agli occhi, aggrottò le ciglia senza occhiali. Lesse. Un attimo di gelo. Subito dopo, occhi sbarrati, si guardò attorno, cercando disperata la telecamera. Le mani tremavano. Poi lanciò il foglio nella scatola e cercò di pulirsi dai coriandoli, ma non faceva che spargerli peggio. Alla fine, fuggì dalla stanza.
Francesca salvò il video, trattenendo un grido di vittoria, e chiamò Matteo.
Matteo, puoi parlare? È importante.
Che succede? lui, preoccupato.
Niente di grave. Ma devi vedere un video che ti ho appena inoltrato. Devi guardarlo ora. Aspetto in linea.
Silenzio. Poi il suono del file aperto.
Un minuto che sembrò uneternità.
Ma questo oggi? chiese Matteo, turbato.
Venti minuti fa.
Sta rovistando tra le nostre cose? La scatola Lo sapevi?
Lo sospettavo. Dovevo proteggermi. Tu non mi credevi.
La voce di Matteo si incrinò. Il suo mondo andava in frantumi: sua madre ora era nientaltro che una donna invadente, disposta a frugare persino tra gli intimi della moglie.
Esco subito dallufficio, disse a bassa voce. Ci vediamo davanti casa di mamma fra mezzora.
Arrivati a casa di Giovanna, Matteo tacque tutto il tempo, le mani serrate sul volante. Francesca non parlò. Ora toccava a lui.
Giovanna aprì la porta provando a sembrare indifferente, ma la chioma umida e qualche coriandolo rimasto la tradirono.
Oh, Matteo, Francesca così presto? Non avete avvertito accennò a non farli entrare, sistemando nervosamente la vestaglia.
Dobbiamo parlare, mamma, la precedette Matteo, spingendo dolcemente la madre da parte.
In cucina, Giovanna cercava di preparare il tè, scampanellando con le tazze e senza incrociare lo sguardo dei due.
Siediti, mamma. Lascia stare il tè, ordinò Matteo.
La donna sedette allorlo della sedia, le mani rigide in grembo, come una studentessa ammonita.
Abbiamo visto la registrazione, disse Matteo.
Quale registrazione? tentennò Giovanna, simulando stupore, ma la voce tradiva paura.
Non fingere, tagliò corto Matteo. Telecamera in camera nostra. Abbiamo visto tutto: i tuoi controlli nei nostri cassetti, la scatola
Giovanna impallidì, chinando il viso arrossato.
Mi registrate? A vostra madre? Come ad una ladra?! Non vi vergognate?!
E a voi non vergogna mettere mani nei miei effetti personali, signora Conti? domandò Francesca, ferma ma senza alzare la voce. Venite a casa nostra in nostra assenza, vi fate ispezioni Cosa speravate di trovare? Prove di tradimento? Soldi? Sconcertante.
Volevo solo fare ordine! gridò Giovanna, con le lacrime agli occhi. In casa tua è caos, Francesca! Matteo va a lavoro in camicie stropicciate! Io mi preoccupo per voi, e voi mi tendete tranelli! Con quei coriandoli! Ho rischiato linfarto!
Basta, mamma, sbottò Matteo, posando il palmo sul tavolo. Abbiamo deciso. Restituisci le chiavi.
Le chiavi? sussurrò la madre.
Dacci le chiavi dellappartamento. Subito.
Tuo padre si rivolterebbe nella tomba iniziò lei, ma vedendo gli occhi del figlio, si arrese. Tolse il mazzo di chiavi dallappendino vicino alla porta, regalino di Matteo da bambino, e lo poggiò brusca sul tavolo.
Prendetele! singhiozzò. Vivete come vi pare! Diventerete degli sciattoni, pieni di debiti Non chiamatemi più, non metterò mai più piede qui!
Grazie, rispose Francesca pacata, afferrando le chiavi. Speriamo davvero che sia così: torni quando saremo noi a invitarla.
Uscirono in silenzio. Laria serale di Milano sapeva di leggerezza e libertà. Francesca fece un respiro finalmente profondo.
Scusami, disse Matteo, salendo in macchina senza guardarla. Dovevo crederti da subito.
Tu la ami, sorrise lei, posandogli la mano sulla mano: è naturale. È difficile sospettare che chi amiamo ci ferisca di nascosto. Limportante è che ora sia finita.
Lui annuì, gli occhi pieni di rispetto. Sei stata incredibile. Quella scatola geniale!
Ho improvvisato, rise sottovoce Francesca. I coriandoli li aspirerò io. Promesso.
A casa rifecero il letto con lenzuola nuove. Poi ordinarono una pizza e stappano una bottiglia di vino rosso.
Giovanna non chiamò, per un mese. Offesa, ferita. Poi ricominciò, piano, con messaggi formali: Buona festa di SantAmbrogio. Matteo rispondeva breve, cortese. Nessuna visita richiesta, nessun invito accolto. I rapporti passarono allo stadio di guerra fredda, e a Francesca stava bene così.
Sei mesi dopo, ad una cena in casa della zia di Matteo, si rividero. Giovanna tenne le distanze, una riga amara sulla bocca. Quando la zia si vantò del suo nuovo servizio di porcellana, raccontando come lo custodiva nellarmadio lontano dalle mani dei curiosi, Francesca abbassò lo sguardo sorridendo. Giovanna la schivò, arrossendo.
Francesca strizzò locchio a Matteo. La loro casa, ora, era uno spazio protetto. A nessuno, nemmeno a Giovanna, era più concesso entrarvi senza permesso.
A volte, per fare vero ordine in casa e nella vita, serve non solo riporre le cose al proprio posto Ma sbarazzarsi da chi il disordine lo crea. Anche se per farlo bisogna usare coriandoli e una scatola rossa. Ne vale la pena.






