La suocera ha deciso di mettere alla prova Olga: il risultato è stato sorprendente

La suocera decise di mettere alla prova Chiara. Il risultato fu davvero inaspettato.

Giovedì sera squillò il telefono. Era la mamma di Matteo, mia moglie prese la chiamata, parlarono una decina di minuti e poi arrivò da me, in cucina, con quellespressione di chi deve dare una brutta notizia ma ancora non sa come dirla.

Mia madre viene a stare da noi, disse, un paio di settimane.

Io mescolavo il minestrone.

Quando arriva?

Sabato.

Spensi il fornello.

Un paio di settimane. Nel vocabolario di Teresa Romano, questo significava tutto e niente. Un po come un pizzico di sale nelle sue ricette: definizione tremendamente soggettiva.

La suocera si presentò sabato, puntualissima a mezzogiorno, con una grossa borsa che tintinnava minacciosamente e quello sguardo tipico delle persone giunte per unispezione. Unaria valutativa, come chi entra in un appartamento prima di comprarlo.

Bene, disse lanciando uno sguardo allingresso, niente polvere. Già è qualcosa.

Matteo rise. Io accennai un sorriso.

Per quanto sembri incredibile, quello era un vero e proprio complimento.

Teresa passò subito in cucina, aprì il frigo non per caso, anche se si sforzò di sembrarlo e commentò con aria pensosa:

Prendi lo yogurt magro? A Matteo servirebbe quello intero, ha lo stomaco delicato.

È stato lui a chiederlo, risposi.

Sì, certo, chissà per quale motivo, richiuse il frigo con la soddisfazione di chi ha scoperto qualcosa di importante da annotare.

Quella sera, mentre Matteo era sotto la doccia, Teresa si sedette composta sul divano e, dolcemente, quasi con affetto, disse:

Non prenderla a male, Chiara. Per me è fondamentale capire davvero chi sei.

Teresa era una professionista nellarte della discrezione. Lavorava come un restauratore, grattando piano piano per arrivare in fondo. Ogni osservazione era precisa, sempre accompagnata dal sorriso, così innocua da sembrare gentile.

Il secondo giorno fece una scoperta fondamentale: gli asciugamani.

Chiara, disse con aria riflessiva, dallo stipite del bagno, lo sai che gli asciugamani bisognerebbe appenderli con il cappio verso il basso? Si asciugano meglio.

Io li metto sempre così, risposi.

Eh, sì, certo, e appese il suo asciugamano con il cappio verso il basso, come una nuova bandiera che segnava il territorio.

Le camicie di Matteo erano appese nellarmadio, stirate, ordinate per colore. Teresa aprì lo sportello, osservò un po in silenzio e commentò sottovoce, quasi parlando con se stessa:

I colletti sono un po stropicciati. Forse è voluto, chissà.

Dico la verità, a volte restavo interdetto: non era una domanda, ma un dato di fatto. Formulato appositamente per non richiedere risposta.

La pianta sulla finestra una vecchia ficus, ereditata nella casa precedente, portata con me da un quartiere allaltro a suo dire veniva annaffiata nel modo sbagliato.

Chiara, i ficus non amano lacqua dallalto. Meglio mettere lacqua nel sottovaso.

Questo ficus vive con me da otto anni, replicai.

Sì, ma poteva vivere ancora meglio.

Il ficus, giustamente, taceva.

La suddivisione del cibo in frigo meritò una vera lezione: i latticini solo al centro, la carne solo in basso e rigorosamente nei contenitori, le verdure nei sacchetti forati, altrimenti appassiscono, le uova nellapposito portauova, mai nella porta perché si scuotono troppo. Io ascoltavo e annuivo. Annuivo e ascoltavo. E lasciavo le uova nella porta del frigo.

La sera, Teresa telefonava io sentivo, non di proposito, ma le pareti erano sottili e la sua voce era quella di uninsegnante abituata a farsi ascoltare.

No, Rosa, in generale tutto bene. Ci prova. Però si capisce subito: non è portata. Fa il minestrone con i fagioli! Puoi crederci? Matteo, povero figlio mio, mangia senza fiatare, è tanto buono. Ma io vedo, altroché. E gli asciugamani? Lasciamo perdere. E quelle piante

Lavate una tazza al lavello, pensai tra me e me: durerà ancora molto? Mi sentivo aver ormai fallito la prova. Cosa succederà adesso?

Matteo osservava tutto con quellindifferenza maschile che è solo apparenza: capisce benissimo, non sa come reagire e spera sempre che passi tutto da solo.

La sera mi rassicurava:

Non ascoltarla, si preoccupa soltanto.

Lo so, gli rispondevo.

Non lo fa con cattiveria.

Lo so, Matteo.

Vuole solo essere sicura che siamo felici.

Lo so.

Mi guardava con un misto di senso di colpa e sollievo. Felice che capissi, che non facessi scenate, che rimanessi calma.

Va bene pensavo e tornavo a lavare i piatti.

Il decimo giorno, Teresa lasciò di proposito disordine in cucina. Tornai dal lavoro verso le sei e mezzo, trovai tazze sporche sul tavolo, briciole, il burro lasciato fuori. La suocera stava comodamente seduta in salotto davanti alla TV.

Misi tutto in ordine. Pulii, lavai, sistemai.

Quella sera Teresa disse a Matteo, convinta che fossi in bagno:

Matteo, hai visto che cera confusione in cucina di nuovo? Mi sa che non ce la fa a star dietro a tutto.

Io ero nel corridoio con lasciugamano in mano.

Matteo rimase in silenzio.

Ecco, pensai. Adesso è chiaro.

Non ci rimasi male. O, almeno, non lo diedi a vedere.

Il giorno dopo, a colazione, quando Teresa mi annunciò che la settimana seguente sarebbero arrivate le sue tre sorelle così, per conoscerci meglio sorrisi e risposi:

Perfetto. Sarà un piacere.

Matteo mi guardò sorpreso. Teresa invece diffidente. Finita la colazione, uscii per andare al lavoro, tranquilla.

Vedremo, come piace dire a lei.

Le ospiti arrivarono sabato, verso le due e mezzo.

Le tre sorelle di Teresa Erminia, Lidia e Silvana erano donne solide, già avanti con gli anni, ciascuna con opinione su tutto e una voce forgiata dallesperienza. Entrarono, diedero unocchiata rapida alla casa, quasi come veterani abituati a fare controlli severi, e si tolsero i cappotti.

Bella casa, disse Erminia. Luminosissima.

Lavete ristrutturata da molto? domandò Silvana.

Tre anni fa, risposi.

Si vede, aggiunse Silvana, senza specificare cosa.

Teresa le accolse in ingresso con aria da regista che osserva gli attori entrare in scena. Matteo aiutava con le giacche. Io rimasi un po in disparte, serena, con un piccolo sorriso, niente traccia di agitazione.

Questo fece insospettire leggermente Teresa.

Entrammo in soggiorno. Ci sedemmo. Erminia posò il cuscino, così, per abitudine, e mi chiese:

Allora Chiara, cosa ci prepari di buono oggi?

Ed è qui che succede il meglio: io mi rivolgo a Teresa, con naturalezza, senza enfasi, né sfide.

Teresa, pensavo che oggi la cucina fosse tutta tua. Sai sempre fare meglio di me. Tutti dicono che i tuoi piatti sono insuperabili. Non vorrei fare brutte figure davanti alle tue sorelle.

Silenzio.

Teresa mi guardò. Io la guardai sorridendo, serena, come a proporre qualcosa di normalissimo, senza la minima provocazione.

Eh, abbozzò la suocera.

In frigo cè tutto, aggiunsi. Pollo, verdure, insalate. Ho fatto la spesa stamattina. E Matteo ha sempre detto che cucini benissimo.

Matteo, nascosto dietro una rivista, fissava improvvisamente il tappeto con interesse.

Lidia scambiò uno sguardo con Erminia. Silvana fissava Teresa con aria curiosa.

Daccordo, disse Teresa. E si avviò verso la cucina.

Io mi sedetti accanto a Erminia e le chiesi, semplice:

Comè andato il viaggio? Trovato traffico?

Erminia inizialmente incerta, rispose. Poi Silvana aggiunse qualcosa sulle code in tangenziale. Poi Lidia commentò che nel suo quartiere il sabato non si cammina. In breve il discorso si sviluppò, come succede quando si chiacchiera per evitare il silenzio.

Dalla cucina arrivavano rumori.

Prima lo sportello del frigo. Poi silenzio. Poi di nuovo uno sportello, qualche pentola sbattuta, il rumore tipico di chi cerca una teglia che non trova.

Chiara! chiamò Teresa dalla cucina. Dovè la teglia per il forno?

Nellarmadietto in basso, a destra, risposi tranquilla dal soggiorno.

Pausa.

Non la vedo.

Sotto la lasagnera.

Lunga pausa.

Ah, eccola.

Erminia tossicchiò. Lidia osservò la stampa sopra il divano. Silvana guardava fuori dalla finestra, imperturbabile.

Mi rivolsi a Lidia:

Lidia, gradisci un tè intanto? Metto a bollire lacqua.

Sì, grazie, rispose sollevata.

Andai in cucina, rimanemmo qualche attimo in silenzio, io e Teresa, una accanto allaltra. Lei stava davanti al tagliere come un generale costretto a pelare patate.

Non dicemmo nulla.

Io preparai le tazze e uscii.

La cena fu pronta dopo quasi due ore. Un po di confusione, il pollo un po secco, il sugo liquido. Teresa mise la tavola con laria di chi adempie a un dovere ma preferirebbe essere altrove.

Erminia, assaggiando il pollo, disse diplomatica:

Teresa, hai sempre cucinato benissimo.

A tavola regnava il silenzio. Non imbarazzo, solo una quieta consapevolezza. Tutti mangiavano, chiacchieravano fra loro, facevano complimenti un po forzati ma sinceri.

Io durante la cena non dissi nulla di speciale. Chiesi dei figli di Lidia, parlai dellorto, versai il tè ai presenti.

Teresa, in cima al tavolo, taceva.

A fine serata, lavai i piatti e Teresa venne in soggiorno, strofinandosi le mani sullasciugamano. Quello appeso rigorosamente con il cappio in basso.

Mi sedetti con Matteo con una tazza di tè in mano. Teresa si fermò sulla soglia, poi si avvicinò, si sedette in poltrona. Restammo muti qualche minuto. Fuori la sera era ormai scesa, e in lontananza si sentiva la TV dei vicini.

Sei stata molto brava oggi, disse Teresa.

So quello che voglio, risposi.

Annuii. Si alzò, andò verso la sua stanza, si fermò sulla soglia, senza voltarsi:

Ah, il minestrone con i fagioli… a dire il vero, era buono.

E uscì.

Matteo mi guardò.

Da quanto avevi pensato tutto questo? mi domandò sottovoce. Della cucina, dico.

Da quando hai taciuto nel corridoio, risposi.

Lui assentì. Non aggiunse altro.

Tre giorni dopo, Teresa tornò a casa. Si preparò da sola le valigie, chiamò il taxi per conto suo. Salutò Matteo con un abbraccio e, dopo un attimo di esitazione, abbracciò anche me.

Chiusi la porta alle sue spalle. Poi andai in bagno e rimisi il mio asciugamano come mi piaceva: con il cappio verso lalto.

Mi sono reso conto che, a volte, la vera forza sta nellaccogliere le tempeste senza perdere mai la propria tranquillità.

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