La suocera ha fatto razzia dei miei prelibati salumi nel frigorifero, infilandoli nella sua borsa prima di andarsene

Diario, venerdì sera, Milano.

Oggi è stato il giorno del mio compleanno: trentacinque anni, da non credere. Quando ho visto cosa aveva comprato mia moglie, ho pensato che avessimo fatto la spesa per una festa di nozze. «Ma sei sicura che ci serva tutta questa roba?» ho chiesto a Paola, studiando la confezione sottovuoto di culatello come se fosse il conto del dentista. «Il culatello costa come un serbatoio di benzina per la Ferrari!» le ho detto, guardando il prezzo con gli occhi sgranati.

Ma Paola era già immersa fra le buste della spesa: peperoni rossi lucidi, una piccola scatola di caviale con il coperchio dorato, una forma pesante di parmigiano reggiano, bottiglie di buon vino. Cera odore di pane fresco e di salumi nella cucina. «Dai, oggi festeggiamo il tuo compleanno! Vengono gli amici, arriva tua mamma. Non penserai di offrire patate lesse e insalata russa, vero? Ho preso una bella gratifica al lavoro, per una volta voglio fare le cose senza vergognarmi.»

«Mi va bene anche la cucina della nonna», ho borbottato, ma ho comunque sistemato il culatello in frigo, nascosto in fondo. «Tanto mamma ci farà la solita predica: sprecate i soldi, meglio pagare il mutuo.»

Paola ha sospirato. «Tua mamma troverà sempre da ridire, che sia roba cara o roba economica, cè sempre qualcosa che non va. Ormai ho imparato: basta che tu e gli ospiti siate contenti. Ah, quel prosciutto lho cercato per tutta Milano, è proprio quello spagnolo che avevi mangiato anni fa in vacanza, ricordi?»

Ho sorriso, ricordando quel viaggio. Era davvero buono, lo ammetto. «Va bene, hai ragione. Facciamo festa. Lunica cosa, togliamo i prezzi: non voglio che mamma svenga.»

I preparativi sono proceduti spediti. Paola cucina benissimo, ma odia essere controllata. Naturalmente, mia madre, la signora Gabriella, aveva promesso di venire presto: «per aiutare Paola». Queste parole mi mettono sempre a disagio. Aiuto equivale a sedersi al centro cucina e dispensare consigli, criticando ogni dettaglio dalle pentole alle tende.

Alle due precise, campanello. Ho aperto la porta e ho sentito la voce squillante di mamma: «Eccolo il festeggiato! Vieni qui, lasciati abbracciare! Sei magro come uno stecchino. Con questi piatti pronti non ingrassi di certo.»

«Mamma, dai, Paola cucina meglio di qualsiasi rosticceria», ho detto aiutandola a togliere il cappotto di lana pesante.

«Non contraddire la mamma. Hai le occhiaie, lo vedo.»

Mamma è entrata in cucina quasi come una nave rompighiaccio, con la sua immancabile borsa della spesa che non lascia mai. «Ciao Paola, sono felice di vederti. Accendo il bollitore per il tè.»

«Dopo, dopo. Prima, vi ho portato dei regali. So che nel vostro frigo non cè mai niente, poverini.»

Ha iniziato a sistemare le sue provviste: il classico vasetto di cetriolini sottolio fatti in casa, un sacchetto di mele dallortomezze marce, ma secondo lei pieno di vitaminae un pacco di caramelle Rossana che sembravano uscite dagli anni Settanta.

«Ecco, i miei cetrioli sono senza schifezze. Le mele basta togliere la parte rovinata, le fate a composta, meglio non buttare.»

«Grazie», ha risposto Paola, evitando di guardare il liquido torbido dei cetrioli.

Mamma era già davanti al frigo: il suo rituale era controllare se cè posto, ma in realtà era unispezione.

«Wow», ha detto vedendo il trionfo di leccornie. «Il caviale rosso? Due barattoli? Avete trovato un tesoro o Paola ha svaligiato una banca?»

«Mi hanno dato una gratifica, mamma», ho spiegato, rubando un pezzetto di parmigiano dalla tavola.

«Una gratifica, certo… invece di aiutare la mamma con il cancello arrugginito della casa in campagna, vi mangiate il caviale col cucchiaio. Vabbè, io non ho bisogno di molto.»

Ha chiuso il frigorifero e si è seduta al suo solito posto, bloccando laccesso al lavello.

«Paola, fammi vedere cosa hai cucinato. Io intanto mi riposo, sono distrutta. La pressione alta, ma ti assicuro, dovevo per forza venire a festeggiare mio figlio.»

Le tre ore successive sono state la solita maratona. Paola tra i fornelli, io a mettere i piatti in tavola, e mamma a commentare ogni mossa.

«Metti troppo maionese, fa male. Il pane così caro non serve, al Carrefour costa meno. La carne va battuta meglio, così resta dura.»

Paola faceva finta di non sentire: il segreto è il silenzio zen.

Alle sei sono arrivati gli amici. Casa piena di risate, profumi di profumo maschile, tavola imbandita. Avevamo di tutto: arrosto di maiale, rotolini di melanzane, tartine col caviale, salumi e formaggi vari, insalata, portate calde.

Al primo brindisi, ovviamente, mamma ha preso il palco.

«Ti ricordi quando sei nato, Vado? Ho sofferto due giorni interi…»

Gli amici ascoltano la storia per la quindicesima volta. Paola ne approfitta per servirsi linsalata.

«…E ora sei grande, sposato. Vabbè, come è andata, è andata», ha detto fissando Paola. «Limportante è che tu sia felice. La tavola di Paola forse è troppo ricca, io sarei stata più sobria. Oggi tutti vogliono mostrare. E la gente che si lamenta della crisi…»

Mamma si è servita una fetta gigante di anguilla affumicata (presa in gastronomia per un capogiro di euro), assaggiando con gusto. «Mmm, è pesce, tutto qua. Salato e grasso. Ai miei tempi la sardina era migliore.»

Nonostante le critiche, mangiava con appetito. Il culatello spariva a una velocità record. Le tartine con caviale le divorava una dietro laltra, commentando: «Il caviale è troppo piccolo, secondo me è finto. Fammi vedere la confezione, Paola, che magari ci avveleniamo.»

Paola sorrideva e versava vino. Vedevo che mi vergognavo, ma non dicevo nulla. Mai davanti agli altri, né da soli.

La serata scorreva. Gli amici lodavano le portate, le chiacchiere allegre coprivano i soliti discorsi tristi di mamma sugli anziani e figli ingrati.

Verso le dieci tutti hanno cominciato a salutare: domani si lavora.

«Paola, sei una maga!», ha detto Sergio, il mio migliore amico. «Languilla è da leccarsi i baffi. Grazie!»

Quando lultimo ha chiuso la porta, il silenzio è calato. Sentivo solo mamma sistemare i piatti.

«Vi aiuto a sistemare, se no andate avanti fino a domani», ha dichiarato. «Vado, porta giù la spazzatura; Paola, sistema nei contenitori il resto delle portate.»

Paola sembrava sfinita.

«Signora Gabriella, lasci stare, faccio tutto io. Vuole che le chiami il taxi?»

«Il taxi? Ma stai scherzando? Uno spreco di soldi. Prendo lautobus, ancora passano. E smettila di fare la difficile, ti aiuto. Tu sei pallida, vai a lavarti la faccia e prendi una pastiglia. Io sistemo il necessario.»

Paola è andata in camera per un antidolorifico. Dopo si è lavata il viso. Immagino pensasse: Guai a lasciare mamma da sola in cucina, finisce che usa la mia crema viso per lavare i piatti.

È rientrata silenziosa, in pantofole; si è fermata sulla soglia: mamma, di schiena, davanti al frigo aperto, la mega borsa della spesa aperta vicino a sé. Mossa rapida, da prestigiatrice. Ha raccolto tutto il piatto dei salumi rimasticulatello, arrosto, salame artigianalein un sacchetto a parte, infilato nella borsa.

Paola ha strizzato gli occhi. Non era uno scherzo. Mamma ha preso il contenitore con la trota affumicata di domani, tre etti buoni. Sacchetto, borsa.

Poi ha avvolto metà della torta Millefoglie fatta da Paola ieri notte. Niente scatola, solo strati ammassati nella stagnola.

«Vediamo…», ha bisbigliato. «Parmigiano, meglio che lo prendo io, tanto si secca.»

La fetta di parmigiano (costato uno stipendio) nella borsa. Olive; e, il colpo finale: quasi tutta la bottiglia di cognac buono, dono dei colleghi, mai aperto.

Paola mi racconta che ha osservato la scena, sconvolta: urlare, accusare di furto? Impossibile chiamare ladra la madre di suo marito.

Proprio in quel momento sono rientrato.

«Che freddo fuori, mamma andiamo? Non mi tolgo la giacca, ti accompagno.»

Mamma si è spaventata, chiudendo la borsa, e ha incrociato lo sguardo di Paola. Si è subito ricomposta.

«Oh, Paola, sei già tornata? Sto solo sistemando, aiuto a pulire.»

Ha preso la borsa, evidentemente più pesante. «Mamma, ti aiuto? Coshai lì, mattoni?», ho scherzato affacciandomi in cucina.

«No!» ha gridato stringendo la borsa al petto. «Ho solo barattoli vuoti e cose mie, non toccare.»

«Quali barattoli?», ho chiesto. «Hai portato solo un vasetto di cetrioli che è qui sul davanzale.»

«Altri barattoli! Basta domande.»

Paola ha fatto un passo avanti, occhi di ghiaccio.

«Signora Gabriella,» ha detto, piano ma decisa, «metta la borsa sul tavolo.»

«Cosa? Mi vuoi perquisire? Vado, tua moglie mi tratta da ladra!»

«Paola, ma che succede?» Non capivo.

«Vado,» mi ha interrotto, fissando la borsa. «Lì dentro cè la nostra colazione, il pranzo, la cena. Cè la trota per cui ho speso novanta euro, il culatello, il cognac, e la torta.»

«Stai vaneggiando!» ha sbraitato mamma, cercando la porta. Ma la borsa si è incastrata nel tavolo, le maniglie sono saltate e tutto si è rovesciato sul pavimento.

Spettacolo grottesco: salumi ovunque, la trota affumicata spiaccicata sulla mia pantofola, la torta millefoglie sbriciolata, il cognac rotolato sotto una sedia; sopra tutto, il parmigiano e le caramelle.

Silenzio tombale. Sentivo solo il frigorifero e il respiro agitato di mamma.

Guardavo i salumi per terra, la trota sulla scarpa, la faccia sbalordita di mia madre. Ho sentito prima stupore, poi imbarazzo, poi una vergogna profonda.

«Mamma?» ho detto piano. «Cosè tutta questa roba?»

Mamma si è irrigidita. Ha risposto con aggressività.

«Cosa cè di male? Ho preso quello che avevate. Avete il frigo pieno, io vivo con novecento euro di pensione! Quel culatello lo vedo solo in TV! Ho diritto anchio a provare qualcosa di buono, io ti ho cresciuto! Mi neghi una fetta di salame?»

Paola taceva. Io sapevo che il momento era decisivo. Di solito avrei fatto di tutto per placare la situazione: «Prendila pure mamma, non ci importa». Ma stavolta non ce la facevo.

Ho raccolto la trota dal pavimento, lho messa sul tavolo. Poi la bottiglia di cognac.

«Mamma,» ho detto a bassa voce. «Non è il salame il problema. Se tu avessi chiesto, ti avremmo preparato tutto. Sempre. Ma tu hai aspettato che Paola uscisse e hai infilato tutto di nascosto. Come… come un topo.»

«Come mi hai chiamata?!» ha urlato mamma, portandosi la mano al cuore. «Mi volete ammazzare!»

«Basta scene, Gabriella,» ha detto Paola glaciale. «Il tuo medicinale è nella tasca sinistra del cappotto, lho visto.»

Mamma si è bloccata. Atto teatrale fallito.

«Vado,» ha detto Paola, «raccogli tutto in un sacchetto.»

«Perché?» ho chiesto.

«Dallo a tua madre. Che si porti tutto. Sarà il regalo per il tuo compleanno. E il prezzo per un mese di tranquillità.»

Mamma ansimava come una trota fuori dallacqua.

Ho messo tutto nel sacchetto, anche la trota, anche il parmigiano, anche la torta. Ho lasciato solo il cognac.

«Questo lo tengo», ho detto. «Ne ho bisogno adesso.»

Ho passato il sacchetto a mamma.

«Prendi e vai via. Ti ho chiamato il taxi mentre urlavi, sarà qui tra pochi minuti.»

«Mi state buttando fuori? Per il cibo?»

«Perché hai mentito. E hai mancato di rispetto a noi e a questa casa.»

Mamma ha afferrato il sacchetto, con gli occhi pieni di lacrime rabbiose.

«Non metterò più piede qui! Vivete pure come volete, borghesi! Che vi vada di traverso il culatello!»

Se nè andata sbattendo la porta, tremando.

Paola si è seduta, scossa.

Ho preso i bicchieri, ho versato il cognac.

«Bevi, ti serve.»

Paola ha sollevato la testa. Mi sentivo invecchiato di dieci anni. Mi sono seduto davanti a lei e le ho preso la mano.

«Perdonami, Paola.»

«Per cosa? Tu non sapevi.»

«Per non averci pensato prima, per averle sempre permesso tutto. Ho sempre pensato: è mia madre, fa così ma è buona. Ora mi vergogno come se fossi io ad aver rubato.»

Paola ha sorseggiato, il cognac le ha ridato energia.

«La cosa buffa», ha detto, «è che avevo preparato apposta una pagnotta di salame e una fetta di formaggio per lei, nel cassetto di sotto del frigo. Non li ha nemmeno visti.»

Mi è venuto da ridere.

«Davvero?»

«Davvero.»

«Con lei sembra impossibile essere civili», ho detto finendo il bicchiere. «Domani cambio la serratura. Le chiavi ce le ha già, non voglio trovami la TV sparita perché da Veronica del piano di sopra lo schermo è più grande.»

Paola mi ha guardato sorpresa e con ammirazione. Era la prima volta in sette anni che mi vedeva parlare di mia madre senza scusarla.

«E domani cosa mangiamo?», ha chiesto guardando la tavola vuota.

Sono andato al frigo. «Abbiamo ancora il secondo barattolo di caviale, le uova, il latte. Omelette al caviale! Da principini.»

Paola ha riso, sciogliendo la tensione.

«Ci sono anche le mele marce», ha ricordato. «Possiamo fare la composta.»

«No, quelle domani le butto. Come anche i cetriolini. Basta con gli aiuti agrari.»

Abbiamo passato la notte a parlare come mai prima. Abbiamo capito che lamore filiale non significa accettare tutto passivamente, che la famiglia vera siamo noi due.

Sabato mattina mi ha svegliato lodore di caffè. Stavo già preparando la colazione.

«Buongiorno», ho detto baciandola sulla testa. «Pensavo… ti resta ancora la gratifica?»

«Un po. Perché?»

«Che ne dici se andiamo via per il weekend? Magari in agriturismo, o a Firenze per due giorni. Telefono spento.»

«E mamma? Passerà la giornata a chiamare i parenti per lamentarsi di noi.»

«Che chiami. Noi abbiamo altro da fare. Lomelette è pronta, vieni a tavola.»

Paola guardava il piatto, la frittata gialla decorata con caviale rosso. Non era la ricchezza, ma la pace e la libertà il vero sapore.

Dopo due giorni, mamma ha chiamato. Ho guardato il display, girato il telefono.

«Non rispondi?»

«No. Lasciamola sbollire. Magari tra un mese. Ora ti porto al cinema.»

Paola si è vestita. Il frigo era vuoto, ma io mi sentivo finalmente libero. E questa vale più di tutti i culatelli del mondo.

Oggi ho capito che mettere dei limiti non è egoismo, è il rispetto per sé e per la propria dignità. Quando serve, bisogna saper dire basta, anche a chi ci è più caro.

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