E i gomiti? Chi è che mette i gomiti sul tavolo? In una famiglia per bene, ti avrebbero già mandato via, la voce acida di Tommasa Palmiro squarciò la quiete della cena come una sega arrugginita. Davide, guarda tuo figlio. Ha sette anni e tiene la forchetta come una zappa! Ai miei tempi ti davano una bacchettata sulle mani per questo.
Elisabetta strinse la forchetta così forte che le nocche le sbiancarono. Inspirò profondamente cercando di non guardare la suocera, spostando invece lo sguardo su Michele. Il bambino, sentendo la rimprovero della nonna, si accasciò sulle spalle, abbassò la testa e nascose le mani sotto il tavolo, rischiando di rovesciare il bicchiere di succo darancia.
Signora Tommasa, siamo a casa, non al ricevimento dal Presidente della Repubblica, rispose Elisabetta con calma decisa. Michele è solo stanco dopo lallenamento. Lascialo mangiare in pace.
Vedi? trionfò la suocera, sventolando il cucchiaino con cui aveva appena mescolato lo zucchero. È questo il problema! È stanco, è piccolo, lascialo riposare. Li stai crescendo tutte e due come delle principessine, Betta. Un uomo deve essere risoluto! La disciplina forma il carattere. Io Davide lho cresciuto da sola, senza mariti a cui appoggiarmi. Era un soldatino. E da voi invece? Un circo.
Davide, in cima al tavolo, masticava in silenzio il polpettone, gli occhi fissi nel piatto. Elisabetta conosceva questa strategia: fingi di non esistere. Davide odiava i conflitti, soprattutto se coinvolgevano sua madre. Tommasa era una donna autoritaria, rumorosa e sempre convinta di avere ragione. Veniva a trovarli una volta al mese e quei giorni per Elisabetta erano come un appuntamento dal dentista senza anestesia.
Nonna, oggi ho preso dieci in disegno! intervenne Giorgia, la figlia di cinque anni, per smorzare la tensione. Vuoi vedere il mio disegno? Ci siamo tutti: tu, papà e mamma!
La nonna la guardò lentamente, il suo sguardo gelido.
A tavola non si parla, Giorgia. Quando si mangia si tace. Hai mai sentito il detto? E non si dondolano le gambe, è da maleducati. Sei una signorina, non la fruttivendola del mercato. Siediti dritta.
La piccola abbassò lo sguardo, persa la voglia di sorridere. Posa le mani in grembo e rimase zitta. Elisabetta sentì crescere dentro unirritazione sorda. Critiche ai suoi piatti (troppo sciapi), alle tende (troppo scure), al suo fisico (troppo magra, alle donne così gli uomini non ci vanno dietro) poteva sopportarle. Ma quando si trattava dei figli, la pazienza evaporava.
Mamma, adesso basta, mormorò Davide. Sono solo bambini. Faglieli mangiare in pace.
È per il loro bene! Tommasa alzò le mani. Dico io la verità, almeno io! Voi solo coccole e poverino. La vita è dura! Se li allevate così, ve ne pentirete. Guarda la mia vicina, la signora Valentina: suo nipote è al collegio militare, educato, composto. E il vostro Michele? Laltro giorno mi ha salutato sussurrando qualcosa e via di corsa! Selvatico!
Michele ha salutato. È solo timido, spiegò Elisabetta.
Timido! sbuffò la suocera. Maleducato, altroché. È colpa della madre.
La cena finì in silenzio. I bambini finirono in fretta e, mormorando un grazie, scapparono nelle loro stanze. Elisabetta sparecchiò, sentendo su di sé il giudizio della suocera.
Almeno lava i piatti a mano, non mettere tutto in lavastoviglie, il solito consiglio. Quelle macchine non lavano bene, rimane la chimica. Vuoi avvelenare la tua famiglia?
Signora Tommasa, penso io ai piatti, Elisabetta lasciò cadere rumorosamente un piatto nel lavandino.
La serata fu tesa. La suocera girava per casa toccando i mobili in cerca di polvere, spostava gli oggetti in corridoio (così sono più comodi) e commentava rumorosamente i notiziari. Davide si rifugiò in camera con il portatile per lavorare.
La tempesta si abbatté il giorno dopo, sabato. Elisabetta aveva in programma di fare una crostata e portare i bambini in villa comunale, ma il maltempo la costrinse a restare a casa. I bambini, annoiati, iniziarono una battaglia navale usando i cuscini del divano e facendo il tifo.
Tommasa stringeva il suo lavoro a maglia sulla poltrona, sempre più indispettita.
Basta con questa baraonda! gridò infine. Mi state facendo venire il mal di testa! Non potete giocare tranquilli? Leggere? Fare un puzzle?
Nonna, ma noi siamo pirati! urlò Michele brandendo la spada giocattolo. I pirati mica sussurrano! Allarrembaggio!
Saltò dal veliero e nella rincorsa urtò il tavolino dove la nonna aveva il tè. La tazza sbandò, rovesciando la bevanda sul lavoro a maglia e sulla vestaglia della suocera.
Tommasa balzò in piedi, infuriata.
Sciagurato! sbraitò scuotendo le mani. Sei cieco? Corri come un ossesso!
Non volevo… balbettò Michele, facendosi piccolo.
Non volevo! Non vuoi mai! Testa di legno che non sei altro! e lo afferrò per le spalle, scrollandolo.
Sentendo le urla, Elisabetta uscì di corsa dalla cucina. Vedere la suocera stringere il figlio la fece gelare.
Lasciatelo andare! gridò, liberando Michele Non toccate mai più i miei figli!
Michele si aggrappò a lei, in lacrime. Giorgia, seduta tra i cuscini, pianse dalla paura.
Non urlare con me! strillò Tommasa. Vedi che hai cresciuto? Mi ha rovinato il lavoro, il tè! Perché tu li lasci fare tutto! Crescono come lerbaccia, senza pudore né rispetto. Gente maleducata!
La parola gente rimase pesante nellaria. Elisabetta abbracciò i bambini, spaventati.
Come ha detto? chiese piano.
Hai capito benissimo! urlò la suocera, ormai fuori controllo. Maleducati e selvatici, senza rispetto per gli adulti. In una famiglia normale, Michele starebbe già in castigo in ginocchio. E questo piange come una femminuccia. Tutto sua madre!
Proprio in quel momento entrò Davide.
Che succede? Mamma, perché urli?
Chiedi a tua moglie! Tuo figlio mi ha rovesciato il tè addosso e lei lo difende!
Davide guardò Elisabetta, esitante.
Betta, però devi controllarli…
Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Se solo avesse preso le sue difese… ma si nascondeva ancora dietro la neutralità.
Elisabetta si fece decisa, calma come il ghiaccio.
Davide, porta i bambini di là e accendi loro un cartone.
Perché? domandò lui.
Fallo e basta.
Vedendola così, Davide non chiese altro e accompagnò i figli in cameretta. Elisabetta si trovò sola con la suocera.
Signora Tommasa, disse ferma. Prepara le sue cose.
Tommasa, che si aspettava una lite, rimase di sasso.
Cosa?
Prenda le sue cose. Deve andare via. Subito.
Sei matta? la donna sgranò gli occhi. Sono venuta da mio figlio! Anche questa è casa mia!
È casa nostra. Qui nessuno ha il diritto di insultare i miei figli. Chiamarli maleducati, selvaggi, scrollarli e umiliarli. Ho sopportato le sue critiche, ma i bambini sono la mia linea rossa. Lha superata.
Come osi?! gridò la suocera. Sono la madre di tuo marito! Sono la nonna! Ho il doppio dei tuoi anni!
Letà non giustifica la maleducazione, tagliò corto Elisabetta. Ha chiamato mio figlio gente perché ha rovesciato per sbaglio il tè mentre giocava. Lha umiliato. Li ritiene maleducati? Allora non dovrà più sopportare la loro compagnia.
Davide! Vieni qui! sbraitò Tommasa. Vedi cosa dice tua moglie? Vuole buttarmi fuori!
Davide uscì dalla cameretta, pallido e nervoso.
Mamma, Betta… basta, su. Mamma, hai esagerato anche tu…
Ho esagerato?! Io sto educando, visto che voi non ci riuscite! E lei mi caccia! Dì qualcosa! Questa è anche casa tua!
Davide guardò Elisabetta. Lei incrociò le braccia, fiera. Nei suoi occhi lesse una novità: se non avesse preso posizione, avrebbe perso moglie e figli.
Davide, disse lei piano. Tua madre ha appena insultato i nostri figli e ha trattato Michele con violenza. Se lei non se ne va adesso, me ne vado io. Con i bambini. E non torno più. Scegli.
Un silenzio irreale calò nella stanza. Si sentiva solo il ticchettio dellorologio e la pioggia contro i vetri. Tommasa sorrideva sicura: sapeva che il figlio avrebbe scelto lei, la madre che aveva dato la vita per lui.
Ma Davide guardò la porta della cameretta. Si ricordò la sua infanzia, la bacchetta, i rimproveri, lumiliazione per voti e calzoni sporchi, la paura di tornare a casa. E pensò a suo figlio, impaurito dalla nonna.
Mamma, disse piano.
Dimmi, caro! Dille chi comanda!
Mamma, te ne devi andare.
Il sorriso di Tommasa si spense come una maschera di cera.
Cosa hai detto?
Prepara le tue cose. Betta ha ragione. Hai esagerato. Non si tratta i bambini così. Chiamo un taxi per la stazione.
Sei un traditore! sibilò la donna. Tua madre per quella femmina! Povero disgraziato! Io ti ho cresciuto, vegliato la notte!
Basta, mamma. Fai le valigie.
La mezzora successiva fu uno stillicidio. Tommasa sbatté gli abiti in valigia, maledisse la nuora e promise che non avrebbe più rimesso piede in quella casa né avrebbe lasciato loro un centesimo di eredità. Elisabetta, ferma in corridoio, controllava che tutto avvenisse senza la minima replica.
Quando arrivò il taxi, si fermò sulla soglia.
Tornerete strisciando da me, sputò. Quando questi educati vi abbandoneranno in una casa di riposo. Ricordatevi le mie parole.
La porta si chiuse.
Elisabetta espirò come se si fosse tolta un macigno dalle spalle, le gambe le cedettero e si sedette sulla panca dellingresso. Davide guardava fuori dalla finestra, osservando il taxi allontanarsi.
Come stai? chiese senza voltarsi.
Bene, la voce le tremò. E tu?
Male, ammise. È pur sempre mia madre.
Lo so, Davide. Mi dispiace, ma non potevo permetterle di rovinare i nostri figli. Ti ricordi comera con te? Vuoi davvero lo stesso per Michele?
Davide si voltò. Nei suoi occhi cera dolore, ma anche una nuova consapevolezza adulta.
No. Non lo voglio. Ho passato la vita a cercare la sua approvazione, Betta. Speravo che mi dicesse Bravo, Davide. Ma lei… non sa amare. Solo controllare e umiliare.
Elisabetta lo abbracciò. Lui le posò il viso sui capelli.
Grazie per avermi sostenuto, sussurrò lei. Era importante.
Quella sera, mentre i bambini ricostruivano un castello di Lego, Elisabetta e Davide erano in cucina.
E adesso cosa facciamo? domandò lui. Lei racconterà tutto ai parenti. Zia Lucia, zio Carlo… Ci sarà il finimondo.
Che parli, scrollò le spalle Elisabetta. Chi la conosce davvero capirà. E chi no, pazienza. Limportante è che ora a casa nostra cè serenità.
E se un giorno vorrà tornare? Chissà, tra un mese, due…
Non potrà, Davide. È entrata lunica volta di troppo. Finché non impara il rispetto per noi e per i nostri figli e finché non si scusa con Michele. Sinceramente.
Davide fece un sorriso amaro.
Mamma e scuse non stanno mai insieme. Allora non tornerà.
Passò una settimana. Il telefono di Davide non smetteva di squillare tra parenti indignati. Zia Lucia era furiosa: Hai buttato tua madre fuori sotto la pioggia! Secondo la versione di Tommasa, aveva semplicemente fatto unosservazione sulla polvere e la nuora, con laiuto del marito, laveva scaraventata fuori da malata. Nessun accenno alle offese o allaggressione.
Davide dapprima si difese, poi decise di non rispondere più. Elisabetta si sentiva insolitamente leggera: finalmente la casa aveva quellatmosfera calda e familiare che aveva sempre desiderato. Nessun controllo, nessuna critica. I bambini non sobbalzavano più quando chiamava a voce alta per portarli a tavola.
Arrivò il compleanno di Michele: otto anni. Amici, i padrini, i genitori di Elisabetta, bimbi ovunque, carte regalo, urla, risate, dita nel pandoro.
A un certo punto Elisabetta incrociò lo sguardo di Davide, che osservava il figlio e sorrideva.
Sai cosa direbbe adesso mamma? mormorò lui, avvicinandosi. Che è una porcheria mangiare con le mani. Che il pandoro si mangia con la forchetta da dolce.
E rovinerebbe la festa a tutti, annuì Elisabetta.
Eh sì. Invece Michele è felice. Guarda che occhi.
Perché sa che lo amiamo così comè. Anche con la faccia sporca e la voce forte.
Il campanello li fece sobbalzare. Un attimo di gelo: non sarà mica…?
Davide aprì. Era un corriere, con un pacco enorme.
Una consegna per Michele Davide, disse il ragazzo.
Davide firmò, portò il pacco in salotto. Tutti si zittirono.
Da chi sarà? chiese Michele.
Davide aprì il biglietto attaccato. Dentro cera una pista per treni elettrici, quella che Michele desiderava da mesi. E un biglietto.
Al nipotino per il compleanno. Cresci una persona, non come i tuoi genitori. Nonna Tommasa.
Davide lesse il biglietto tra sé e sé, lo appallottolò e se lo mise in tasca.
È dalla nonna Tommasa, disse ad alta voce.
Wow! urlò felice Michele. Ma verrà?
No, tesoro, intervenne Elisabetta prendendo la mano del marito. La nonna è molto indaffarata… Sta cercando di imparare qualcosa di nuovo.
Michele non insistette, era già rapito dalla pista nuova. Elisabetta e Davide si scambiarono unocchiata. Quel regalo era solo un tentativo di avere lultima parola, ma ormai non feriva più nessuno.
La sera, finita la festa e addormentati i bimbi, Elisabetta trovò il biglietto stropicciato nei pantaloni di Davide. Lo lesse, sorrise amara e lo gettò via.
Che fai? chiese lui dalla porta.
Niente, tolgo i rifiuti, rispose con un sorriso. Sai, pensavo… forse dovremmo cambiare la serratura. Non si sa mai.
Ho già chiamato un fabbro per domani, rispose serio. Ho anche bloccato per un po il numero di mia madre. Ho bisogno di una pausa.
Lei lo abbracciò forte. Sapeva quanto dolore provasse; spezzare certi legami, anche tossici, fa sempre male. Ma era sicura che quella ferita col tempo si sarebbe rimarginata, mentre le crepe nellanimo dei bambini sarebbero state assai più dolorose da sanare.
La vita andò avanti. Tommasa Palmiro non si presentò più alla porta di casa. Continuava a raccontare la sua versione ai parenti, a scrivere messaggi pungenti sui social (che Elisabetta non leggeva), ma la loro famiglia fu finalmente libera.
Michele cresceva vivace, a volte disubbidiente, ma sereno e aperto. Non aveva paura di esprimersi, non nascondeva le mani sotto il tavolo e sapeva ridere senza timori. Guardandolo, Elisabetta capiva di aver fatto la scelta giusta. Educare non significa dare ordini o instillare paura, bensì amare e proteggere. E quella protezione era stata lunica rivoluzione possibile, anche se la famiglia la vedeva come la cattiva nuora.
A volte, per avere la pace tra le mura di casa, basta chiudere bene la porta davanti a chi porta tempesta. E Betta aveva imparato a chiudere quella porta con doppia mandata.






