La suocera aveva appena svuotato il mio frigorifero, infilando le prelibatezze nella sua borsa prima di andarsene.
Sei sicura che ci serva tutta questa roba affettata? Quello è culatello, Francesca, costa come un viaggio a Capri Marcello girava tra le mani la confezione sottovuoto con aria allarmata, fissando il prezzo come se leggesse la sentenza della sua sorte.
Francesca continuava a sistemare le borse della spesa sul tavolo della cucina: i peperoni rossi lucenti, il vasetto panciuto di bottarga con il tappo dorato, il blocco pesante di Parmigiano Reggiano, le bottiglie di Chianti. Laria profumava di pane fresco e salumi.
Marcello, è il tuo compleanno, rispose calma, riponendo il latte nel frigorifero. Trentacinque anni. Arrivano i tuoi amici, viene tua mamma. Vuoi offrire solo patate bollite e insalata di sgombro? Ho preso la tredicesima, posso farmi un piacere una volta lanno, no? Voglio accogliere la gente con dignità almeno oggi.
Ma a me va bene anche con le patate, brontolò lui, ma intanto rimetteva il culatello vicino al muro del frigo, senza osare replicare. Solo che mamma comincerà con i soliti discorsi, che siamo spreconi, che dovremmo pensare al mutuo. La conosci: Meglio risparmiare, meglio anticipare i pagamenti.
Tua mamma si lamenta sempre, sospirò Francesca, tirando fuori linsalatiera. Se compriamo roba cara, siamo spendaccioni. Se risparmiamo, sembriamo morti di fame. Da tempo ho smesso di preoccuparmi di cosa pensa Assunta Rossi. Basta che tu e gli ospiti siate contenti. E poi, ho girato tutta Napoli per trovare questo prosciutto spagnolo, proprio quello che avevi assaggiato in Spagna cinque anni fa. Te lo ricordi?
Marcello sorrise, distendendo piano il viso.
Me lo ricordo. Buonissimo, cavolo, hai ragione. Ok, dai, festeggiamo come si deve. Togli almeno i prezzi però, non vorrei che mamma svenga.
La preparazione era ormai al culmine. Francesca amava cucinare, ma solo senza occhi indiscreti addosso. Oggi, guarda caso, Assunta aveva promesso di arrivare in anticipo “per dare una mano alla ragazza”. Quella frase le creava sempre una specie di tic nervoso: laiuto della suocera significava occupare la sedia migliore al centro della cucina, ostacolando il passaggio, dispensando consigli non richiesti e critiche su tutto, dal taglio delle verdure al colore delle tende.
Il campanello suonò due spaccate. Marcello accorse, Francesca si impose un sorriso di circostanza dopo essersi fermata un secondo a respirare profondamente.
Ecco il festeggiato! tuonò la voce di Assunta nel corridoio. Vieni qui che ti bacio, figlio mio! Sei diventato pelle e ossa. Eh, con i piatti pronti del supermercato, si diventa trasparenti.
Mamma, smettila, Francesca cucina da Dio, provava a difendersi Marcello mentre la aiutava a togliere il cappotto pesante.
Ma non mi contraddire, che vedo bene: guarda che occhiaie. Salve, Francesca.
Assunta entrò in cucina come una nave rompighiaccio nel Mar Tirreno. Aveva la solita borsa della spesa grande, fedele compagna di tutte le occasioni.
Buongiorno, signora Assunta. Che piacere vederla. Si accomodi, la moka è pronta.
Il caffè dopo, tagliò corto lei, piazzando la borsa sullo sgabello. Ho portato delle cosine da casa. Vi conosco, giovani doggi: il frigo grida vendetta.
Cominciò a sciorinare i suoi doni: un barattolo da tre litri di cipolle sottaceto, una busta di mele rinsecchite e butterate e un mucchietto di caramelle Rossana che sembravano sopravvissute agli anni 90.
Cipolle fatte da me, senza schifezze industriali, annunciò fiera. Le mele fanno bene, basta levare la parte marcia e sono perfette per la marmellata. Mica si buttano.
Grazie, annuì Francesca, evitando di fissare il liquido torbido.
Intanto Assunta aveva già aperto il frigorifero, una cerimonia a cui non rinunciava mai, mascherata da controllo dello spazio, ma Francesca sapeva che era puro controllo.
Oh, allungò il tono vedendo la fila di prelibatezze. Bottarga? Rossa? Due barattoli? Marcello, hai avuto una fortuna? O Francesca ha rapinato una banca?
Mi hanno dato la tredicesima, mamma, borbottò lui, staccando un pezzo di Parmigiano dal tagliere.
Tredicesima storceva la bocca la madre. E invece di aiutare la madre col cancello che cade a Ischia, sprecate tutto in caviale? Fate voi. Io sono gente semplice, mica pretendo tanto.
Chiuse il frigo e si sedette bloccando il passaggio al lavello.
Dai Francesca, fammi vedere che hai preparato. Mi riposo un attimo, le gambe non le sento più. La pressione è ballerina, ma sono venuta lo stesso. Come facevo a non festeggiare il mio Marcello? Una vera eroina, sono.
Le tre ore seguenti furono una maratona. Francesca correva tra i fornelli e il tavolo, affettava, mescolava, infornava, mentre Assunta commentava ogni sua mossa.
Troppo maionese, fa male.
Il pane così caro? Al Carrefour il filone costa due euro e mezzo ed è perfetto.
La carne dovevi batterla meglio. Verrà dura.
Francesca taceva. Aveva imparato a isolarsi mentalmente, lasciando che la voce della suocera le scivolasse addosso. Limperativo: sopravvivere fino a sera.
Verso le sei arrivarono gli ospiti: gli amici di Marcello, rumorosi, allegri, col profumo di colonia che riempiva la casa. Il tavolo era sontuoso. Francesca aveva cucinato alla grande: arrosto di maiale, involtini di melanzane con noci, tartine con bottarga, affettati, tre tipi di formaggi, insalate, piatti caldi.
Non appena il primo brindisi fu per il festeggiato, Assunta prese il comando.
Marcello, figlio mio, disse asciugandosi gli occhi con il tovagliolo, Mi ricordo quando sei nato. Ho sofferto tanto, due giorni…
Gli amici ascoltavano pazienti il racconto già noto del suo travaglio. Francesca ne approfittò per servirsi uninsalata.
…E ora sei grande, sposato. Beh, come è andata, è andata, lanciò uno sguardo tagliente a Francesca. Limportante è che tu sia felice. Il cibo non è fondamentale. Francesca si è impegnata, eh, ha comprato roba cara. Io avrei preparato un tavolo più semplice, ma più di cuore. Oggi però ognuno vuole fare vedere quanto ha.
Puntò la forchetta su un grosso pezzo di anguilla affumicata che Francesca aveva comprato in una pescheria di lusso, e lo addentò.
Mh masticò ad alta voce. Pesce come pesce, salato, grasso. Ai miei tempi la triglia era più buona.
Pur criticando, Assunta mangiava con gusto. I bocconi migliori finivano sul suo piatto come per magia. Il culatello spariva ad una velocità incredibile. Le tartine con bottarga le mangiava come fossero patatine, borbottando:
Bottarga così piccola, sicuro è finta. Adesso il vero caviale non lo trovi più. Francesca, dopo mostrami la confezione, che devo leggere gli ingredienti. Non si sa mai che ci intossichiamo.
Francesca si limitava a sorridere e rabboccare il vino agli ospiti. Vedeva Marcello arrossire, ma lui taceva: non aveva mai saputo contraddire la madre davanti agli altri. Anche in privato, a dirla tutta.
La serata continuava. Gli amici lodavano i piatti, scherzavano, ricordavano i tempi delluniversità. Assunta ogni tanto infilava il solito discorso sulla vita grama dei pensionati e sui figli ingrati, ma il chiasso della stanza la copriva.
Verso le dieci gli invitati cominciarono a andarsene. Il giorno dopo si lavorava, e la festa era stata proprio bella.
Francesca, sei un genio ai fornelli! esclamò Sergio, il migliore amico di Marcello, stringendole la mano allingresso. Languilla era favolosa. Grazie!
Felicissima che ti sia piaciuto, sorrise lei sinceramente.
Dopo che lultima porta si richiuse, la casa divenne silenziosa, rotto solo dal clangore dei piatti che Assunta cominciava a impilare.
Dai, vi aiuto a pulire, se no state qui tutta notte, decretò. Marcello, porta giù la spazzatura, che i sacchi sono pieni. Francesca, metti i piatti caldi nei contenitori.
Francesca sentì la stanchezza schiacciarla. La testa le pulsava.
Signora Assunta, lasci, faccio io. Si riposi, le chiamo un taxi?
Taxi?! si indignò Assunta. Spreco di soldi? Vado col bus, passano ancora. E non discutere, ti aiuto io. Sei pallida come una mozzarella, vai a lavarti il viso e prendi una Tachipirina che sembri moribonda. Qui ci penso io.
Francesca la assecondò, davvero non si sentiva bene. Prese una pastiglia, si lavò la faccia col lacqua fresca, il rumore nelle orecchie si attenuò un po. Devo tornare in cucina, pensò. Non posso lasciarla sola, che sennò mi sposta le pentole oppure mi lava i piatti col mio detergente viso.
Francesca uscì in punta di piedi. Si fermò sulla soglia della cucina, restando nellombra.
Assunta era di spalle, davanti al frigo aperto. Sullo sgabello vicino la sua enorme borsa. Si muoveva rapida, esperta, quasi furtiva.
Sollevò il piatto con le rimanenze degli affettati più costosi: culatello, arrosto, salame di cinghiale. Li fece scivolare in un sacchetto che aveva già pronto, lo chiuse e lo infilò nella borsa.
Francesca sussultò. Aveva visto bene?
Poi la suocera aprì il frigo, tirò fuori il contenitore con il filetto di salmone per la colazione, un bel pezzo, tre etti buoni. Sacchetto, borsa.
Poi mezza torta Millefoglie, che Francesca aveva preparato la sera prima fino a notte inoltrata. Assunta, considerata ingombrante la scatola, la avvolse malamente nella stagnola, schiacciando gli strati delicati.
Vediamo bisbigliava tra sé. Parmigiano. Sta meglio a me che a loro, tanto lo butterebbero via.
Lultimo pezzo di Parmigiano, costato più di quanto Francesca avesse voluto ammettere, finì nella borsa. Seguirono il barattolo di olive, e la goccia che fece traboccare quasi tutta la bottiglia di grappa che Marcello aveva ricevuto dallufficio e che non avevano neppure aperto.
Francesca restava appoggiata allo stipite, incapace di muoversi. Gridare? Fare una scenata? Accusare di furto? Non riusciva nemmeno a dirlo: chiamare ladra la madre di suo marito.
In quel momento la porta si aprì dimprovviso. Marcello era tornato.
Che freddo, fuori, la sua voce risuonò. Mamma, sei pronta? Non tolgo neanche la giacca, ti accompagno.
Assunta trasalì, chiuse la borsa di scatto, poi si girò. Quando vide Francesca sulla soglia, per un secondo si smarrì, ma si ricompose subito.
Oh, Francesca, sei già tornata? Sto sistemando un po. Marcello, che fortuna che sei qui, io sono già pronta.
Afferrò la borsa, chiaramente appesantita. Si piegò con un piccolo gemito.
Mamma, ti aiuto, che ci hai messo dentro, mattoni? sbirciò Marcello in cucina.
No, lascia! strillò Assunta, abbracciando la borsa. Faccio da sola! Ci sono i miei barattoli vuoti. Ho portato via i miei, li ho messi dentro la vostra casseruola, e me ne torno a casa. Non toccare!
Francesca guardava il marito. Marcello fissava la madre confuso.
Mamma, quali barattoli? Ne hai portato uno, ed è ancora pieno sul davanzale.
Altri barattoli! si accese Assunta. Ma lasciami stare! Voglio tornare a casa! Ho sgobbato per voi tutto il giorno!
Francesca fece un passo avanti, la testa leggera, fredda.
Signora Assunta, disse piano ma fermissima. Metta la borsa sul tavolo.
Cosa? strabuzzò gli occhi la suocera. Cosa simmagina? Vuoi perquisirmi? Marcello, senti tua moglie, mi tratta da ladra!
Francesca, dai, Marcello era spaesato, guardava luna e laltra. Mamma voleva solo
Marcello, lo interruppe Francesca, fissa sulla suocera. In quella borsa cè la nostra colazione. Il pranzo. La cena per due giorni. Cè il pesce pagato trentacinque euro al chilo, il tuo culatello preferito, la grappa che ti hanno regalato, la torta.
Sei matta! urlò Assunta, indietreggiando. Come ti permetti! Sono una maestra in pensione, ho lavorato una vita! Non ho mai rubato neanche un tozzo di pane! Tenetevi la vostra roba!
Provò a scappare verso lingresso, ma la borsa rimase impigliata sullo spigolo. Le maniglie cedettero con un rumore secco, la borsa crollò e tutto rotolò sul pavimento.
Fu uno spettacolo memorabile.
Salumi ovunque. Il pesce si aprì, e un pezzo di anguilla grassa finì proprio sulla scarpa di Marcello. La torta si schiacciò, la grappa rimbalzò contro il tavolo fortunatamente senza rompersi. Sopra tutto, un blocco di parmigiano e una manciata di caramelle caddero a pioggia.
Regnava un silenzio teso, rotto solo dal ronzio del frigo e dal respiro pesante di Assunta.
Marcello guardava i resti sparsi sul pavimento, poi la scarpa impiastricciata, poi sua madre rossa di vergogna. Il suo sguardo cambiò. Prima incredulo, poi cosciente, infine imbarazzato. Unimbarazzo denso, vischioso.
Mamma? disse a fatica. Cosè tutto questo?
Assunta si mise dritta in piedi, pronta a passare allattacco.
Che cè di male?! gridò fissando il figlio negli occhi. Sì, ho preso! Voi ne avete in abbondanza! Lo buttereste! Vivete nel lusso! Io ho la pensione da mille euro al mese! Il culatello, io lho solo visto in TV! Non ho diritto a mangiare una volta buona? Ti ho cresciuto! Non ho dormito per anni! E adesso mi negano una fetta di salame?
Francesca rimase zitta. Aspettava la reazione di Marcello. Di solito lui avrebbe mormorato: “Ma dai, mamma, prendi quello che vuoi, non ci interessa,” solo per evitare conflitto.
Marcello si chinò, raccolse il pesce da terra, lo mise sul tavolo. Poi la bottiglia di grappa.
Mamma, disse lentamente. Non è per il salame. Se tu avessi chiesto, te lavremmo dato noi. Te lo portiamo sempre. Sempre.
Cosa dovrei fare, elemosinare?! Chiedere?! urlava Assunta, sempre più isterica. La mamma deve supplicare? Dovreste essere voi a offrirlo! Egoisti!
Non hai chiesto, Marcello scosse la testa. Hai rubato. Hai aspettato che Francesca uscisse, e hai messo tutto nella borsa. Da ladra.
Mi hai chiamata ladra?! si portò la mano al cuore Assunta. Oddio, mi sento male! Il cuore! Il Lexotan! Mi farete morire!
Non cè bisogno della commedia, signora Assunta, disse fredda Francesca. Il Lexotan è nella tasca sinistra, lho visto quando si è tolta il cappotto.
La suocera rimase paralizzata. Niente copione, niente drama.
Marcello, si rivolse Francesca al marito. Prendi tutto quello che è caduto e mettilo in un sacchetto.
Perché? chiese lui.
Dallo a tua madre. Che si prenda tutto.
Francesca? stupito lui.
Che si prenda tutto, ripeté decisa. Il pesce non lo mangio se va per terra. La torta idem. I salumi neanche. Che prenda tutto. Sarà il suo regalo di compleanno. E il prezzo per una casa senza di lei per almeno un mese.
Assunta ansimava, sembrava una carpa su un molo.
Marcello in silenzio riempì il sacchetto con tutto: il pesce, il formaggio, la torta schiacciata. Ma la grappa la rimise sul tavolo.
Questa la tengo disse. Ne ho bisogno ora.
Lo porse a sua madre.
Prendi, mamma. E ora vai. Ti ho già chiamato un taxi, arriva fra due minuti.
Mi cacciate via? La vostra madre? Per una fetta di salame?
Per le bugie, mamma. E per la mancanza di rispetto, per la casa e per mia moglie.
Assunta afferrò il sacchetto con rabbia. Aveva gli occhi pieni di lacrime amare.
Non metterò più piede in questa casa! sibilò. Fate la bella vita, maledetti borghesucci! Che vi vada di traverso quella roba!
Si girò e sgattaiolò nel corridoio. Sbatté la porta duscita con tale violenza che cadde la calce dalla parete.
Francesca si sedette, si coprì il viso con le mani. Tremava tutta.
Marcello prese due bicchieri dal mobile, versò la grappa. Uno lo mise davanti alla moglie, uno per sé.
Bevi, disse. Ti serve.
Francesca lo guardò: sembrava invecchiato di dieci anni. Si sedette accanto e le prese la mano.
Scusami, Franci.
Per cosa? Non ne sapevi niente.
Per non averci mai fatto caso. Per aver permesso a lei di fare così. Ho sempre pensato: è mia madre, è strana ma buona. Ora mi vergogno. Come se fossi io il ladro del culatello.
Francesca beveva un sorso. La grappa bruciava ma stranamente la calmava.
Vuoi ridere? disse lei, amara. Avevo comprato apposta un salame e un pezzo di formaggio da darle. Sono nel cassetto in basso. Non ha neanche guardato lì.
Marcello scoppiò in una risata isterica.
Davvero?
Sì. Sapevo che avrebbe reclamato la sua pensione. Volevo fare la cosa giusta.
La cosa giusta con lei non è possibile Marcello finì il suo bicchiere. Sai una cosa? Domani cambio la serratura. Ha le chiavi, le ha volute sei mesi fa per sicurezza. Non voglio ritrovarmi la casa senza TV perché la vicina ha lo schermo più grande.
Francesca lo guardò con una sorpresa mista a rispetto. Per la prima volta in sette anni Marcello parlava di sua madre senza scusarla.
E domani cosa mangiamo? chiese guardando il tavolo vuoto. Ha portato via quasi tutto.
Marcello aprì il frigo: dentro cera ancora la seconda bottarga, non vista dalla suocera. E delle uova, del latte.
Faremmo omelette con bottarga. Colazione da re.
Francesca scoppiò a ridere. La tensione stava svanendo.
E ci sono le mele marce, ricordò lei. Possiamo fare il compotto.
No grazie, fece una smorfia Marcello. Domani le butto con le cipolle acide. Non ne posso più di questa solidarietà.
Restarono in cucina a lungo, finendo la grappa e parlando di tutto ciò che non avevano mai osato dire. Di confini. Del fatto che amare i genitori non vuol dire permettere tutto. Che la famiglia sono soprattutto loro due.
La mattina, Francesca fu svegliata dal profumo del caffè. Marcello era già in cucina.
Buongiorno, le diede un bacio. Senti, della tredicesima ne è rimasta un po?
Qualcosa, sì. Perché?
Prendiamo il weekend e scappiamo via? Una pensioncina? Un giro a Firenze? Via da qui. E spegniamo i cellulari.
E tua madre? Farà una tragedia, chiamerà cugini e parenti dicendo che labbiamo offesa.
Che chiami pure. Scelga lei. Noi scegliamo il nostro. Lomelette con bottarga è pronta, siediti.
Francesca fissava il piatto, lomelette gialla decorata generosamente con bottarga rossa, e pensava che era la colazione più buona della sua vita. Non perché costasse tanto, ma perché era senza il retrogusto della colpa e delle pretese altrui.
Assunta Rossi chiamò dopo due giorni. Marcello guardò lo schermo, sospirò e capovolse il telefono.
Non rispondi? chiese Francesca.
No. Avrà tempo di mangiare il suo salame e calmarsi. Magari tra un mese ne riparliamo. Ora ho cose più importanti: porto mia moglie al cinema.
Francesca sorrise, andò a cambiarsi. Il frigo era mezzo vuoto, ma in casa cera finalmente pace. E quella serenità bastava più di mille prelibatezze sparite.




