La suocera aveva deciso di mettere alla prova Martina. Il risultato fu del tutto inaspettato.
Gabriella Paolini telefonò giovedì sera. Marco rispose al telefono, parlò una decina di minuti, poi entrò in cucina con il volto di chi sta per portare una notizia non proprio felice, ma non ha ancora scelto le parole giuste.
Viene mia madre, disse. Si ferma un paio di settimane.
Martina mescolava il minestrone.
Quando arriva?
Sabato.
Martina spense il fornello.
Un paio di settimane. Sapeva bene cosa significava quel paio di settimane detto da Gabriella Paolini. Era come un pizzico di sale nelle sue ricette tutto dipendeva dal gusto di chi lo diceva.
Gabriella arrivò sabato puntuale, a mezzogiorno esatto, con una valigia grande che faceva un certo rumore metallico da dentro, e quella tipica espressione di chi arriva per fare una vera ispezione. Sguardo attento, occhi che valutavano ogni dettaglio come se stesse scegliendo un appartamento da acquistare.
Allora, disse guardando lingresso, niente polvere. Già un buon inizio.
Marco scoppiò a ridere. Martina abbozzò un sorriso.
Un buon inizio sembrava essere persino un complimento.
Gabriella si diresse subito in cucina, aprì il frigo con nonchalance, come per caso, e commentò:
Prendi lo yogurt magro? A Marco serve quello intero, che lui ha lo stomaco delicato.
È stato lui a chiedermi quello magro, rispose Martina.
Sì, ma sai comè, quello che chiedono non sempre è il meglio, ribatté la suocera, chiudendo il frigo come dopo una scoperta memorabile.
Quella sera, mentre Marco era in doccia, Gabriella si sedette sul divano, incrociò le mani in grembo e parlò con una calma quasi affettuosa:
Non volermene, Martina, ma io ci tengo a capire davvero che persona sei.
Gabriella era una vera professionista. Operava con la precisione di un restauratore, togliendo strato dopo strato finché non arrivava al vero quadro. Ogni osservazione educata, sempre con un sorriso, apparentemente innocua.
Il secondo giorno scoprì gli asciugamani.
Martina, disse pensosa, in bagno con un asciugamano in mano, sai che gli asciugamani si appendono con lasola verso il basso? Così asciugano meglio.
Io li metto sempre così, rispose Martina, indicando il consueto modo.
Eh sì, annuì Gabriella, e appese comunque il suo con lasola verso il basso, come la bandiera di una nuova dittatura.
Le camicie di Marco erano tutte stirate, appese per colore, perfette. Gabriella aprì larmadio, osservò a lungo, annuì e sussurrò, quasi a se stessa:
I colletti sono leggermente spiegazzati. O forse volevi proprio così.
Martina accanto pensava: non è una domanda. È una constatazione. Studiata apposta per cui non si può rispondere.
Sul davanzale cera ancora il loro vecchio ficus, sopravvissuto al trasloco da Garbatella a Ostiense. Per Gabriella, lo innaffiava nel modo sbagliato.
Martina, i ficus non vogliono lacqua dallalto. Bisogna metterla nel sottovaso.
Questo vive con me da otto anni, rispose Martina.
E allora, potrebbe vivere anche meglio.
Il ficus restò in silenzio, saggiamente.
La disposizione degli alimenti nel frigo meritò una vera lezione con esempi pratici: latticini in mezzo, carne solo in basso e nei contenitori, linsalata chiusa col sudore, le uova nel portauova, non in porta, che lì vibrano troppo. Martina ascoltava e annuiva. Le uova rimasero dove stavano.
La sera, Gabriella telefonava Martina sentiva dal cucinotto, non perché volesse, ma i muri erano sottili e la voce da insegnante della suocera si distingue subito.
No, Silvana, tutto sommato si sta bene. Ci prova anche. Si vede, però non è portata. Il minestrone lo fa col fagiolo! Sì, ti giuro, col fagiolo! Marco mangia, poverino, è gentile. Ma io lo vedo E non appende bene gli asciugamani, e non sa curare le piante
Martina intanto sciacquava una tazza e pensava: quanto dura ancora? Senti di aver già fallito il test, cosaltro può succedere?
Marco guardava il tutto con quel tipico distacco maschile, che in realtà significa: vedo tutto, ma fingo di no, sperando che passi da solo.
La sera, Marco provava a rassicurarla:
Non ci pensare. Lei si preoccupa soltanto.
Lo so, diceva Martina.
Non lo fa con cattiveria.
Lo so, Marco.
Donna vuol solo essere sicura che stiamo bene.
Sì, lo so.
Lui le lanciava unocchiata un po colpevole, un po sollevata. Era sollevato che lei capisse, che non facesse polemica, che fosse tranquilla.
Bene, pensava Martina, e tornava ai piatti.
Il decimo giorno, Gabriella lasciò di proposito la cucina in disordine. Martina tornò dal lavoro alle sei e mezza trovò tazze sporche, briciole di pane, la confezione del burro aperta. La suocera in soggiorno, davanti al telegiornale.
Martina sistemò tutto. Pulì. Passò la spugna.
La sera, Gabriella disse a Marco, quasi sottovoce in corridoio, credendola in bagno:
Marco, hai visto che in cucina era di nuovo tutto un casino? Sarà che non riesce a star dietro
Martina era dietro la porta con lasciugamano in mano.
Marco non rispose.
Ecco, pensò Martina. Tutto chiaro.
Non si rattristò. Non abbastanza da mostrarsi ferita almeno.
Ma il giorno dopo, quando Gabriella, durante la colazione, le annunciò che la settimana successiva sarebbero arrivate tre sue sorelle giusto per una chiacchierata, per conoscersi meglio Martina sorrise:
Perfetto. Siamo felici di averle qui.
Marco la guardò stupito, Gabriella un filo sospettosa. Martina finì il caffè e andò a prepararsi.
Vediamo, come dice sempre la suocera.
Le ospiti arrivarono sabato, verso le due e mezza.
Le tre sorelle di Gabriella Zina, Clara e Nella donne solide, esperienza e voce temprata dalla vita, entrarono nellingresso e valutarono tutto con rapidità da collaudatrici esperte prima di appendere cappotti e borse.
Bello questo appartamento, disse Zina. Luminoso.
E la ristrutturazione? Da quanto? chiese Nella.
Tre anni fa, rispose Martina.
Sembra, dichiarò Nella. Non si capiva se fosse un bene o un male.
Gabriella accoglieva le sorelle come un regista che aspetta la propria scena clou. Marco aiutava con le giacche. Martina era poco distante, serena, un piccolo sorriso, nessuna agitazione.
Questo mise un po in guardia Gabriella.
Entrarono in soggiorno, si sistemarono. Zina guardò intorno, raddrizzò un cuscino semplice abitudine e domandò:
Allora, Martinella, che cè oggi per pranzo?
Ed eccolo, il momento inatteso. Martina si girò verso la suocera, con la massima calma e senza drammi.
Gabriella, pensavo che oggi prendessi tu in mano la cucina. Hai sempre detto che cucini molto meglio di me. E davanti alle ospiti non voglio certo fare figuracce.
Silenzio.
Gabriella guardava Martina, la quale restituiva uno sguardo franco, naturale, come chi fa una proposta logica e non si spiega il motivo di tanto stupore.
Io iniziò la suocera.
Cè tutto, aggiunse Martina. Pollo, verdure fresche, insalata. Ho comprato stamattina. Marco mi parla spesso delle tue meraviglie ai fornelli.
Marco, seduto sul divano, di colpo sembrava ipnotizzato dal disegno del tappeto.
Clara e Zina si scambiarono unocchiata complice, Nella fissò Gabriella con una certa curiosità.
Va bene, disse Gabriella. Come vuoi.
E si avviò verso la cucina.
Martina sedette accanto a Zina e con assoluta naturalezza chiese:
Avete fatto buon viaggio? Traffico?
Zina sembrò vacillare, forse si aspettava altro, ma rispose. Poi Nella aggiunse qualcosa sul traffico, Clara sbottò che nel loro quartiere il sabato non si circola più. Le conversazioni presero vita spontaneamente, come succede nei salotti quando sarebbe imbarazzante tacere.
Dalla cucina, si udivano i rumori.
Prima lo sportello del frigo sbattuto più volte. Poi una lunga pausa. Ancora frigo. Poi pentole che cozzavano. Infine il movimento tipico di chi cerca qualcosa nei mobili e proprio non lo trova.
Martina! chiamò Gabriella dalla cucina. Dovè la teglia da forno?
Nellarmadio in basso a destra, rispose Martina senza muoversi.
Pausa.
Non la vedo.
Sotto la placca da forno.
Buona pausa.
Ah, trovata.
Zina tossì. Clara si immerse a osservare un quadro. Nella, sorriso innocente, fissava fuori dalla finestra.
Martina si rivolse allora a Clara:
Vuoi già il tè? Metto su lacqua.
Sì, volentieri, rispose Clara sollievo.
Martina si avviò in cucina e per alcuni secondi restò lì accanto a Gabriella, che stava impugnando il pelapatate con la faccia di chi comanda un esercito e si ritrova a sbucciare verdure.
Non si dissero una parola.
Martina mise su il bollitore, prese le tazze e tornò in salotto.
La cena, infine, arrivò. Unora e mezza dopo, un po caotica. Il pollo leggermente asciutto, la salsa troppo liquida. Gabriella apparecchiava con la dedizione di chi farebbe volentieri altro.
Zina assaggiò il pollo. Disse, diplomatica:
Gabriella, sei sempre stata bravissima ai fornelli.
A tavola regnava una strana quiete. Non imbarazzo, piuttosto tacito accordo. Tutti capivano, nessuno desiderava parlarne apertamente. Si mangiava, si facevano complimenti contenuti, ci si impegnava a mantenere buoni toni.
Durante la cena, Martina non intervenne più di tanto. Chiese dei figli di Clara, parlò dei lavori nellorto, versò il té a tutte.
Gabriella, capo tavola, taceva.
Quando le ospiti se ne furono andate e i piatti erano tutti lavati, Gabriella uscì dalla cucina asciugandosi le mani con quellasciugamano che, stavolta, era appeso col cappio in giù.
Martina era in salotto con la tisana. Marco accanto a lei.
La suocera si fermò sulla soglia, poi si avvicinò e si sedette sulla poltrona. Non parlò per un po. Fuori, la notte cadeva fitta e in lontananza si sentiva solo la tv del vicino.
Hai messo tutto al posto giusto, disse Gabriella.
So cosa voglio, rispose Martina.
Gabriella fece un cenno con la testa, si alzò, andò verso la camera, poi già sulla porta e senza voltarsi aggiunse:
Quel minestrone coi fagioli, a dire la verità mica era male.
E sparì.
Marco guardò Martina.
Da quando lhai pensata questa storia? Della cucina.
Quando hai taciuto in corridoio, rispose lei.
Lui annuì e non domandò altro.
Tre giorni dopo, Gabriella prese il treno e tornò a casa. Si preparò da sola, chiamò il taxi da sé. Salutò Marco con un abbraccio e, dopo un attimo di esitazione, anche Martina.
Martina chiuse la porta. Poi si diresse in bagno e rimise il suo asciugamano come le piaceva con il cappio verso lalto, come sempre.



