Oggi sono particolarmente stanca. Mi guardo allo specchio e mi chiedo come abbia potuto innamorarmi di un uomo che a trent’anni vive ancora all’ombra di sua madre. Si chiama Luca, sembrava maturo, indipendente… e invece è un vero mammone. Non fa un passo senza il permesso di sua madre.
Ci siamo conosciuti grazie a… indovina chi? Proprio lei! Lavoravo come commessa e una signora anziana veniva spesso nel negozio. Mi elogiava, diceva che ero come una figlia per lei. Poi ha portato anche suo figlio: «Luca, guarda che ragazza meravigliosa!». E lui ci è cascato. Appuntamenti, regali, e poi… matrimonio.
L’appartamento ce l’ha dato sua madre. Lei si è trasferita dal suo compagno e a noi ha detto: «Vivete qui, risparmiate per una casa vostra. Voglio dei nipotini!». Parole dolci, ma non disinteressate. Poco dopo è tornata nella nostra vita… con strofinacci, pentole e le sue regole.
Ogni lunedì è lo stesso incubo. Nel weekend pulisco tutto perfettamente, lavo, cucino. Poi torno a casa e trovo tutto rilavato, stirato, riordinato. Un bigliettino sul tavolo: «Ho preparato il minestrone, sistemato l’armadio, lavato i pavimenti. Baci». Gentile, sì, ma mi tremano le mani. Questa è casa mia o sua?
Ho detto a Luca che non ce la faccio più. Lui scansa: «Ma lo fa con amore! Ci aiuta!». Dovrei essere grata, dice, perché ho meno lavoro. Ma io mi sento spogliata del ruolo di padrona di casa. Lava persino la mia biancheria, rovista negli armadi, sposta tutto. Nessun rispetto per la privacy.
La cosa più assurda? A casa sua non è così. L’abbiamo visitata: pulita, ma non maniacale. Da noi invece è tutto perfetto, millimetrico. È un’estranea nella mia casa, e io non posso dirle niente. Perché, come mi ricorda sempre mia madre: «L’appartamento è suo. Sopporta finché non ne comprate uno vostro».
Ma come si fa a sopportare quando ogni giorno ti senti estromessa? Non dico che mia suocera sia cattiva. Però ha questo bisogno ossessivo di controllare tutto. Non ci vede come una famiglia autonoma, ma come figli immaturi da dirigere.
E Luca? Lui non mette mai limiti. Per lui va tutto bene, siamo «fortunati». Io invece mi sento un’ospite qui dentro. Lui non capisce quanto mi pesi. O non vuole capire.
E quando lei dice: «Voglio i nipotini! Quando arriveranno, verrò più spesso, vi aiuterò…» mi prende il panico. Perché so che non “aiuterà”, ma si installerà da noi. Imporrà i suoi orari, la sua dieta, le sue regole. Già soffoco, se continua così crollerò.
L’altro giorno gli ho fatto un ultimatum: o parla lui con sua madre, o lo farò io. Non importa di chi è la casa. Se ci ha permesso di viverci, deve rispettarci. Non sono un oggetto da spostare a piacimento. Sono una moglie, una padrona di casa, una donna. E ho diritto alla mia vita, anche se la casa non è ancora mia.






